sabato, febbraio 24, 2007

MULISCH Un ateo che fa il tifo per Dio
di Vittorio Macioce

«Leggo anch’io i giornali. E so che ogni volta che si parla di Nobel spunta il mio nome. Mi fa piacere? Certo, ma mi scoccia essere sempre quello che non viene scelto». Bisognerebbe trovare una ragione per assegnare il Nobel all’Olanda. «Una c’è. Nessuno scrittore olandese l’ha mai ricevuto».
Il freddo questa sera ti entra dentro. Non senti quasi più le mani. Sono passate da poco le nove, passeggi sotto i portici in questa città di pietra bianca, il cielo di Udine è una lastra di ghiaccio. Il vecchio olandese con cui stai parlando sembra non farci caso. Ha i capelli bianchi e gli occhi azzurri come un mezzo stregone, prima di uscire avete bevuto della buona grappa, in questi casi serve. Ha 80 anni e con questo cappotto con il bavero alzato, i jeans e il passo sicuro davvero non li dimostra. Si chiama Harry Mulisch e viene da Haarlem, a 20 chilometri da Amsterdam, il luogo che ha dato il nome al più famoso quartiere di New York. Mulisch ha fama di essere molte cose: un bibliofilo, un disincantato signore che ha una passione intellettuale per l’occultismo, un narratore enciclopedico che fa cadere nei suoi romanzi rompicapi di logica e matematica, citazioni dotte, libri rari o mai esistiti, digressioni filosofiche, leggende ebraiche, profezie sacre.
È uno scettico ottimista, uno capace di attraversare il Novecento senza lasciarsi corrompere, un uomo che si sforza di non credere in Dio. «È un atto di riguardo. Se Dio esiste è un farabutto, un egoista, perché ha permesso agli uomini di compiere i più orrendi orrori. L’unica scusa per il suo menefreghismo è l’assenza. Se Dio non esiste allora è giustificato. Non è colpa sua. Possiamo perdonarlo». Blasfemo. Ma Mulisch di Dio non può fare a meno. Ha passato una vita a raccontarlo. Nel bene o nel male è il protagonista di tutti i suoi romanzi. È il Dio che rompe il patto con l’uomo in La scoperta del cielo e manda un messaggero a recuperare sulla Terra, nella cappella di San Giovanni in Laterano a Roma, le tavole della legge, quelle dettate a Mosè come simbolo dell’alleanza. È il Dio assente di Siegfried, il figlio di Hitler. È il Dio che l’uomo cerca di scalzare in La procedura, l’uomo creatore, manipolatore, che si diverte a giocare con i segreti della genetica. È il Dio che Mulisch spera prima o poi d’incontrare, per fargli solo un paio di domande.
Mulisch domani sarà a Percoto, epicentro del premio Nonino, ma intanto in questa notte fredda racconta il suo passato. «Mio padre era un ufficiale austro-ungarico. Ha combattuto proprio qui, in queste montagne, contro voi italiani». Lo guardi e pensi che anche tuo nonno era qui, dall’altra parte della trincea. Lui sorride. «La storia andrebbe guardata solo da lontano. Ora tu ed io siamo qui a passeggiare. I nostri antenati hanno cercato di ammazzarsi. Se uno pensa che alla fine terrore e violenza passano, guarda alla vita con più serenità». Ma la storia di Mulisch padre trova la sua svolta sul fronte occidentale. È acquartierato ad Anversa, in Belgio. È ospite di una famiglia ebrea, che presto si trasferirà ad Amsterdam. Sono banchieri. Qui si innamora di una ragazza di 16 anni, la figlia del padrone di casa. Quando la Grande Guerra finisce si sposano. Harry nasce nel 1927. Ma dieci anni dopo, quando a Berlino già regna il nazismo, la coppia si separa. Harry, caso quasi unico allora, resta a vivere con il padre.
Arriva un’altra guerra. A casa Mulisch si presenta un generale tedesco, con la divisa nazista. È un vecchio commilitone del padre, uno a cui un giorno, in trincea, aveva salvato la vita. Si abbracciano. E sono lacrime e ricordi. Poi il generale dice al suo vecchio amico: «Come te la passi?». «Male. Mia moglie mi ha lasciato. Devo crescere questo ragazzo e sono disoccupato». «Ci penso io». Il lavoro arriva. «Mio padre diventa il direttore di una banca fantasma. I proprietari sono finiti in un lager. È una banca un po’ particolare. Mio padre lo scopre dopo. Tutti gli ebrei rimasti ad Amsterdam devono depositare lì i loro risparmi. Ogni volta che qualcuno di loro scompare il conto viene chiuso e quello che c’era dentro viene spedito in Germania, confiscato dal governo. Mio padre, di fatto, era un collaborazionista. Forse lo ha fatto perché solo in quella posizione poteva salvare il figlio, cioè io. Un giorno, mentre vado a trovare mia madre, lo incontro alla stazione e mi dice: “Non c’è. L’hanno presa insieme ai tuoi nonni”. Una settimana dopo mia madre torna a casa. Salvata dal generale, credo. I miei nonni non torneranno più. Ecco. Ora sai chi sono io, un paradosso vivente. Il figlio di un’ebrea e di un nazista. Spesso penso che mio padre ha fatto la scelta etica sbagliata, ma è grazie a questo peccato che è riuscito a salvare la sua famiglia. Qui c’è il senso dei miei romanzi, quel confine grigio che divide il bene e il male. Ma questo non mi fa cadere nel nichilismo, il più inquietante dei nostri ospiti. E così, anche se non credo in Dio e non sono cattolico, mi fa piacere che dietro l’orizzonte di questo occidente ci siano una teologia, una Chiesa e un Papa».
Mulisch sta vedendo Amsterdam cambiare sotto i suoi occhi di vecchio e non ne è contento: «Ho paura che non ci possiamo permettere più la nostra proverbiale tolleranza. Dopo l’omicidio di Teo van Gogh e altri casi del genere sta mutando tutto. L’Olanda ha perso la sua innocenza». Dice che non gli fa piacere parlare con una donna con il burqa, soprattutto se gli viene il sospetto che sotto ci sia nascosto un uomo con il kalashnikov. «Ma questo è solo un aspetto superficiale. Il problema è che la cultura islamica e quella occidentale siano incompatibili. Il nostro Dio si è ritirato, il loro è tutto». Dio ha rotto l’alleanza perché ha scoperto di non essere più onnipotente. L’uomo si è appropriato del suo potere.
L’ultima sfida è l’immortalità. «L’uomo ci sta provando a sconfiggere la morte e questo sarà il suo errore finale. Non capisce che il senso della vita è proprio nel suo limite. È la morte che illumina e rende vita la vita. L’eternità è la condanna di Dio. È il suo non essere. La forza del cristianesimo è proprio nella soluzione di questo dilemma. Come poteva Dio assaporare la morte e quindi essere vivo? Manda suo figlio nel mondo, lo fa carne e lo fa morire crocifisso sulla croce. È una cosa per cui gli islamici crepano d’invidia. Il loro Dio non muore. L’uomo occidentale nella sua corsa verso l’immortalità sta, di fatto, rinunciando alla sua grandezza».
Leggi l’ultima pagina della Procedura. È qui che si ribalta la prospettiva. L’uomo, dopo aver rubato il segreto dell’embrione primordiale, sussurra a Dio: «Io sono immortale, lui no, pensa quando i suoi occhi si spengono».


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giovedì, settembre 07, 2006

Quando stavamo sempre in coda Amarcord di un Paese meno libero

di Vittorio Macioce


Le odiavi. Ore fermo, un passo alla volta, la schiena di chi ti stava avanti studiata con interesse isterico, come le ali di una farfalla per un entomologo. Il caldo, perché quando sei in fila fa sempre caldo, anche d’inverno, che trasformava l’attesa in gocce di sudore. La signora all’ufficio postale, in banca o all’anagrafe lenta, snervante, come un film russo sulla rivoluzione. Lei non aveva mai fretta, tu e gli altri troppa. Le conversazioni rubate, che ti entravano in testa senza difesa, anche se non volevi, frammenti indesiderati della banalità del mondo: «Quanti anni ha tua figlia? Dodici? Sembra già una donna»; «Sì, ho appena cambiato moto. Questa è uno schianto»; «Mio figlio ha la varicella»; «Del Piero è bollito. Per me fanno bene a tenerlo in panchina». E accanto a te c’erano quelli che ti sbadigliavano in faccia, quelli che si asciugano con il fazzoletto bianco. C’erano le gambe e il seno e altro della ragazza otto posti più in là. C’era quello che ti passava accanto con aria distratta e puntava al sorpasso: «Ma siamo duecento, stai buono, stai lì, fai il furbo per una manciata di minuti?». C’erano quelli che starnutivano, tossivano, puzzavano. C’era l’Italia che si barcamenava con il buco nero della burocrazia. Un’Italia ferma, statica, rassegnata all’attesa. La fila era una dimensione del quotidiano. Potevi anche incazzarti, ma l’accettavi come si fa con un lungo giorno di pioggia. Sapevi, come certa è la morte, che una bolletta da pagare o un certificato all’università ti costava tempo, fatica e mal di piedi. Poi qualcosa, lentamente, è cambiato. Le file sono diventate un’anomalia, una disfunzione, un gene corrotto che viene dal passato. La società ha trovato l’antidoto tecnologico per decimare i tempi morti. Numeretti e telepass, prenotazioni on line e call center, autocertificazioni e carte di credito hanno debellato code e file, quelle che gli italiani, troppo anarchici e troppo furbi, non sapevano fare. La gente in fila è un’immagine del Novecento, prima della caduta del Muro, prima di internet, prima dei precari senza sindacato. La fila è così il ricordo di un giorno a Budapest nel 1987, in un’Ungheria ancora comunista ma che già aveva importato il marchio e i negozi Benetton. Sotto le insegne dell’United Colors e oltre le vetrine un serpentone di ragazze di vent’anni aspettava il suo turno per accalappiare un sogno chiamato jeans. La fila è la foto in bianco e nero dell’Italia fascista, con le tessere annonarie, le scarpe robuste, i calzettoni di lana arrotolati ai polpacci delle donne, la guerra e ancora prima l’autarchia. La fila sono la Sandrelli e Manfredi di C’eravamo tanto amati, il bivacco notturno davanti alla scuola dove devono iscrivere il figlio. La fila è l’autostrada del Sole a Ferragosto con le Giuliette e le ’500 degli anni ’70 con le targhe quadrate a cinque cifre e il canotto sulla capote. Quelle di oggi sono un’altra storia. Sono i lavori in corso di una rete stradale in perenne allestimento. E forse è davvero qui il segreto per capire lo stato di salute di un Paese. Le file sono un punteggio ad handicap come nel golf. Misurano il grado di libertà di un popolo, la sua civiltà, la sua distanza dal Novecento. Un popolo in coda è ancorato al passato, al secolo breve e tumultuoso delle masse in armi e delle ideologie.

Nel 1927 un filosofo e sociologo spagnolo scrisse una serie di articoli, pubblicati tre anni dopo con il titolo: La ribellione delle masse. Si chiamava Ortega y Gasset. Lanciava l’allarme contro la dittatura della folla che avrebbe segnato il resto del secolo. Diceva: «Io la chiamo sindrome dell’affollamento, del pieno. Le città sono piene di gente. Le case piene di inquilini. Gli alberghi pieni di ospiti. I treni pieni di viaggiatori. I caffè pieni di clienti. Le sale dei medici pieni di malati. I teatri pieni di spettatori. Le spiagge piene di bagnanti. Ciò che prima non era solitamente un problema ora incomincia ad esserlo: trovare posto». Le masse ci sono ancora, ma si sono disperse. Solo gli ultimi, i senza speranza, si ritrovano in fila. Se guardate le ultime grandi code di questi anni troverete, se siete fortunati, un permesso di soggiorno.

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giovedì, settembre 07, 2006

Su Il Giornale del 4 agosto 2006 è stato pubblicato questo reportage da Washington di Giuseppe De Bellis. E' un viaggio nel potere nero dei repubblicani. De Bellis li ha chiamati afro-conservatori. Credo che sia un'analisi lucida di ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti in questi anni.

Afro-conservatori, il nuovo potere nero in Usa
di Giuseppe De Bellis

L’unico che non ha capito è Carl Lewis. Lui correva e parlava: ora che non corre più, ma continua a parlare, questa storia lo irrita. Gli fa ancora male la battuta di Reagan: «Ho fatto tanto per voi, dovreste ringraziarmi». Noi neri? «No, voi ricchi». Non poteva capire allora, non capisce oggi. La rincorsa è cominciata quando lui girava il mondo con la bandiera a stelle e strisce. Era il 1986 e i neri che votavano partito repubblicano erano meno del 5%. Stavano tutti dall’altra parte, come Carl. Vent’anni dopo Lewis si sente un po’ più solo. Dal 5 al 13%: voti raddoppiati, anzi di più. Nelle prossime elezioni di mid-term, i neri repubblicani saranno quanti non sono mai stati: verrà superato anche il record dell’11% delle presidenziali 2004. È una rincorsa non veloce, ma costante: gli afroamericani cominciano a lasciare i democratici che li avevano corteggiati dai tempi di Franklin Delano Roosevelt, trent'anni prima che ottenessero il diritto di voto. Passi precisi: otto punti percentuali in più per i repubblicani tra le presidenziali del 1996 e le previsioni per l’appuntamento di metà mandato del prossimo novembre.

I protagonisti

Nomi, cose, città. Allora i giornali si chiedono se il 2006 sia l'anno dei repubblicani neri. Washington Post si dà anche la risposta: sì. Aggiunge dettagli attraverso la voce di Ken Mehlman, segretario del partito repubblicano: «È come il 1992. Quello era il momento delle donne, questo è quello degli afro-americani. E io sono contento che molti di loro siano repubblicani». Volti: Kenneth Blackwell, Lynn Swann, Michael Steele. La strada passa per questi tre personaggi. Due candidati a governatore, uno a senatore. Pennsylvania, Maryland e Ohio, gli Stati. Due roccheforti democratiche, più uno diviso a metà. Tutti e tre punti fermi per l’elettorato di colore che ha sempre scelto l’Asinello e boicottato l’Elefante del Grand Old Party. Stavolta potrebbe non essere così: i sondaggi sono in bilico, la corsa è aperta, il risultato incerto. È già una mezza vittoria per chi ha sempre preso meno del dieci per cento. Allora questa è una strada nuova. Affascinante. Forse è il futuro.

Le corse chiave

Quello che sta messo peggio è Lynn Swann. Può diventare il governatore della Pennsylvania. È un ex giocatore di football americano. Era famoso: giocava nei Pittsburgh Steelers, è entrato nella Hall of fame, il meglio del meglio dello sport Usa. Poi s’è messo una giacca e s’è appuntato una coccarda del Gop. Pronto a vincere. Non ce la farà: troppo forte l’avversario. Anche Ken Blackwell parte svantaggiato. È il segretario di Stato dell'Ohio. Corre contro il democratico Ted Strickland. Blackwell era sotto di 15 punti. Troppi per farcela. Ora ha ridotto il margine: otto punti. Fino a novembre può arrivare al testa a testa. È un uomo potente: è stato il capo della macchina elettorale repubblicana in Ohio alle elezioni del 2004. E l'Ohio era lo Stato chiave per la Casa Bianca. Parla già al futuro, Blackwell: «Per me non conta vincere adesso. Stiamo costruendo le basi per il domani». E quello che gli chiedeva il partito lui l'ha fatto: i sondaggi dicono che tra i neri raddoppia i voti.

Poi c’è Michael Steele. Avvocato con laurea a Georgetown, ex vice-governatore del Maryland. È candidato per il Senato a un passo da Washington, laddove ogni nero vota sempre e soltanto democratico. Forse non il prossimo novembre. All’Associated press gli studenti di Georgetown di oggi dicono di essere indecisi per la prima volta: «Ehi, io sono democratico. È così che sono cresciuto. Però poi ho sentito parlare Michael e ho capito che potrebbe piacermi». Dovesse vincere, Steele sarebbe il sesto senatore nero della storia degli Stati Uniti. Sarebbe anche l’anti Barack Obama.

Il ruolo della tv

I neri che cominciano a spostarsi a destra si siedono davanti al televisore e guardano Fox, la rete di Rupert Murdoch considerata vicina ai conservatori. Lo dice un sondaggio commissionato dal Center for American Progress, un think tank centrista diretto da John Podesta, l'ex capo di gabinetto di Bill Clinton. Percentuali: 55 afro-americani su cento sono devoti spettatori della rete di zio Rupert. La guardano tutti i giorni, contro il 30% degli ispanici e contro ovviamente gli arabo-americani: al 52% loro preferiscono la Cnn. Solo che questo si sapeva, mentre che i neri guardino la rete di Murdoch è una novità. Il dato sugli afro-americani è quello giudicato più significativo dagli esperti di mass media. Preoccupante, anche. Per i democratici. Il presidente dell'Asinello, Howard Dean, l’ha detto più volte: il suo partito dà il voto della comunità nera troppo per scontato e questo rischia di essere un errore. Poi, però, l’ex governatore del Vermont ed ex candidato trombato alla Casa Bianca è caduto in una delle sue clamorose gaffe: ha detto che i repubblicani sono «un partito di bianchi cristiani». Tutte le associazioni di black conservatives lo hanno preso di mira, su internet è arrivata la versione di questa frase mixata con l'urlo che tradì Dean durante le primarie democratiche 2004. Tutti hanno fatto notare al povero Howard che in fondo anche lui è un bianco cristiano.

Il futuro: i giovani

La rincorsa degli afro-repubblicani passa per una scelta strategica. All’inizio del 2004 il partito ha reclutato diecimila team leader neri e li ha messi in cammino. Chiese, comunità, campus. Poi candidati ovunque, alle elezioni comunali, in quelle circoscrizionali, in quelle di quartiere. Tanto per far capire ai ragazzi che i repubblicani di oggi non sono più quelli degli anni ’60 che stavano zitti sulla discriminazione. Oggi parlano e i neri del Gop hanno spazio. Condoleezza Rice ha fatto la sua parte: è un modello di riferimento per le ragazze, ma anche per i ragazzi. Condi è seconda nella classifica del gradimento degli afro-americani, una graduatoria annuale fatta su un campione standard e indicativo. Prima di lei c’è solo il reverendo Jesse Jackson. La Rice mette sotto anche Oprah Winfrey e vince tra i giovani. Hanno letto la sua storia a puntate su The Black Republican, una rivista piccola e combattiva. È l’organo ufficiale dell’associazione dei neri repubblicani. Target: uomini e donne tra i 25 e i 50 anni. Neri e tendenzialmente conservatori. Giovani, allora. Giovani perché è là che pesca più voti il partito. L’Howard College è la storica università dei neri: oggi secondo il liberal Boston Globe è diventata la roccaforte dei nuovi repubblicani. Ragazzi, studenti, laureati o laureandi. Cultura medio alta. Li ha convinti uno slogan inventato da Ken Mehlman: «Dateci una chance e noi vi daremo una scelta». Il 13% è un pizzico, ma è il doppio di sei anni fa. Non importa se il 2006 è l’anno dei repubblicani neri: possono prendersi un governatore e portare un senatore a Washington. Give us a chance, dicono. Eccola. Questa è una possibilità.


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giovedì, settembre 07, 2006

L'origine della schiavitù in America

Un gruppo di investigatori e di studenti universitari ha risolto un intricato giallo storico che ha per lungo tempo catturato l'attenzione di esperti e curiosi. Si tratta della dinamica e della storia dell'arrivo dei primi schiavi di origine africana sulle coste americane nel 1607, quando gli Stati Uniti diventarono una colonia del vasto impero britannico. È quanto rivela il Washington Post, che spiega come per ben 400 anni le teorie sull'arrivo dei primi deportati, ritenevano che questi gruppi di africani fossero
stati deportati per mezzo di una nave da guerra olandese che li trasportò delle Indie Occidentali alla Virginia.
Secondo la ricostruzione più recente invece è emerso che il gruppo di "schiavi"fu caricato in fasi successive dalle coste dell'Angola e del Sudafrica, su una nave portoghese adibita appositamente a questo compito. La nave fu poi intercettata e sequestrata in alto mare da un gruppo di pirati britannici, e quindi portata sulle
coste della Virginia. 
Inoltre dagli esami storici compiuti è emerso che il gruppo di deportati apparteneva a una singola etnia e non a diverse, come si credeva precedentemente.
La scoperta ha portato a una rivisitazione di un ampio filone storico che sarà resa pubblica il prossimo mese al Jamestown Settlement. Il museo della Virginia inaugurerà il nuovo programma in occasione dell'inizio delle celebrazioni del 400esimo anniversario della fondazione di Jamestown.

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giovedì, agosto 31, 2006

UNA GENERAZIONE INDECISA A TUTTO
di Vittorio Macioce

C’è una terra dove gli uomini non sanno scegliere. Qualcuno può pensare che sia una delle tante città invisibili di Calvino o un viaggio di Gulliver. Questa terra invece è molto più vicina e la gente che ci vive passeggia con te lungo le stesse strade, negli uffici dove lavori, davanti alla mappa della metropolitana, mentre segue con il dito le linee gialle, verdi o rosse. È la ragazza con cui stai a cena incantata davanti alla carta del cibo che dopo un quarto d’ora di ipotesi e ripensamenti ti chiede: «Tu che prendi?». E in quel momento vorresti ucciderla. È il neo laureato su cui cade la vera domanda metafisica di questi tempi, che non ha nulla a che fare con Dio, l’origine dell’uomo, il principio o la fine: «Cosa farai da grande?». Lui, l’ex studente, ti guarda e come il computer di Douglas Adams in Guida galattica per gli autostoppisti (Mondadori) risponde: «La risposta a tutto è 42. Se non vi sembra una risposta soddisfacente, è perché non conoscete la formulazione esatta della domanda».
L’eroe di questa terra e di questi tempi si chiama Dwight B. Wilmerding, ha ventotto anni, una buona famiglia alle spalle (i genitori divorziati da poco, un’amata - anche troppo - sorella maggiore, Alice). È laureato in filosofia e risponde all’help desk del colosso farmaceutico Pfizer. Vive a New York insieme a tre amici, ha una ragazza molto bella, si impasticca parecchio ed è indeciso a tutto. Non sa scegliere cosa mangiare, cosa fare, con chi stare, dove andare. Come Rosencrantz e Guildenstern prima di qualsiasi scelta si limita a lanciare in aria una monetina (ma per i due servitori di Amleto, nel testo di Tom Stoppard, la moneta diceva sempre croce).
Dwight è il protagonista di Indecision, il romanzo di Benjamin Kunkel. Il suo ritratto è più o meno questo: «Mi sentivo più lento che stupido, e avevo il sospetto che quello fosse sempre stato il mio problema. Forse il mio metabolismo temporale lento non era attrezzato per digerire efficacemente la vita moderna; o postmoderna».
DWIGHT VS OBLOMOV. La malattia di Dwight è una forma di abulia cronica. Kunkel, l’autore, si racconta come testimone della nascita di una nuova razza umana, precaria e metropolitana, con pochi interessi e nessuna passione, in cui la libido è ridotta e il senso di responsabilità non esiste. La soluzione, suggerisce il romanzo, è un farmaco, l’Abulinix. Il suo principio attivo è una truffa. L’Abulinix infatti è un placebo e il sospetto è che funzioni come una qualsiasi ideologia. L’abulia di Dwight ricorda un suo antenato del XIX secolo, Il’jà Il’ic Oblomov, l’eroe di Goncarov. Oblomov è ozioso come solo un filantropo in tempi di mercantilismo può esserlo. Il suo non è ozio, ma è un lento vagare dell’anima, è il torpore di chi guarda, con gli occhi semichiusi, l’agitazione inutile del mondo, senza esprimere giudizi, ma rallentando i ritmi del cuore per poter sognare.
Oblomov evoca la parola oblomok, scheggia, frammento. Un termine forse rubato da una lirica pubblicata da Evgenij Baratynskij nel 1842: «La superstizione: questa scheggia di un’antica verità. Crollò il tempio e in quelle rovine il postero legge un muto enigma privo di senso». Dwight e Oblomov vengono da un mondo che ha visto crollare i suoi templi. Ma fra di loro c’è la differenza del tempo. Dwight è un Oblomov che ha attraversato il Novecento. L’abulia dell’eroe di Goncarov nasce da un annichilimento della volontà. Il pallido eroe di Kunkel ha frantumato il pensiero. Non sceglie non perché non vuole scegliere, ma semplicemente perché non sa scegliere. Dwight ha troppi desideri, troppe suggestioni, ma non ha identità. In un mondo frantumato l’io deve essere forte, ma la filosofia di Dwight, e dei suoi cloni, ricorda il modo in cui Hegel liquidò il pensiero di Shelling: una notte scura in cui tutte le vacche sono nere.
IL LICENZIAMENTO DI ADAMO. La generazione di Dwight ha subito il tradimento di Dio. Quando Adamo fu cacciato dal paradiso terrestre, il creatore lo liquidò con un patto-maledizione: ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte. Il lavoro era fatica, ma anche l’ormeggio dopo l’addio all’Eden. Dio strappava Adamo dall’assoluto e lo faceva cadere nel mondo dell’incertezza, alla navigazione senza bussola. Il lavoro avrebbe contribuito a definire la sua identità. La società chiusa, tradizionale, era radicata alla terra. L’uomo si identificava con il suolo, con i confini dei campi, con la venerazione dei padri. Il passaggio successivo è la piazza, luogo di scambi e di opinioni, dialogo e commercio, politica e denaro. È la nascita della polis, il passaggio dalla comunità alla cittadinanza. La modernità s’identifica, come luogo, con la fabbrica, che segna l’ingresso delle moltitudini nella storia, l’emancipazione dell’operaio massa.
Dwight, che ha studiato filosofia, queste cose le sa. Pensa di essere arrivato tardi all’appuntamento con la storia. E ha nostalgia di qualcosa che non ha conosciuto. Ha capito comunque che il principio d’identità, al tramonto della modernità, è il call center, il santuario del Dio dell’incertezza, il lavoro come dimensione precaria della vita, qualcosa che non ti accompagna dalla culla alla tomba, ma limita i tuoi orizzonti al quotidiano. Dwight non vede il futuro, non ricorda il passato e ha un’idea del presente confusa e frammentaria. E a un suo amico chiede: chi possiamo incolpare per tutto questo schifo? «Potremmo incolpare la generazione immediatamente precedente. Etichettandola come malvagia usurpatrice di un regime buono e giusto durato per un lunghissimo tempo. E poi potremmo ucciderli».
ITACA ADDIO. Le relazioni che regolano la terra di Indecision si basano sul principio della liquidità di Zygmunt Baumann. La famiglia non garantisce più stabilità, la comunità di amici ha le stimmate dell’adolescenza infinita, i sentimenti sono un universo ambiguo. Le donne di Indecision pensano, amano e si muovono come cloni di Sex and the City e come Bibbia hanno Vanity Fair. Le ragazze sono quasi per definizione bisex. Ed è una scelta che non ha nulla a che fare con l’omosessualità. L’amore saffico è solo un’alternativa al «piacere maschile».
Dwight avrebbe poi anche serie difficoltà a definire cosa sia un essere umano. Come tutti sembra interrogarsi sul grado di coscienza e di vita dell’embrione. Nutre dubbi sulla selezione genetica, ma ha fiducia nelle capacità biotecniche della scienza (non nella sua etica). Ha letto abbastanza fantascienza da poter disquisire per ore sulle conseguenze della clonazione, parlando di doppio, immortalità, identità. Ma non ha idea di dove finisca l’uomo e cominci il post-umano.
Benjamin Kunkel ha definito se stesso e i personaggi del suo romanzo «indecisi a tutto». Il commento rubato su un blog di una sua coetanea: «Tu pensi che il nostro problema sia navigare. Credi che siamo troppo immaturi per affrontare il mare aperto. Tu ci accusi di non avere il coraggio di Ulisse. Nulla di tutto questo. Il problema non è il mare, ma la casa. Non sappiamo dove e cosa sia quell’isola chiamata Itaca».

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categoria:letteratura
giovedì, agosto 31, 2006

Vivarelli: «L’Occidente ucciso da Voltaire»
di Vittorio Macioce

Roberto Vivarelli ha 77 anni e sta vivendo una vecchiaia controcorrente. Sembra un uomo di un altro secolo. Non ha mai spedito una mail. Non ha un cellulare. Il suo numero di telefono, escluso il prefisso, è di cinque cifre. È un pensionato che non si fida dei giornalisti. «Se proprio vi viene voglia di pubblicare una mia foto - ti dice - state attenti a non confondermi con mio fratello. È facile: lui ha la barba, io no». Ma Vivarelli è soprattutto uno storico e le sue parole, ogni volta che scrive, finiscono per toccare i nervi sensibili della cultura italiana. Ha passato una vita in cattedra. È stato docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa. I conti con il passato li ha fatti sei anni fa, quando in La fine di una stagione (Il Mulino) rivelò il suo passato repubblichino. «Avevo 13 anni. Mio padre, ufficiale, era stato ucciso dai partigiani di Tito. Vivevo l’8 settembre del ’43 come un tradimento. Ho scelto l’onore e il dovere». È solo un ragazzo, forse un po’ troppo testardo. Chiede di arruolarsi nella Rsi e gli dicono no. Va a Roma e gli rispondono sempre no. Alla fine ci riesce e finisce a fare la guardia davanti al quartiere generale di Pavolini. Quando racconta tutto questo, dopo una carriera da storico al di sopra di ogni sospetto, tanto da insegnare a Pisa e lavorare in Toscana all’Istituto storico della Resistenza (la roccaforte della storiografia antifascista) molti suoi colleghi smettono di salutarlo. Quelli che leggono il libro sbiancano. Vivarelli, infatti, non rinnega il suo «errore» di gioventù, ma pone sul piatto della storia italiana un quesito: quali erano le ragioni dei vinti? Insomma, non rinnega, ma spiega. I partigiani avevano i loro ideali, ma anche gli altri, i fascisti, avevano i loro. L’onore, appunto. Il dovere, appunto. E se proprio bisogna biasimare qualcuno guardate alla «zona grigia» di chi è tornato a casa. La maggioranza. «La vedo scettico su quest’ultima considerazione», dice Vivarelli. «Abbastanza. Quelli che sono tornati a casa hanno fatto la scelta più saggia. Niente sangue e hanno pensato alla famiglia. Sono gli stessi che hanno ricostruito l’Italia, più delle due minoranze bellicose». Vivarelli scuote la testa: naturalmente non è d’accordo. Comunque sia la pubblicazione delle sue memorie genera turbolenza. Polemiche e dibattiti. L’accusa di revisionismo. Come si fa a mettere sullo stesso piano i padri della Repubblica con gli alleati del nazismo? Sono passati sei anni e Vivarelli dice: «Non ho cambiato idea». Sapeva dell’Olocausto? «No, né io né gli altri. Ma chi ha scelto di continuare la guerra dalla stessa parte dove l'aveva iniziata l’ha fatto per altre ragioni». Si aspettava attacchi personali così duri? «No, e mi fanno ancora male». Il suo merito è di aver parlato di ciò di cui non si doveva parlare.
Questo è Vivarelli. Qualche tempo fa il professore, che il 10 giugno riceverà il premio «Cherasco», ha pubblicato il saggio I caratteri dell’età contemporanea (Il Mulino). È una riflessione sul destino dell’Occidente, sulla sua storia, sugli incroci che ne hanno definito l’identità, su quello che è stato, su quello che ha perso, su quello che rischia di perdere. Vivarelli parte da lontano, dalle radici di un universo culturale che lui vede, oggi, in bilico, come smarrite. La sua tesi è chiara e ricorda, in alcuni punti, le parole di Ratzinger sul rischio del relativismo. L’Occidente, per Vivarelli, nasce dall’incontro, non facile, tra l’etica cristiana e l’economia di mercato. È questo che rende l’Occidente diverso, anzi superiore, rispetto alle culture che vengono da Est, islamica, indiana o cinese. «Questo - sottolinea il professore - dovrebbe farci riflettere sull’idea di esportare la democrazia dove ancora non ci sono le condizioni storiche e sociali per farlo. Bisogna rispettare i tempi della storia».
L’Occidente ha bevuto fino in fondo il calice della modernità, solo che a un certo punto ha faticato a riconoscersi. La svolta, per Vivarelli come per Ratzinger, non avviene nel Novecento, ma qualche secolo prima. Il Papa indica come momento di rottura l’Illuminismo, la ragione che diventa religione, l’uomo che si affida alla scienza e relega Dio nello sgabuzzino della superstizione, la modernità che recide il cordone ombelicale con la tradizione. Il nuovo, l’eterno nuovo che si ripresenta in forme sempre più estreme, che non accetta il dialogo con il vecchio. Questo è il Papa. Vivarelli, il vecchio allievo di Federico Chabod, lo studioso che ha curato le opere di Gaetano Salvemini, lo storico anti-fascista che ha confessato la sua militanza adolescenziale nei repubblichini di Salò, ci aggiunge nomi e cognomi. L’Occidente si è smarrito quando il cattolicesimo «libertario» di Erasmo da Rotterdam è stato sostituito dal «laicismo illuminista» di Voltaire.
Voltaire è un nome sacro della nostra cultura. Toccarlo, bisogna riconoscerlo, è ancora un tabù. Lo è per molti liberali, lo è senza dubbio per gli eredi dell’azionismo, lo è perfino per gli orfani del marxismo. Voltaire è lo «sguardo altro». Voltaire è la tolleranza. Voltaire è il secolo dei Lumi. Voltaire è il padre del relativismo culturale. Ed è qui che Vivarelli punta l’indice. La morale di Voltaire apre la strada al libertino De Sade, la sua politica porta a Rousseau, e da qui a Robespierre e al terrore, al germe del totalitarismo, al sangue che chiama sangue, lì dove il tutto annega l'individuo. Nuove polemiche. L’accusa di «oscurantismo» è quasi scontata. Il più duro, sulle pagine del Corriere della Sera, è un suo ex allievo: Sergio Luzzatto. La sua delusione si può riassumere più o meno così: il Vivarelli che ricorda i suoi giorni di Salò non era una parentesi. La replica arriva da Gaetano Quagliariello. È uno scontro tra storici. «Quel che non si può sopportare è che a questi temi e a questi confronti venga preventivamente tolta dignità culturale. Quando Luzzatto getta il ridicolo sulla tesi e sugli argomenti del Vivarelli dimentica la distinzione tra liberali illuministi e liberali tradizionalisti, che non è stata inventata oggi». È il tema di fondo del referendum sui temi della bioetica, sulla questione shakespeariana dell’embrione, quell’essere o non essere che ha diviso di nuovo i liberali. La stessa che ha messo in difficoltà l’Ulivo post-marxista da quello post-democristiano. La questione politica e filosofica che definisce i confini dell’umano (e del post-umano). «Massimalisti e moderati. Le ricorda niente questo?». Lo schieramento classico di tutte le battaglie intellettuali e politiche del Novecento. «Non solo del Novecento. Io direi di molto, molto, prima». Professore, lei si definirebbe antimoderno? «Io non mi definirei. E comunque la modernità non è un dato che si può cambiare. La storia ha il suo corso. L’unica cosa che si può fare è non smarrire le radici. Non interrompere il filo con il passato. La cura peggiore nei confronti della modernità è la rivoluzione, l’utopia di poter cancellare tutto e ricominciare da zero».
Il XXI secolo è iniziato sei anni fa. Questo studioso di quasi ottant’anni, in poco più di un lustro, è stato trattato come un fascista non pentito, uno che ha messo in discussione i principi fondanti della Repubblica, un rinnegato, allievo degenere di Chabod, uno che ha parlato troppo tardi (ed era meglio se stava zitto), un reazionario, un papalino, un collega scomodo, uno che ha “scapezzato” quando era troppo giovane e troppo vecchio, un anti-illuminista. «Quello che mi fa più male - dice - è la critica alla persona, non alle idee. La verità è che la tribù degli storici italiani è malata di conformismo. E quando tocchi questioni di confine ti saltano addosso. Ma sono vecchio e posso permettermelo. L’unica cosa che mi preoccupa è vedere questa fede assoluta nella scienza, come se fosse il paradigma di tutte le verità. Ogni tanto sarebbe utile ricordare che la scienza senza etica è cieca. Avanza al buio e può fare danni». Ancora una volta l’Occidente torna a fare i conti con la modernità. È il suo destino.

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lunedì, marzo 27, 2006

Salman Rushdie e l'islamismo totalitario

Il Kashmir era il paradiso. L'estate di Salman Rushdie cominciava a luglio, quando partiva per la terra di suo padre. Era un bambino annoiato di Bombay, che cercava le montagne oltre le grandi pianure. Era il luogo del sogno. «Il Kashmir - racconta Rushdie - nasconde qualcosa di magico. Quando gli indiani della città arrivano lì, scoprono la neve. Scendono dall'aereo e guardano i cumuli ai bordi della pista. È neve sporca di asfalto e cherosene, ma loro si inginocchiano, la afferrano e la guardano come fosse oro.  Il Kashmir è l'Islam che non ha tabù. L'erotismo delle donne è arte antica. È qui che Sherazade ha rubato le sue storie e le ha raccontate per mille e una notte al nobile Shahriyàr. Chi vive qui guarda all'India e all'Islam con lo stesso sguardo distante, un atteggiamento che si riduce a tre parole: lasciateci in pace».
Le storie di Shalimar il Clown (Mondadori, pagg. 400, euro 18,50) hanno il profumo del Kashmir, sanno di amore e di oblio, di tradimento e passione. È la storia di un clown che vuole volare e di una ballerina che lo sprofonda nell'abisso.  È la storia di un clown che diventa terrorista per vendetta, per rabbia, perché l'amore che s'infrange non fa prigionieri. Sono le storie, di terrore e identità, di personaggi che attraversano il secolo e il mondo con in tasca sempre la stessa domanda. È la domanda che assilla ebrei e musulmani, ambasciatori a stelle e strisce, vergini pandit e irrequiete meticce che hanno paura di sognare.
L'orgoglio dell'identità, l'illusione dell'identità, la maledizione dell'identità, un demone che tormenta tutti, tranne i falsari.
Salman Rushdie il reietto, l'apostata, l'uomo colpito dalla fatwa, che fugge una condanna a morte compagna di vita, sta comodamente seduto su una poltrona dell'hotel Bulgari a Milano. Da tempo ha imparato a sorridere dell'Islam e dei suoi spettri. Forse gli scrittori come i falsari non hanno l'assillo dell'identità. Rushdie non ha pene d'amore. Non ha vendette. Ha vissuto molte vite, più di quanto sia lecito immaginare. Ha il cinismo giusto per non chiedersi più: chi sei? 

Chi è Salman Rushdie?

«È un personaggio complesso. È originario del Kashmir, ma è cresciuto a Bombay. È un musulmano che ha saputo integrarsi in Gran Bretagna. È un cittadino di New York, un padre, un marito, uno scrittore, un tifoso del Tottenham, che in America ha scoperto il baseball, uno insomma confuso anche dal punto di vista sportivo. E sì, d'accordo, uno che ha anche imparato a convivere con la fatwa e sta bene con se stesso».

Tutti i suoi personaggi, invece, sono in crisi d'identità. 

 «È vero, loro più di me riflettono lo spirito del tempo. Tutti hanno bisogno di ritrovarsi. Shalimar ha il sogno del volo, che è una definizione ma anche una fuga. Noi stiamo vivendo in un'era in cui la ricerca dell'identità è diventata una questione centrale. Siamo precari, indefiniti, indefinibili, senza certezze e con orizzonti che sono troppo grandi per il nostro piccolo cuore. La paura del vuoto genera fanatismo».

La soluzione?

«La soluzione, appunto?».

Trovare identità forti.

«È un'illusione, un'utopia. Non è più possibile identificare qualcuno con un solo aspetto. Dobbiamo arrenderci alla bellezza, e alla libertà, dell'uomo politeista. Non nel senso di un uomo che crede in numerosi dei, ma di un uomo che convive con le sue molteplici identità. Non è più vittima di una definizione monocromatica di se stesso. Quest'ansia di appartenenza ha conseguenze politiche drammatiche. La monoidentità esclude la tolleranza».

Benedetto XVI è stato definito un Papa dell'identità. Magari questa è la chiave di lettura per trovare il dialogo con l'Islam? 

«Non credo. Anche se non seguo con attenzione le parole del Papa. Diciamo che non è uno dei miei interessi quotidiani...».

Shalimar, il clown, diventa terrorista per un amore tradito.

«Shalimar è un terrorista finto. Non ha ideali. Non agisce per idologia. L'obiettivo della sua vita è prendersi la sua vendetta. Il suo obiettivo è l'uomo che ha rubato l'amore della sua donna. Sceglie di entrare in un gruppo di fanatici solo perché il loro obiettivo coincide con il suo. Shalimar è un uomo d'onore colpito nel suo orgoglio.  Non accetta l'immagine di maschio sconfitto. Quando incontra la madre alla vigilia dell'attentato si lamenta e dice: “sei fortunata a non essere uomo. Non ti sentirai mai così umiliata”. E lei risponde: “Sei fortunato a non essere donna, così non devi vedere tuo figlio morire”. Ma quello di Shalimar non è il ritratto di un terrorista. Il vero figlio del terrore è il fratello Anis, ispirato dal nazionalismo, dalla fede religiosa, dall'ideologia. Shalimar è un figlio del passato, una vittima della tradizione. Anis è figlio del suo tempo, del nostro tempo».

Qualche tempo fa lei ha firmato il manifesto dei dodici.

«Sì, dopo la pubblicazione delle vignette».

C'è scritto: dopo aver vinto il fascismo, il nazismo, lo stalinismo, il mondo ha di fronte una nuova minaccia globale di tipo totalitario: l'islamismo.

«Le suona strano?»

L'islamismo è totalitario?

«Quello politico sì. È un'ideologia totalitaria che usa in modo mediatico la figura di un super-leader carismatico. L'opinione pubblica occidentale fatica a rendersi conto di questo.  La vedo titubante, sempre preoccupata di offendere il sentimento religioso di chi usa Dio come scusa per il terrore. Siamo arrivati a mettere sullo stesso piano le vignette satiriche e le intimidazioni, le minacce. È assurdo dire: “Vabbè, ci minacciano, ma li abbiamo provocati”. Si confonde il cattivo gusto con la violenza».

Ma lei le vignette le avrebbe pubblicate?

«Ne avrei pubblicata solo una, perché è l'unica davvero divertente».

Quale?

«Il Profeta parla a un kamikaze pronto a morire:  “Fermati, ho finito le vergini”. Mi fa ridere e come direttore l'avrei pubblicata. Le altre erano un po' tristi come umorismo».

La Turchia voleva processare Orhan Pamuk per aver parlato del genocidio armeno. È questa la Turchia che vuole entrare in Europa?

«Speriamo di no. Il caso è archiviato e Pamuk non finirà in carcere. Ma resta assurdo che nel codice penale turco ci sia una norma che vieti di dire la verità».

Salman Rushdie ha mai cercato il paradiso?

«Qualche volta».

E l'ha mai trovato?

«Tanti anni fa. Nel Kashmir».

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categoria:letteratura, islamismo, rushdie, salman, shalimar
giovedì, febbraio 02, 2006

Bielorussia, l'ultimo dittatore

In Bielorussia, paese per molti versi con le lancette ferme sull'ora del totalitarismo sovietico, il presidente con i baffetti a metà tra Hitler e Stalin si prepara ad altri cinque anni di potere assoluto malgrado i tuoni e fulmini dell'Unione europea: il 19 marzo si vota per la scelta del capo dello Stato e a Minsk nessuno dubita che Aleksandr Lukashenko vincerà alla grande, con o senza brogli.  Che importa se l'amministrazione Bush lo tratta da «ultimo dittatored'Europa», se l'Ue ne stigmatizza la gestione autoritaria e minaccia ulteriori sanzioni, se sotto di lui rispetto dei diritti dell'uomo e libertà di stampa lasciano sempre più a desiderare: Lukashenko, 51 anni, ex-direttore di una cooperativa agricola, dal 1994 uomo forte in quell'impoverito Paese slavo di dieci milioni di abitanti che fa da cuscinetto tra Polonia e Russia, sarà gettonato da almeno il 55% dei connazionali, secondo un sondaggio apparentemente credibile.  «Grazie ai brogli vincerà al primo turno con il 70% dei voti», prevede l'entourage di Aleksandr Milinkevic che ha l'ingrato compito di sfidarlo come «candidato unico» della
debole, frantumata, tartassata opposizione.  Supportato dal Cremlino di Vladimir Putin, che gli vende il gas russo ad un prezzo di estremo favore (appena 50 dollari ogni mille metri cubi), Lukashenko è una conferma vivente di come i dittatori possano essere popolari. In particolare se hanno il controllo totale dei media e spadroneggiano di continuo in tv.  Soprattutto fuori Minsk, nelle campagne, la gente gli è grata per la stabilità finora garantita, per i prezzi politici sui generi di prima necessità, per aver 'paternalisticamentè risparmiato al Paese le tremende convulsioni sofferte dalla Russia e da altre repubbliche ex-sovietiche dopo il traumatico crollo dell'Urss.  In effetti non è ancora nemmeno certo se Milinkevic - accreditato dai sondaggi con il 18% dei suffragi - sarà in lizza per le presidenziali di marzo anche se la sua candidatura è stata supportata da 200.000 firme (il doppio del minimo): la Commissione elettorale - pilotata dagli uomini di Lukashenko, che di firme per la candidatura ne ha incamerate addirittura 1,9 milioni a riprova di quanto mastodontica e ben oliata sia la sua macchina politica - potrebbe metterlo fuori gioco con qualche cavillo procedurale.  Cinquantotto anni, professore di fisica, ex-vicesindaco di una città di provincia (Grodno), a capo di una Ong che si occupa di sviluppo regionale, Milinkevic rischia tra l'altro la squalifica per aver chiesto nei giorni scorsi all'Ue di premere con forza sul regime Lukashenko affinchè le prossime elezioni presidenziali si svolgano in modo democratico: quanto basta per configurare un'accusa di vilipendio nei confronti della Bielorussia in base ad una nuova, controversa legge che punisce duramente la libertà di parola.  Oltre a Lukashenko e a Milinkevic altri due potenziali candidati hanno superato la soglia delle centomila firme entro la scadenza ultima del 27 gennaio e dovrebbero quindi partecipare alla campagna elettorale che sarà ufficialmente aperta a partire dal 21 febbraio: l'ex-rettore dell'università di Minsk, Aleksandr Kozulin, e Serghei Gaidukevic, leader del Partito Liberal-democratico. Kozulin testimonia che, a dispetto degli sforzi fatti, le opposizioni non sono riuscite nemmeno stavolta a compattarsi dietro un'unica figura. Gaidukevic è invece considerato un fantoccio di Lukashenko, utile per dare una qualche parvenza di costituzionalità alla chiamata alle urne se i candidati veri dell'opposizione dovessero per qualche ragione essere esclusi.  Malgrado non sembri un trascinatore di popolo, Milinkevic promette che sulla falsariga delle «rivoluzioni colorate» a Tbilisi e a Kiev organizzerà grandi proteste di piazza a Minsk in caso di brogli, ma Lukashenko lo ha avvertito: non saranno tollerati colpi di mano finanziati dall'Occidente. «Dubito - ha affermato il padre padrone bielorusso - che spunteranno le barricate. Dopo le elezioni ci sarà qualche attività politica ma poi finirà. Da noi - ha tagliato corto - non si creeranno scenari ucraini o georgiani».
(Fonte Ansa)

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martedì, dicembre 13, 2005

L'America e la grazia perduta
(In morte di Stanley Williams)

La vena non ne voleva sapere di saltar fuori dal braccio da ex culturista di Stanley Williams.
La morte non ha avuto fretta con l'uomo che ha costretto l'America a scuotersi dalla ruotine delle esecuzioni e a interrogarsi di nuovo sulla pena capitale. Quando l'ago con il veleno è riuscito finalmente a compiere il proprio lavoro, erano passati 34 lunghissimi minuti di tensione e imbarazzo nella camera della morte del carcere californiano di San Quintino. Due pugni alzati nel segno del potere nero hanno dato l'addio a Williams. Più ancora del traguardo dei giorni scorsi del millesimo morto da quando è stata reintrodotta nel 1976 la pena capitale, l'esecuzione del fondatore della gang dei Crips ha scosso le coscienze e diviso gli Usa, oltre a suscitare reazioni nel resto del mondo. Non ci sono state le temute esplosioni di violenza nelle strade di Los Angeles, quelle dove Tookie Williams negli anni '70 imperversava con i suoi Crips e dove avrebbe ucciso nel 1979 le quattro persone per le quali è stato condannato.  Ma l'esecuzione, per la quale i media hanno messo in campo lo schieramento dei grandi eventi, ha riacceso il dibattito in un paese che mantiene una solida maggioranza dell'opinione pubblica a favore della pena capitale (66% secondo gli ultimi sondaggi), ma sta ripensando nelle aule di giustizia la sua applicazione, come dimostra il drastico calo delle condanne.  Nel frattempo, però, la macchina delle iniezioni letali prosegue: nella notte tra mercoledì e giovedì toccherà in Mississippi a John Nixon, che dovrebbe diventare il morto numero 60 negli Usa nel 2005, uno in più rispetto al 2004. A 77 anni, Nixon sarebbe anche il più anziano detenuto a venir messo a morte da oltre un secolo.
 - UNA MORTE LENTA: Williams, 51 anni, è stato condotto nella camera della morte alle 11:59 locali, sdraiandosi sul lettino sotto gli occhi degli addetti all'esecuzione e di 39 testimoni.  Due minuti dopo è cominciata la procedura per l'iniezione letale. Il condannato è rimasto in silenzio, evitando qualsiasi dichiarazione finale, mentre gli infermieri cercavano con sempre maggior agitazione di individuare una vena utile. Dopo 11 minuti, Williams ha alzato la testa, visibilmente irritato: «State facendo le cose nel modo giusto?», ha chiesto. Le tre sostanze usate per le esecuzioni hanno cominciato a venir pompate alle 12:18. Il gigantesco Williams ha tremato, il respiro si è fatto affannoso, poi si è interrotto. La morte del detenuto numero C29300 è stata decretata 35 minuti dopo la mezzanotte (le 09:35 di martedì in Italia). «Williams è sembrato frustrato dal fatto che le cose non siano andate con la velocità che sperava», ha commentato in seguito il direttore del carcere, Steven Ornoski.  Due amici neri di Williams presenti tra i testimoni hanno alzato il pugno in segno di saluto. Poi è partito un grido che ha fatto sobbalzare tutti, nel silenzio del camera della morte: «Lo stato della California ha appena ucciso un innocente!».
 - PROTESTE E LACRIME: All'esterno del carcere, circa 2000 persone hanno manifestato a lume di candela e cantato 'Swing Low, Sweet Chariot con Joan Baez. Il governatore della California, Arnold Schwarzenegger, che a poche ore dall' esecuzione ha rifiutato la grazia, è stato chiamato «assassino a sangue freddo» da Barbara Becnel, che con Williams aveva scritto negli anni scorsi libri contro la violenza giovanile, indicati dai sostenitori del condannato come una delle ragioni per le quali meritava il perdono.
 - UNA DEDICA FATALE: Schwarzenegger è stato durissimo nelle cinque pagine con le quali ha motivato il proprio rifiuto a intervenire. La 'redenzionè che Williams sosteneva di aver intrapreso nell'ultimo decennio è stata ritenuta «vuota di contenuti» dal governatore. L'assenza di rimorso per i quattro omicidi del 1979 - dei quali il condannato si proclamava innocente - per Schwarzenegger era un ostacolo insormontabile.  Ma Williams sembra essersi giocato la grazia anche per una dedica inserita all'inizio di un libro del 1998, 'Life in Prison', a Nelson Mandela, Malcolm X, Angela Davis, Mumia Abu-Jamal e molti altri «che hanno sperimentato l'infernale oppressione della vita dietro le sbarre». Schwarzenegger ha dedicato ampio spazio a questa dedica, nelle sue motivazioni, sottolineando che Williams aveva scelto anche killer spietati.  Il governatore si è detto particolarmente indignato dalla scelta di inserire anche George Jackson, un attivista nero protagonista nel 1970 di una sanguinosa rivolta a San Quintino.
 - UN'AMERICA CHE CAMBIA: Il dibattito innescato dalla morte di Williams ha fatto però emergere, nelle analisi di molti esperti, come nonostante casi che scuotono le coscienze di tanto in tanto, gli Usa siano in realtà in un periodo di netta frenata e di ripensamento sulla pena capitale.  Proprio nei giorni del millesimo morto e dell'esecuzione di Williams, si sussegono prese di posizione di procuratori distrettuali e di comitati editoriali dei quotidiani che sprimono a chiare lettere il proprio disagio. Secondo gli esperti, quella del primo scorcio del XXI secolo non è più l'America degli anni Novanta, quella delle 152 esecuzioni decretate da George Bush come governatore del Texas o quella del governatore dell'Arkansas Bill Clinton, pronto a orrere a dare il via libera a un'esecuzione duranta la campagna presidenziale del 1992, per non rischiare di perdere contro Bush padre.

(Fonte Ansa)

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martedì, dicembre 13, 2005

Alessandro Piperno, laziale atipico

Alessandro Piperno su Nuovi Argomenti racconta la sua lazialità. Teoria e pratica di una fede biancazzurra. Scrive: "Possedevo collezioni complete delle divise della Lazio, ma anche le tute di allenamento, per non parlare delle maglie dei portieri. In quegli anni la Lazio era una squadra disgraziata, derubata, degradata (un'allitterazione che vale perfettamente quel dramma). Ma a me piaceva così. Anzi, avevo il vezzo di acquistare la maglia dei giocatori più mediocri. Mi si poteva incontrare per Roma con la maglia di Arcadio Spinozzi, un libero all'antica il cui viso sembrava essere divorato dalla barba. (...) Arcadio Spinozzi era la Lazio. La rappresentava molto più di campioni del calibro di Giordano e Manfredonia, che l'avevano svenduta senza ritegno. Quella maglia d'un blu assai più elettrico di quanto apparisse in tv era tutta per Arcadio. La mia Arcadia...".

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