martedì, gennaio 28, 2003
Chi rinuncia al lettore generico, anche quello che non piace, quello fastidioso, che non ha nulla a che fare con te, quello razzista o troppo democratico, quello che dice “sul mio giornale” e quello che legge solo le notizie sulla Juventus, quello che è sempre più a destra o più a sinistra della linea editoriale, o ancora peggio fermo al centro da secoli, anche quello che in metropolitana sbircia la copia di un altro, tutti i lettori che se ne fregano di diventare tuoi amici, chi – direttore di qualsiasi testata – pensa di fare a meno di questa scocciatura ha una sola alternativa, per restare in edicola: affidarsi completamente ad un mecenate (un privato, un partito, una lobby, un gruppo o una confederazione di industriali, altrimenti lo Stato) e sperare che non si metta tra i piedi. Insomma, o ci si ritiene molto fortunati o si rinuncia a qualsiasi utopia sull’indipendenza e l’autonomia del giornalismo.
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martedì, gennaio 28, 2003
C’era un tempo in cui chi cominciava a fare questo mestiere aveva in testa certi nomi, quasi leggendari, un po’ come la formazione del grande Torino: e allora uno citava il Montanelli di Finlandia o d’Ungheria, qualcun altro le storie di Buzzati, i viaggi di Ettore Mo, di Egisto Corradi, di Mimmo Candito o di Alberto Cavallari e via così, i più anziani o più nostalgici ripensavano a Barzini, quelli che poi speravano di diventare scrittori scomodavano Hemingway o Dos Passos, o comunque tutti quelli che per un motivo o per l’altro, in pace o in guerra, se ne andavano in giro a narrare, chiedere, scoprire, inventare, scrivere, raccontare. Erano gli inviati, l’aristocrazia del giornalismo, la nobiltà di suola e di penna (o di Olivetti lettera 32).
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martedì, gennaio 28, 2003
Ora no, se questa è ancora un’aristocrazia appare stanca, malandata, decimata, ipotetica, sotterrata dai bilanci e dal contratto nazionale, non più ruolo, ma funzione. E con loro, in fondo, si è sentita orfana anche la borghesia del giornalismo: il cronista di provincia, quello di nera, lo stesso redattore di macchina, perché la nuova nobiltà (più oligarchica che aristocratica) ha un volto che in genere sta sulle scatole a tutti.
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martedì, gennaio 28, 2003
La nuova nobiltà è infatti il rubrichista, che ha trasformato il suo orticello in feudo. Una sorta di giornalista con proprietà terriera, che alle illegittime, secondo il diritto feudale, ingerenze del direttore non esita a rispondere: “La rubrica è mia e la gestisco io”.
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martedì, gennaio 28, 2003
La rubrica feudo, che davvero permette al giornalista di passare dal salario alla rendita, è qualcosa di più di uno spazio autogestito, è ormai il nodo di una rete di favori, marchette, segnalazioni. Un rete che ragiona come una casta, quella dei rubrichisti. Una corporazione, un club dove i soci si legittimano a vicenda, dialogando e litigando dal Corsera a Panorama, dal Foglio a Sette, da Repubblica al Riformista, dai supplementi ai femminili, dai bimestrali agli inserti culturali.
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martedì, gennaio 28, 2003
C'è un romanzo che voglio leggere al più presto. Le bozze sono in arrivo, mi dicono. L'autore si chiama Hari Kunzru. Il titolo italiano del romanzo è L'IMITATORE. La trama la trovate sul sito Einaudi
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martedì, gennaio 28, 2003
C'è un romanzo che voglio leggere al più presto. Le bozze sono in arrivo, mi dicono. L'autore si chiama Hari Kunzru. Il titolo italiano del romanzo è L'IMITATORE. La trama la trovate sul sito Einaudi
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martedì, gennaio 28, 2003
Hari Kunzru è nato a Londra nel 1969. Ha scritto per «The Guardian», «The Economist» e «Wired». L'imitatore è il suo primo romanzo. Nel 2001 ha vinto il Betty Trask Prize.
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domenica, gennaio 26, 2003
Viaggio premonitore sulla flessibilità. Da IDEAZIONE
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domenica, gennaio 26, 2003
Viaggio premonitore sulla flessibilità. Da IDEAZIONE
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