L'ultima notte di Sarah Kane
di Miriam D'Ambrosio
Sono le 4:48, l’alba non è così lontana, ma la notte è padrona. Buio, buio totale, rumore assordante, rumore e buio. Scatti di luce accecante, strappi improvvisi, corsa, corsa estenuante ma senza affanno e sudore, senza meta. E il suono è respiro, squillo, treno, sirena, vento, foglie cadute calpestate, mentre il corpo racconta il disagio dell’anima.
“4:48 Psychosis” di Sarah Kane (1971 – 1999) non è una storia, è la messa in scena del dolore tangibile, della lacerazione che non raggiunge catarsi, della notte interiore dove la luce è artificiale, insufficiente. La poesia altissima del testo, l’ultimo scritto da Sarah prima di congedarsi da un mondo in cui non aveva più voglia di vivere, crea un ritmo perfetto, scandito dai silenzi sapienti, dal vuoto di spazi concessi al tempo del pensiero.
Non c’è resa, non c’è abbandono, perché il desiderio della vita realizzato con la morte è solo un uscire di scena, è non rinunciare ad essere e rinnegare un mondo che toglie respiro all’uomo. Lotta estenuante per l’affermazione di un umanesimo ormai impossibile ma necessario per continuare ad amare, ad amarsi.
Tutta la potenza, la lucidità, la bellezza della parola di “4:48 Psychosis” (tradotto da Barbara Nativi) sono restituite dalla regia di Daniele Abbado e dal corpo di Giovanna Bozzolo, in scena in Prima nazionale al Teatro Franco Parenti di Milano fino a domenica 16 novembre.
L’intenso lavoro fisico affrontato dall’attrice asseconda il ritmo di scrittura di Sarah, l’invasione delle parole e il loro ritrarsi per fare largo al pensiero, alta marea e risacca.
Il corpo è segno che materializza la paura, la tenerezza, la difesa, il tono innocente e spietato della giovanissima autrice inglese, il caos e la ferita dell’anima avvolta in un sudario che dichiara la voglia feroce della vita, perché nessuno ha mai voglia di morire, nemmeno i suicidi.
Mentre l’attrice narra fisicamente la devastazione e il profondo senso di inadeguatezza, il dolore resta sospeso e sullo schermo bianco alle sue spalle appare lei, imprigionata in bende strette, sdraiata, oppressa, immagine della mente scissa dal corpo, scomposizione e ricomposizione delle parti. Le luci e i suoni, violenti o assenti, frammenti, interruzioni, desideri inespressi di emozioni inespresse e impossibili da ricordare, sono linguaggio chiaro che attraversa, paralizza, scuote. L’ora scelta da Sarah Kane è quella in cui, pare, si concentrano la maggior parte dei casi di suicidio. Un’ora vicina al giorno che non arriva.
“4:48 Psychosis” è stato scritto in ospedale una settimana prima di morire, nel febbraio del 1999, tra il 3 e il 20, il giorno del suo ventottesimo compleanno e quello in cui decise di chiudere definitivamente con il mondo.
Non è un testamento, non è un estremo messaggio, non è una pagina di diario segreto lasciato ai posteri per esprimere un’angoscia intima. I testi di Sarah (un pugno di scritti teatrali composti nel breve tempo che si è concessa) e questo in particolare, non sono mai il grido di un dolore privato, circoscritto, ma sempre l’espressione di un dolore cosmico, intollerabile, che abbraccia la terra intera.
Sangue, lacrime e violenza di un’umanità che offende l’uomo in modo sistematico, ripetibile, da sempre. E allora si fugge, ci si ferma alle soglie del terzo millennio senza aspettarlo, con il suo carico di orrore nuovo che Sarah Kane sentiva dentro e non ha voluto vedere.
Kader Abdolah
Il taccuino di Teheran
di Vittorio Macioce
Questa è la storia di un libro che nessuno riesce a leggere. E’ la storia di un padre sordomuto e di un figlio che narra. E’ un diario vergato a caratteri cuneiformi, di cui nessuno ricorda l’alfabeto, di cui nessuno conosce le parole e forse ti parla del destino di un popolo o, forse, solo di quello di un uomo. Kader Abdolah ha attraversato la notte più nera dell’Iran, da cospiratore, da fuggiasco, da esule. Il suo vero nome, Hossein Sadjadib Gaemmaghami Farahani, lungo come una preghiera, lo ha lasciato in una prigione di Teheran. Quando arriva ad Utrecht, in Olanda, e comincia a scrivere romanzi nella lingua che lo ha adottato, sceglie il nome di un amico, un compagno di lotta, assassinato dagli ayatollah. Kader Abdolah è passato in questi giorni per Milano. Iperborea ha pubblicato il suo ultimo libro: “Scrittura cuneiforme” (pp. 327, € 16,50). Racconta. Parla di Arak, dove è nato 49 anni fa. E del suo libro: “Da Amsterdam ci vogliono più di 5 ore d’aereo per arrivare a Teheran. Poi bisogna fare altre 4 ore e mezzo di treno prima di vedere emergere, come un segreto antico di secoli, le magiche montagne della città di Senejan”. E’ lì che vive, sulle montagne al confine con la Russia, il protagonista della sua storia, Aga Akbar, suo padre. Il taccuino di cui questa storia parla è il suo. Di un rammendatore di tappeti sordomuto e analfabeta che registra i suoi pensieri nell’unica scrittura che conosce: i caratteri cuneiformi copiati da un’iscrizione rupestre, quelli con cui Ciro scriveva “Sono il re dei re” e di cui le donne della regione si servivano per annodare nei tessuti persiani sogni e desideri. Kader Abdolah usa invece i “caratteri cuneiformi” per raccontare la sua storia.
Nel 1972 è a Teheran, dove studia fisica. Entra nel movimento studentesco di rivolta clandestina. Il suo nemico a quel tempo è lo Scià. “Noi - ricorda - non volevamo la modernizzazione forzata. Reza Pahlevi era il servo dei petrolieri stranieri. Aveva cancellato qualsiasi traccia della tradizione. Non c’era libertà di opinione, di stampa, di parola. Noi chiedevamo democrazia, eguaglianza, la fine del regime. Sognavamo la rivoluzione”. Arrivò, ma furono gli ayatollah a farla. E nel nome del Corano. Gli studenti, all’inizio, appoggiarono Khomeini. Poi finirono in carcere, umiliati, costretti a chiedere perdono in ginocchio in Tv, torturati, uccisi. “In quell’inferno realizzato nel nome di Dio ho perso mio fratello e i miei amici. Mi hanno raccontato le urla delle mie sorelle violentate. Avevano 20 anni e sono invecchiate senza vedere il sole. Sopravvissute al dolore, alla speranza”. Lui è l’unico a lasciare l’Iran. E’ il 1985, va via con la moglie. “La persecuzione di Khomeini fu più dura di quella dello Scià, lui era un outsider poco legato alla gente. Controllava il paese con la polizia segreta. Khomeini non ne aveva bisogno, lui era la voce del popolo. E vi assicuro che è peggio”.
“Scrittura cuneiforme” non ha il ritmo e il suono del romanzo, ma del racconto orale. Abdolah lo ha scritto, in nederlandese, seguendo i canti dei suoi antenati, aedi viandanti, che si tramandavano storie attraversando monti e villaggi. C’è l’eco di quel suo trisavolo, uomo politico e poeta, assassinato nel 1875 dallo Scià. E’ così che i suoi familiari e Reza Pahlevi, la bella moglie e i cortigiani, gli imam e il lontano Khomeini sembrano perdersi in ricordi senza tempo, come se i loro volti e il loro sangue venisse a noi da anni remoti, lontani residui di civiltà perdute, come se il passato non ci appartenesse. Le vicende biografiche di questo scrittore iraniano, esule in Olanda, non sono cronaca, ma leggenda. Come se la storia avesse ormai archiviato tutto, dolori, morti, giovinezze tradite. E alla fine tutto ciò che è stato si riversa nello stesso pozzo, dove ristagnano le parole del profeta, le novelle dell’antica Persia, le liriche dei poeti olandesi. E i Polder lungo i canali, rubati al mare, incrociano le dune del deserto. “Era un autunno come questo: gli autunni tornano/ Ma non i cuori, dopo il loro breve giorno:/ Eravamo torturati di umano desiderio/ Nella stanza attonita dove lui giaceva”: le strade di nebbia e le stagioni di J.C. Bloem hanno lo stesso odore di quelle abbandonate di Mohammade Mogtari, il compagno di Kader che non volle lasciare il paese. “Il suo corpo fu ritrovato fuori Teheran, dietro un’impresa di demolizioni. Secondo il quotidiano olandese “de Volkskrant” gli agenti dei servizi segreti lo strangolarono”. Ed è lui che scriveva: “La perdita è un’esperienza che porta a una strada nuova. Una nuova occasione per pensare in modo diverso. Perdere non è la fine di tutto, ma la fine di un certo modo di pensare”.
Per Kader Abdolah è arrivato il momento di mettere ordine nei cassetti e svuotarli di tutto ciò che non è riuscito a fare, di quella sensazione che prende gli esuli quando pensano di aver scelto la fuga e non la morte, dell’odore acre dei rimpianti, di quel rinfacciarsi ogni giorno la parola, ingiusta: “vigliacco”. Ora che - come dice lui - “l’era degli ayatollah è tramontata. Il loro regime può durare altri 20 anni ma loro sono morti, finiti. Non ci resta che aspettare che i loro cadaveri diventino polvere”. Ora che da Teheran gli arrivano le notizie degli studenti in rivolta, che ancora una volta tornano a scuotersi, sperando che non cadano in un nuovo abbaglio. “Sono i figli di quei padri che, studenti, fecero la rivoluzione in nome di Allah contro lo Scià. Li hanno fatti studiare e ora si ribellano al passato”. Ora che sulla grande rete delle e-mail e dei siti web si moltiplicano messaggi che parlano di rivolte e congiure. Ora che Shirin Ebadi ha vinto il Nobel per la pace, simbolo della resistenza pacifista. “Sono le donne il futuro dell’Iran. Loro sono le uniche che resistono, che non hanno cancellato la speranza, che non sono fuggite. Gli uomini non hanno più nulla da dare, sono impotenti”. Ora che tutto questo freme, Hossein Sadjadib Gaemmaghami Farahani, che porta il nome di un amico assassinato, aspetta il vento che trascini via la notte. Tornerà, dice. E ci pensa ogni giorno. Lo ha scritto in un precedente romanzo, “Viaggio delle bottiglie vuote”: “Non si fugge mai da qualcosa, si torna sempre indietro. Andare via non esiste. Tornare sì. Si vola lontano, si vola in alto, ma si ricade sempre sul luogo dal quale si è partiti. Ma benché fosse la legge della fuga, non volevo cadere nello stesso posto. Volevo crescere”.
La maledizione del frammento letterario
di Vittorio Macioce
Sono passati due anni e un paio di mesi. L’Einaudi aveva scelto Parigi per presentare un progetto piuttosto ambizioso: raccontare in cinque volumi Il romanzo. Era ottobre, c’era un albergo sulla rive gauche dove Mario Vargas Llosa parlava di questo contenitore letterario, il romanzo appunto, come se fosse un personaggio delle sue storie, un signore di mezza età, di origine borghese, con qualche antenato tra i coloni della Magna Grecia. Un tipo sospetto, poco amato dalle autorità, che si porta dietro un’insoddisfazione cronica e una strana malattia che fa dire spesso ai suoi dottori: sta per morire, è morto, è morto da tempo, seppellito e in cenere un giorno, risorto il giorno dopo. Vargas Llosa, da vecchio libertario, si divertiva a sottolineare che la buona letteratura è sempre, anche quando non se ne accorge, sediziosa, non sottomessa, in rivolta, una sfida a ciò che esiste. E allora questi cinque tomi, pagina dopo pagina, potranno un giorno essere letti anche così, come un lungo romanzo sul romanzo, come se i personaggi di tutte le storie e di tutte le epoche si fossero dati appuntamento qui, con tipi umani che sono lo specchio della realtà, anzi sono la realtà, ostinatamente vivi e affascinanti, anche quando sono mediocri o senza qualità, avidi o avari, vigliacchi, maniaci o folli. Come se questi individui di carta fossero, alla fine dei conti, più umani degli umani, raffigurazioni ideali di ciò che vorremmo essere e, nel bene o nel male, non saremo mai. Vargas Llosa, in quei giorni d’autunno, ne parlava così: “Vivere insoddisfatti, in lotta contro l’esistenza, significa ostinarsi, come don Chisciotte, a combattere contro i mulini a vento, condannarsi in un certo senso, a ingaggiare quelle battaglie che ingaggiava il colonnello Aureliano Buendìa di Cent’anni di solitudine, sapendo che le avrebbe perse tutte. Senza l’insoddisfazione e la ribellione contro la mediocrità e lo squallore della vita, noi esseri umani vivremmo ancora in condizioni primitive, la storia si sarebbe fermata, non sarebbe nato l’individuo, scienza e tecnologia non si sarebbero sviluppate, la libertà non esisterebbe, perché tutte queste creature nate partendo da azioni di rivolta contro una vita percepita come insufficiente e intollerabile”.
Sono passati due anni e via via sono arrivati nelle librerie tutti i volumi: La cultura del romanzo, Le forme, Storia e geografia, Temi, luoghi, eroi, fino al quinto, Le lezioni, leggendo si percepiva una sorta di angoscia, qualcosa di simile ad una nostalgia indefinita. C’è voluto tempo, e troppe pagine, per capirlo: qui, oggi, nel presente se c’è una qualità che non manca è l’informazione, basta prenderle, anzi basta non interrompere il flusso di ricezione che fa parte della nostra vita. Siamo la generazione meno ignorante e più informata che ci sia. La notizia, come frammento, è diventata la nostra forma letteraria quotidiana. Il nostro cervello si è ormai abituato a ricevere il frammento e ad archiviarlo. E se la memoria diventa troppo pesante basta gettare un po’ di bit nel cestino, fare un “defrag” ogni tanto e assorbire gli spazi vuoti. Quello che manca è altro: non sappiamo più narrare. Il racconto, che ha bisogno di spazi vuoti, è stato ucciso dal frammento, che tende invece a ridurre gli spazi, compattandosi. Quegli spazi vuoti erano la materia prima di aedi e romanzieri, era la culla della cultura orale, fiabesca, narrativa. Era il non detto che generava mondi. Baricco, nella lezione dedicata a Marquez, ricorda l’incontro con uno scrittore colombiano, che gli spiegò il segreto del “realismo magico”: la lontananza. Disse che la terra, dalle sue parti, era disegnata in modo bizzarro e duro, per cui paesi che destavano dieci chilometri non potevano comunicare mai. E questo vale anche per terre fredde come il Canada o la Scandinavia. In quell’occasione gli raccontò una storia: “C’è un paese in riva al mare, che per la festa del santo patrono, invita dalla capitale un circo. Quelli del circo accettano, salgono su una nave e si dirigono verso il paese. A metà del viaggio una burrasca spezza in due la nave e tutti finiscono in fondo al mare. Al paese vengono a sapere del naufragio e si mettono l’anima in pace. Sarebbe finita lì, ma qualche giorno dopo i pescatori di un paese vicino tirano su le reti e ci trovano dentro un leone. Morto, ma proprio un leone. Tornano a casa e dicono che hanno pescato un leone. Dato che il paese è vicino ma in realtà lontanissimo per via di qualche indigenza comunicativa, nessuno lì sa niente del circo. Quel che succede è che, molto semplicemente, torna a casa lo zio dal lavoro e ti dice: oggi ho pescato un leone. Se sei normale ci ridi su. Se sei Garcìa Marquez hai una pagina in più per il tuo capolavoro”.
Forse il merito di Franco Moretti, che ha curato “Il romanzo”, è di aver lasciato intuire questa assenza. Moretti è uno studioso delle forme, e tende a mettere in evidenza come la forma romanzo cambi al mutare dello spirito del tempo, di quella che possiamo chiamare visione del mondo. Questo non significa che il romanzo sia morto o stia per morire. Ma solo che il romanzo ha una capacità, multiforme, di adattamento straordinaria. Da qui il suo successo e la sua tenuta. Lo capisci leggendo l’ultima generazione di grandi romanzieri. Sono tutti ossessionati dalla grande narrazione, dalla storia che torna indietro alle proprie radici, l’esigenza di riallacciare il dialogo con il proprio passato. Al centro del romanzo, in questo momento, c’è l’identità: culturale, sociale, razziale, sessuale, individuale. L’obiettivo è guardare i frammenti lasciati per terra e ricostruire, con pazienza, ciò che un tempo era un mosaico. L’unico problema, semmai, è che si ha solo un’idea vaga e intuitiva di ciò che il mosaico dovrebbe rappresentare. Siamo orfani di un'idea, ma questo è un affare che spetta, si suppone, ai filosofi.