lunedì, dicembre 01, 2003
Apprezzo il coraggio di Antonio Moresco. Non condivido nulla dei suoi pensieri, ma i Canti del Caos sono il tentativo più vicino al grande romanzo italiano di questa epoca. Bisogna definire un'identità. Moresco lo fa.
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lunedì, dicembre 01, 2003
Marina Jarre
Alla ricerca dell’identità perduta

di Vittorio Macioce

La guardi. Ha più di ottant’anni e sembra il tronco di un ramo secolare, qualcosa di antico, irriducibile, che non sente pioggia, vento, stagioni. Le parli e dopo un paio di minuti ti viene in mente Italo Calvino, le sue “Lezioni americane”, quelle pagine sulla leggerezza, sul salto di Guido Cavalcanti al di là del muro o sulle ali dell’Ippogrifo. Calvino avrebbe dovuto incontrare Marina Jarre e parlarle o leggere “Ritorno in Lettonia” (Einaudi, pp. 270, € 17,50) e farsi raccontare come si può attraversare il brutto della storia senza perdere l’ironia, il sorriso lieve, il perdono, la saggezza, il disincanto di chi ha nelle vene il sangue del sangue di generazioni di avi in fuga o perseguitati, minoranze di minoranze, erranti e nomadi, o asserragliati in qualche valle piemontese, e decimati dal Dio di Roma o dalla peste. E tutto questo senza mai rinnegare nulla, senza rabbia, bestemmie, con la consapevolezza che ti può scuotere solo ciò che tra cento anni non riesci a dimenticare. Il resto passa. La leggerezza - diceva Calvino - è profondità. La leggerezza pesa.

Jarre è il cognome del marito. Lei si chiama Gersoni, nata nel Baltico da padre ebreo e madre valdese. E, come le dice un suo amico, deve averla combinata grossa per aver spinto il buon Dio a infliggergli questa condanna. La storia non le ha lasciato rughe, solo qualche piccola cicatrice e un rimpianto: non aver salutato suo padre in quella mattina del 1935, quando si lasciò alle spalle il portone di Andreja Pumpura iela numero 2 per scappare, con sua madre e sua sorella, in Italia. Fuga da Rumbula, sobborgo di Riga, Lettonia. Fuga incosciente di una bambina di undici anni verso Torre Pellice, nelle valli valdesi, provincia di Torino, quattromila e seicento abitanti, lì dove vivevano i suoi nonni. Un viaggio che, di lì a pochi anni, le avrebbe salvato la vita. Quando Marina Gersoni lascia Riga le armate di Hitler sono ancora lontane. Non c’è stato ancora l’Anchluss, non è ancora arrivato il ’38 della Cecoslovacchia e Varsavia è ancora libera. C’è già il “Mein Kampf” e c’è l’orizzonte di dove si andrà a parare. Ma nessuno ci crede, o meglio, nessuno pensa che ciò che verrà dopo si possa supporre o immaginare. Marina e Annalisa Gersoni vanno via semplicemente perché i genitori hanno divorziato e la madre pensa che sia più utile allontanarle da un padre poco affidabile, che si risposerà con un’infermiera tedesca e avrà una bambina, Irene. Moriranno tutti, il 30 novembre 1941, una domenica mattina. I nazisti in Estonia, Lituania, Lettonia, Bielorussia, Ucraina, Crimea hanno cominciato lo sterminio presto, prima della conferenza di Wannsee (gennaio ’42). Fu allora – racconta la storia – che Hitler annunciò la “soluzione finale”, l’eliminazione completa degli ebrei. Nei paesi baltici era già avvenuta.

Marina è in Italia e nel luglio del ’41 riceve una lettera del padre. E’ una richiesta d’aiuto. Non avrà mai risposta. Padre e figlia non si vedranno più. Sessant’anni dopo, da qui, da una risposta non data, da una storia accantonata ma non risolta, da un riavvicinamento postumo, nasce “Ritorno in Lettonia”. Da un dovere. Eppure non è un romanzo sulla “shoa”. Non è neppure una testimonianza. Non è, non vuole essere, una lezione sull’orrore del passato, un “non dimenticare” lasciato alle generazioni che verranno. “Tanto – dice lei – non credo che serva. Quello che è successo è una storia irreparabile. L’ho fatto per me, per un atto di giustizia”. Uno dei suoi personaggi – in un libro precedente – ci dice tutto, ci racconta il rapporto che questa signora di quasi ottant’anni, ebrea a metà, ha con l’Olocausto (parola che non ama, in italiano significa altro, quello che è accaduto agli ebrei non è stato un sacrificio, è stato un massacro): “Di questo orrore possono raccontare solo i testimoni. E noi, e io non posso scriverne perché questa cosa, questa cosa non si può inventare. Perciò niente romanzi, niente film, niente commemorazioni, niente di niente. Solo loro, solo chi è sopravvissuto ha il diritto di testimoniare. Se ci riesce. La cosa non può essere narrata, non sopporta l’espressione letteraria; lo sterminio non può essere raccontato, le parole si rifiutano, le parole si fanno livide, le parole si rifugiano nel silenzio. Raccontare è tradire”.

”Ritorno in Lettonia” è un’altra cosa. E’ un cammino che pian piano diventa libro. E’ il racconto di una ricerca, iniziata quasi per caso, come se il destino ti avesse messo su quella strada e poco alla volta prima l’autrice e poi il lettore si ritrovano a mettere insieme i pezzi. “Ritorno in Lettonia” è un’adolescente che non può aiutare il padre. E’ una bambina graziata dal fato. E’ una colpa che non è una colpa. E’ una preghiera davanti ad una pietra nera con incisa la stella di Davide. Ed è soprattutto la lunga storia di una stirpe, di una diaspora che comincia da molto lontano e disperde i Gersoni nel mondo. “Ebrei sefarditi, espulsi dalla cattolica Isabella, sospinti di paese in paese dall’intolleranza e dalla miseria dei ghetti europei”, alcuni di loro viaggeranno verso Nord, fino in Polonia e da lì, all’inizio del XIX secolo a Mitau, capitale del Granducato di Curlandia, oggi Lettonia, in piccolissime case appoggiate l’una all’altra. Per ritrovarsi poi ancora divisi, in Canada, in Italia, in Brasile, alcuni mantenendo la “i” finale, altri trasformando quella “i” in “y”: Gersoni o Gersony, come l’altra Marina, quella che scrive sul “Giornale”, anche lei personaggio incontrato come frammento vagante del libro. E di questi “Gershon”, Marina Gersoni, sposata Jarre, narra mestieri e matrimoni, morti e cambi di residenza, tracciando le rette di città invisibili, luoghi perduti e un po’ magici, con un nonno pellicciaio in Alaska, un parente che attenta alla vita dello zar, un altro fabbricava fischietti, un po’ particolari, facevano rientrare nelle stalle le mucche smarrite.

Strana la gente di questa sorta di Macondo millenaria che è la terra, migrante e immaginaria, dei Gersoni. Terra senza radici. “Perché - sostiene - resto un’apolide, che la sua identità che se l’è costruita con gli anni, con i figli, il marito, il lavoro”. Senza conservare nulla, perché perde e dimentica tutto. Ma, forse questo sì, per chiudere un cerchio, smentendo la vecchia canzone yddish “Ess firt weg zurick”: “nessuna strada conduce indietro”. Marina Jarre è tornata in Lettonia, per ritrovare i suoi Gersoni: “Non saprò mai a quale punto del cammino secolare abbiano perso la chiave di casa, saprò soltanto che non hanno mai perso né il sabato né la Pasqua, né, naturalmente, la i”. O la y.
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categoria:letteratura
lunedì, dicembre 01, 2003

 L'ultima notte di Sarah Kane

di Miriam D'Ambrosio

Sono le 4:48, l’alba non è così lontana, ma la notte è padrona. Buio, buio totale, rumore assordante, rumore e buio. Scatti di luce accecante, strappi improvvisi, corsa, corsa estenuante ma senza affanno e sudore, senza meta. E il suono è respiro, squillo, treno, sirena, vento, foglie cadute calpestate, mentre il corpo racconta il disagio dell’anima.

“4:48 Psychosis” di Sarah Kane (1971 – 1999) non è una storia, è la messa in scena del dolore tangibile, della lacerazione che non raggiunge catarsi, della notte interiore dove la luce è artificiale, insufficiente. La poesia altissima del testo, l’ultimo scritto da Sarah prima di congedarsi da un mondo in cui non aveva più voglia di vivere, crea un ritmo perfetto, scandito dai silenzi sapienti, dal vuoto di spazi concessi al tempo del pensiero.

Non c’è resa, non c’è abbandono, perché il desiderio della vita realizzato con la morte è solo un uscire di scena, è non rinunciare ad essere e rinnegare un mondo che toglie respiro all’uomo. Lotta estenuante per l’affermazione di un umanesimo ormai impossibile ma necessario per continuare ad amare, ad amarsi.

Tutta la potenza, la lucidità, la bellezza della parola di “4:48 Psychosis” (tradotto da Barbara Nativi) sono restituite dalla regia di Daniele Abbado e dal corpo di Giovanna Bozzolo, in scena in Prima nazionale al Teatro Franco Parenti di Milano fino a domenica 16 novembre.

L’intenso lavoro fisico affrontato dall’attrice asseconda il ritmo di scrittura di Sarah, l’invasione delle parole e il loro ritrarsi per fare largo al pensiero, alta marea e risacca.

Il corpo è segno che materializza la paura, la tenerezza, la difesa, il tono innocente e spietato della giovanissima autrice inglese, il caos e la ferita dell’anima avvolta in un sudario che dichiara la voglia feroce della vita, perché nessuno ha mai voglia di morire, nemmeno i suicidi.

Mentre l’attrice narra fisicamente la devastazione e il profondo senso di inadeguatezza, il dolore resta sospeso e sullo schermo bianco alle sue spalle appare lei, imprigionata in bende strette, sdraiata, oppressa, immagine della mente scissa dal corpo, scomposizione e ricomposizione delle parti. Le luci e i suoni, violenti o assenti, frammenti, interruzioni, desideri inespressi di emozioni inespresse e impossibili da ricordare, sono linguaggio chiaro che attraversa, paralizza, scuote. L’ora scelta da Sarah Kane è quella in cui, pare, si concentrano la maggior parte dei casi di suicidio. Un’ora vicina al giorno che non arriva.

“4:48 Psychosis” è stato scritto in ospedale una settimana prima di morire, nel febbraio del 1999, tra il 3 e il 20, il giorno del suo ventottesimo compleanno e quello in cui decise di chiudere definitivamente con il mondo.

Non è un testamento, non è un estremo messaggio, non è una pagina di diario segreto lasciato ai posteri per esprimere un’angoscia intima. I testi di Sarah (un pugno di scritti teatrali composti nel breve tempo che si è concessa) e questo in particolare, non sono mai il grido di un dolore privato, circoscritto, ma sempre l’espressione di un dolore cosmico, intollerabile, che abbraccia la terra intera.

Sangue, lacrime e violenza di un’umanità che offende l’uomo in modo sistematico, ripetibile, da sempre. E allora si fugge, ci si ferma alle soglie del terzo millennio senza aspettarlo, con il suo carico di orrore nuovo che Sarah Kane sentiva dentro e non ha voluto vedere.

        

 

 

 

 

  

 

 

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categoria:l altro orizzonte
lunedì, dicembre 01, 2003
Videogiochi
La new economy che funziona
di Andrea Mancia

L’obiettivo è il 2005. Avverrà entro questa data, secondo gli analisti di Forrester Research, la definitiva consacrazione del mercato dei videogiochi con la conquista della leadership assoluta nel settore dell’entertainment. Dopo aver superato il volume d’affari dell’industria cinematografica, infatti, il mercato del videogame si appresta a superare quello musicale per diventare il mattatore indiscusso del comparto. Il 2003 è stato un anno di transizione, che ha comunque visto crescere il fatturato record della stagione precedente, valutato intorno ai 20 miliardi di dollari, grazie soprattutto agli ottimi risultati di vendita del software. E l’ormai prossima stagione natalizia dovrebbe finalmente rappresentare il boom definitivo dell’online gaming per le console, considerato dagli esperti come una vera e propria miniera d’oro per il futuro dell’industria.

Mentre le dot-com continuano a leccarsi le ferite, insomma, le uniche imprese della “new economy” che continuano a sfoderare performance borsistiche di tutto rispetto sono proprio quelle legate al mondo dei videogiochi. Il distributore francese Ubi Soft ha registrato, nel secondo trimestre di quest’anno, una crescita del 21 per cento dei ricavi. E le sue azioni, scambiate alla Borsa di Parigi, sono passate dagli 11 ai 26 euro. Bene anche i conti del colosso statunitense Electronic Arts, produttore e distributore, che ha annunciato utili in crescita e la revisione al rialzo delle stime per la prossima stagione. Sul Nasdaq, questa solidità industriale ha portato le azioni EA dai 55 dollari di gennaio ai 100 di oggi. Stessa tendenza per i britannici della Eidos, quotati a Londra intorno ai 122 pence (177 euro) all’inizio dell’anno e ormai arrivati a quota 156 pence (226 euro).

Perfino in Italia si respira un’aria diversa. Nel nostro mercato, che negli ultimi cinque anni è passato dall’1 al 10 per cento del totale europeo, Digital Bros – rimasto ormai l’unico operatore nazionale di un certo livello dopo le traversie finanziarie di CTO – ha chiuso il bilancio 2002-2003 con un fatturato di oltre 50 milioni di euro, in crescita del 23,5 per cento. “I dati positivi che abbiamo registrato – ha dichiarato al settimanale “Borsa & Finanza” Raphael Galante, amministratore delegato di Digital Bros – ci rendono ottimisti per una ripresa del mercato dei videogiochi a livello europeo”. L’ottimismo di Galante è rivolto soprattutto alle sirene dell’online gaming: “Questo comparto – dice – per il momento rappresenta solo il 10 per cento del fatturato del gruppo, ma prevediamo possa avere spazi di crescita in futuro perché aiutato dall’espansione dei collegamenti Internet a banda larga”.

Tradizionalmente, il periodo natalizio influenza in modo decisivo il risultati di vendita dell’ultimo trimestre, che da soli rappresentano oltre il 50 per cento del fatturato annuo di ogni impresa operante nel settore dei videogiochi. Quest’anno, naturalmente, non farà eccezione. E si tratterà di una guerra senza esclusione di prezzi. Quasi pronte per commercializzare la prossima generazione di console, i giganti dell’hardware - Sony, Microsoft e Nintendo - stanno abbassando sensibilmente i prezzi delle loro macchine (il Gamecube della Nintendo è sceso addirittura sotto i 100 dollari), allo scopo di raggiungere quei consumatori più “tiepidi” che non sono disposti a spendere troppo per le loro esigenze di intrattenimento digitale. Gli analisti di NPD quantificano questo segmento di mercato intorno al 30 per cento del totale. Non poco, se si considera che il “core gamers” saranno invece attratti dalle ultime novità online. Poi, passate le feste, si potranno iniziare a scavare le trincee per la guerra della prossima generazione. Playstation 3 è quasi pronta. E la risposta di Microsoft non tarderà ad arrivare.













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lunedì, dicembre 01, 2003

Kader Abdolah
Il taccuino di Teheran

di Vittorio Macioce

Questa è la storia di un libro che nessuno riesce a leggere. E’ la storia di un padre sordomuto e di un figlio che narra. E’ un diario vergato a caratteri cuneiformi, di cui nessuno ricorda l’alfabeto, di cui nessuno conosce le parole e forse ti parla del destino di un popolo o, forse, solo di quello di un uomo. Kader Abdolah ha attraversato la notte più nera dell’Iran, da cospiratore, da fuggiasco, da esule. Il suo vero nome, Hossein Sadjadib Gaemmaghami Farahani, lungo come una preghiera, lo ha lasciato in una prigione di Teheran. Quando arriva ad Utrecht, in Olanda, e comincia a scrivere romanzi nella lingua che lo ha adottato, sceglie il nome di un amico, un compagno di lotta, assassinato dagli ayatollah. Kader Abdolah è passato in questi giorni per Milano. Iperborea ha pubblicato il suo ultimo libro: “Scrittura cuneiforme” (pp. 327, € 16,50). Racconta. Parla di Arak, dove è nato 49 anni fa. E del suo libro: “Da Amsterdam ci vogliono più di 5 ore d’aereo per arrivare a Teheran. Poi bisogna fare altre 4 ore e mezzo di treno prima di vedere emergere, come un segreto antico di secoli, le magiche montagne della città di Senejan”. E’ lì che vive, sulle montagne al confine con la Russia, il protagonista della sua storia, Aga Akbar, suo padre. Il taccuino di cui questa storia parla è il suo. Di un rammendatore di tappeti sordomuto e analfabeta che registra i suoi pensieri nell’unica scrittura che conosce: i caratteri cuneiformi copiati da un’iscrizione rupestre, quelli con cui Ciro scriveva “Sono il re dei re” e di cui le donne della regione si servivano per annodare nei tessuti persiani sogni e desideri. Kader Abdolah usa invece i “caratteri cuneiformi” per raccontare la sua storia.

Nel 1972 è a Teheran, dove studia fisica. Entra nel movimento studentesco di rivolta clandestina. Il suo nemico a quel tempo è lo Scià. “Noi - ricorda - non volevamo la modernizzazione forzata. Reza Pahlevi era il servo dei petrolieri stranieri. Aveva cancellato qualsiasi traccia della tradizione. Non c’era libertà di opinione, di stampa, di parola. Noi chiedevamo democrazia, eguaglianza, la fine del regime. Sognavamo la rivoluzione”. Arrivò, ma furono gli ayatollah a farla. E nel nome del Corano. Gli studenti, all’inizio, appoggiarono Khomeini. Poi finirono in carcere, umiliati, costretti a chiedere perdono in ginocchio in Tv, torturati, uccisi. “In quell’inferno realizzato nel nome di Dio ho perso mio fratello e i miei amici. Mi hanno raccontato le urla delle mie sorelle violentate. Avevano 20 anni e sono invecchiate senza vedere il sole. Sopravvissute al dolore, alla speranza”. Lui è l’unico a lasciare l’Iran. E’ il 1985, va via con la moglie. “La persecuzione di Khomeini fu più dura di quella dello Scià, lui era un outsider poco legato alla gente. Controllava il paese con la polizia segreta. Khomeini non ne aveva bisogno, lui era la voce del popolo. E vi assicuro che è peggio”.

“Scrittura cuneiforme” non ha il ritmo e il suono del romanzo, ma del racconto orale. Abdolah lo ha scritto, in nederlandese, seguendo i canti dei suoi antenati, aedi viandanti, che si tramandavano storie attraversando monti e villaggi. C’è l’eco di quel suo trisavolo, uomo politico e poeta, assassinato nel 1875 dallo Scià. E’ così che i suoi familiari e Reza Pahlevi, la bella moglie e i cortigiani, gli imam e il lontano Khomeini sembrano perdersi in ricordi senza tempo, come se i loro volti e il loro sangue venisse a noi da anni remoti, lontani residui di civiltà perdute, come se il passato non ci appartenesse. Le vicende biografiche di questo scrittore iraniano, esule in Olanda, non sono cronaca, ma leggenda. Come se la storia avesse ormai archiviato tutto, dolori, morti, giovinezze tradite. E alla fine tutto ciò che è stato si riversa nello stesso pozzo, dove ristagnano le parole del profeta, le novelle dell’antica Persia, le liriche dei poeti olandesi. E i Polder lungo i canali, rubati al mare, incrociano le dune del deserto. “Era un autunno come questo: gli autunni tornano/ Ma non i cuori, dopo il loro breve giorno:/ Eravamo torturati di umano desiderio/ Nella stanza attonita dove lui giaceva”: le strade di nebbia e le stagioni di J.C. Bloem hanno lo stesso odore di quelle abbandonate di Mohammade Mogtari, il compagno di Kader che non volle lasciare il paese. “Il suo corpo fu ritrovato fuori Teheran, dietro un’impresa di demolizioni. Secondo il quotidiano olandese “de Volkskrant” gli agenti dei servizi segreti lo strangolarono”. Ed è lui che scriveva: “La perdita è un’esperienza che porta a una strada nuova. Una nuova occasione per pensare in modo diverso. Perdere non è la fine di tutto, ma la fine di un certo modo di pensare”.

Per Kader Abdolah è arrivato il momento di mettere ordine nei cassetti e svuotarli di tutto ciò che non è riuscito a fare, di quella sensazione che prende gli esuli quando pensano di aver scelto la fuga e non la morte, dell’odore acre dei rimpianti, di quel rinfacciarsi ogni giorno la parola, ingiusta: “vigliacco”. Ora che - come dice lui - “l’era degli ayatollah è tramontata. Il loro regime può durare altri 20 anni ma loro sono morti, finiti. Non ci resta che aspettare che i loro cadaveri diventino polvere”. Ora che da Teheran gli arrivano le notizie degli studenti in rivolta, che ancora una volta tornano a scuotersi, sperando che non cadano in un nuovo abbaglio. “Sono i figli di quei padri che, studenti, fecero la rivoluzione in nome di Allah contro lo Scià. Li hanno fatti studiare e ora si ribellano al passato”. Ora che sulla grande rete delle e-mail e dei siti web si moltiplicano messaggi che parlano di rivolte e congiure. Ora che Shirin Ebadi ha vinto il Nobel per la pace, simbolo della resistenza pacifista. “Sono le donne il futuro dell’Iran. Loro sono le uniche che resistono, che non hanno cancellato la speranza, che non sono fuggite. Gli uomini non hanno più nulla da dare, sono impotenti”. Ora che tutto questo freme, Hossein Sadjadib Gaemmaghami Farahani, che porta il nome di un amico assassinato, aspetta il vento che trascini via la notte. Tornerà, dice. E ci pensa ogni giorno. Lo ha scritto in un precedente romanzo, “Viaggio delle bottiglie vuote”: “Non si fugge mai da qualcosa, si torna sempre indietro. Andare via non esiste. Tornare sì. Si vola lontano, si vola in alto, ma si ricade sempre sul luogo dal quale si è partiti. Ma benché fosse la legge della fuga, non volevo cadere nello stesso posto. Volevo crescere”.














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lunedì, dicembre 01, 2003

La maledizione del frammento letterario

di Vittorio Macioce

 

Sono passati due anni e un paio di mesi. L’Einaudi aveva scelto Parigi per presentare un progetto piuttosto ambizioso: raccontare in cinque volumi Il romanzo. Era ottobre, c’era un albergo sulla rive gauche dove Mario Vargas Llosa parlava di questo contenitore letterario, il romanzo appunto, come se fosse un personaggio delle sue storie, un signore di mezza età, di origine borghese, con qualche antenato tra i coloni della Magna Grecia. Un tipo sospetto, poco amato dalle autorità, che si porta dietro un’insoddisfazione cronica e una strana malattia che fa dire spesso ai suoi dottori: sta per morire, è morto, è morto da tempo, seppellito e in cenere un giorno, risorto il giorno dopo. Vargas Llosa, da vecchio libertario, si divertiva a sottolineare che la buona letteratura è sempre, anche quando non se ne accorge, sediziosa, non sottomessa, in rivolta, una sfida a ciò che esiste. E allora questi cinque tomi, pagina dopo pagina, potranno un giorno essere letti anche così, come un lungo romanzo sul romanzo, come se i personaggi di tutte le storie e di tutte le epoche si fossero dati appuntamento qui, con tipi umani che sono lo specchio della realtà, anzi sono la realtà, ostinatamente vivi e affascinanti, anche quando sono mediocri o senza qualità, avidi o avari, vigliacchi, maniaci o folli. Come se questi individui di carta fossero, alla fine dei conti, più umani degli umani, raffigurazioni ideali di ciò che vorremmo essere e, nel bene o nel male, non saremo mai. Vargas Llosa, in quei giorni d’autunno, ne parlava così: “Vivere insoddisfatti, in lotta contro l’esistenza, significa ostinarsi, come don Chisciotte, a combattere contro i mulini a vento, condannarsi in un certo senso, a ingaggiare quelle battaglie che ingaggiava il colonnello Aureliano Buendìa di Cent’anni di solitudine, sapendo che le avrebbe perse tutte. Senza l’insoddisfazione e la ribellione contro la mediocrità e lo squallore della vita, noi esseri umani vivremmo ancora in condizioni primitive, la storia si sarebbe fermata, non sarebbe nato l’individuo, scienza e tecnologia non si sarebbero sviluppate, la libertà non esisterebbe, perché tutte queste creature nate partendo da azioni di rivolta contro una vita percepita come insufficiente e intollerabile”.

Sono passati due anni e via via sono arrivati nelle librerie tutti i volumi: La cultura del romanzo, Le forme, Storia e geografia, Temi, luoghi, eroi, fino al quinto, Le lezioni, leggendo si percepiva una sorta di angoscia, qualcosa di simile ad una nostalgia indefinita. C’è voluto tempo, e troppe pagine, per capirlo: qui, oggi, nel presente se c’è una qualità che non manca è l’informazione, basta prenderle, anzi basta non interrompere il flusso di ricezione che fa parte della nostra vita. Siamo la generazione meno ignorante e più informata che ci sia. La notizia, come frammento, è diventata la nostra forma letteraria quotidiana. Il nostro cervello si è ormai abituato a ricevere il frammento e ad archiviarlo. E se la memoria diventa troppo pesante basta gettare un po’ di bit nel cestino, fare un “defrag” ogni tanto e assorbire gli spazi vuoti. Quello che manca è altro: non sappiamo più narrare. Il racconto, che ha bisogno di spazi vuoti, è stato ucciso dal frammento, che tende invece a ridurre gli spazi, compattandosi. Quegli spazi vuoti erano la materia prima di aedi e romanzieri, era la culla della cultura orale, fiabesca, narrativa. Era il non detto che generava mondi. Baricco, nella lezione dedicata a Marquez, ricorda l’incontro con uno scrittore colombiano, che gli spiegò il segreto del “realismo magico”: la lontananza. Disse che la terra, dalle sue parti, era disegnata in modo bizzarro e duro, per cui paesi che destavano dieci chilometri non potevano comunicare mai. E questo vale anche per terre fredde come il Canada o la Scandinavia. In quell’occasione gli raccontò una storia: “C’è un paese in riva al mare, che per la festa del santo patrono, invita dalla capitale un circo. Quelli del circo accettano, salgono su una nave e si dirigono verso il paese. A metà del viaggio una burrasca spezza in due la nave e tutti finiscono in fondo al mare. Al paese vengono a sapere del naufragio e si mettono l’anima in pace. Sarebbe finita lì, ma qualche giorno dopo i pescatori di un paese vicino tirano su le reti e ci trovano dentro un leone. Morto, ma proprio un leone. Tornano a casa e dicono che hanno pescato un leone. Dato che il paese è vicino ma in realtà lontanissimo per via di qualche indigenza comunicativa, nessuno lì sa niente del circo. Quel che succede è che, molto semplicemente, torna a casa lo zio dal lavoro e ti dice: oggi ho pescato un leone. Se sei normale ci ridi su. Se sei Garcìa Marquez hai una pagina in più per il tuo capolavoro”.

Forse il merito di Franco Moretti, che ha curato “Il romanzo”, è di aver lasciato intuire questa assenza. Moretti è uno studioso delle forme, e tende a mettere in evidenza come la forma romanzo cambi al mutare dello spirito del tempo, di quella che possiamo chiamare visione del mondo. Questo non significa che il romanzo sia morto o stia per morire. Ma solo che il romanzo ha una capacità, multiforme, di adattamento straordinaria. Da qui il suo successo e la sua tenuta. Lo capisci leggendo l’ultima generazione di grandi romanzieri. Sono tutti ossessionati dalla grande narrazione, dalla storia che torna indietro alle proprie radici, l’esigenza di riallacciare il dialogo con il proprio passato. Al centro del romanzo, in questo momento, c’è l’identità: culturale, sociale, razziale, sessuale, individuale. L’obiettivo è guardare i frammenti lasciati per terra e ricostruire, con pazienza, ciò che un tempo era un mosaico. L’unico problema, semmai, è che si ha solo un’idea vaga e intuitiva di ciò che il mosaico dovrebbe rappresentare. Siamo orfani di un'idea, ma questo è un affare che spetta, si suppone, ai filosofi.

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lunedì, dicembre 01, 2003
Credo sia passato molto tempo. Ho scoperto che Filippo facci è diventato una star dei blog. Me lo aspettavo.
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