lunedì, febbraio 16, 2004
Strana confraternita quella degli scrittori. Vorrei, qui, fare una domanda agli improvvisati naufraghi di questa terra: cosa ne pensate di un tipo come Giuseppe Genna?
lunedì, febbraio 16, 2004
Antonio Carioti è stato assunto al Corriere della Sera, pagine culturali. Luciano Lanna sarà il vice-direttore del nuovo Indipendente, con Giordano Bruno Guerri. Qualcosa forse sta cambiando.
lunedì, febbraio 16, 2004
Clemente Tafuri
Dalla boxe al noir combattendo sul ring della vita
di Vittorio Macioce
Ti chiedi da quale strada di Marsiglia sia sbucato fuori. Ha 29 anni. Clemente Tafuri cammina sotto la pioggia con un Borsalino nero. Le basette scendono lunghe sul volto. Sembra, mentre si avvicina, il sosia di Lupin III, saga animata del pronipote di Arsenio, ladro gentiluomo. Poi ricordi. Tafuri viene da Genova, e da molti luoghi diversi, dove la sua famiglia è approdata, di generazione in generazione, partendo da Napoli. Suo nonno era un pittore, suo padre anche, lui scrive. E fa teatro. Caino Lanferti. Una storia di Marsiglia, il suo romanzo d’esordio (Einaudi, pagg. 177, euro 8,50), è rimasto qui, sulla scrivania, per un po’ di tempo. Colpa di Marsiglia, di una certa antipatia per i film francesi, dell’odore del porto, di quell’aria da Napoli senza allegria, troppo noir, troppo scontata, colpa delle luci che vide Rimbaud prima di morire, con la poesia rinnegata e la gamba in cancrena. Poi leggi, e scopri che Marsiglia è un non luogo. E’ la città amata, studiata, vissuta dove Tafuri porta le maschere dell’immaginario noir: le didascalie di Marlowe e le rughe di Jean Gabin, la femme fatale e l’avvocato corrotto, la mala e la malinconia.
La Marsiglia di Tafuri sembra un videogame. E’ finzione, è gioco. Quasi nessuno dei personaggi in campo è ciò che appare. E tutti fuggono dal proprio stereotipo, perché sotto nascondono un’altra verità. Cosa accade se chi commissiona un caso all’occhio privato, magari smascherare un giro di gangster e di droga, è la fonte primaria dello spaccio? Cosa accade se il tuo cliente, la belloccia con cui vai a letto e il tuo amico avvocato hanno scelto te, come fesso di turno, da mandare al macello? Cosa accade se il mandante e la vittima di un omicidio coincidono? O se in giro ci sono troppi furbi, troppe puttane, troppi figli di, troppi morti, troppi soldi, troppi personaggi da film di serie B? Semplice - risponde Tafuri - tutto, qui, è taroccato. L’esistenza è una truffa. Tutti i personaggi lo sanno, tranne il protagonista. E allora si scopre che questo romanzo è un noir che parte da un presupposto tragico: “Su questo ring, chiamato vita, nessuno finisce con il braccio alzato. Alla fine perdono tutti”. Caino Lanferti. Una storia di Marsiglia è un romanzo sulla sconfitta.
Caino Lanferti non parla di boxe, solo perché - come dice Tafuri - tutta la vita è una parodia del ring. Non perché si combatte da homo homini lupus e il tuo mestiere è dare pugni cercando di prenderne il meno possibile, ma perché quel ring è un gioco a somma negativa, e anche quello che vince di più, sceso dal quadrato appare per quello che è: un perdente. Nel romanzo ci sono due personaggi, che rappresentano il fato futuro e passato del protagonista. Caino ama una ragazzina, egoista ed evanescente come tante: Lulù, la speranza che pian piano evapora. “Nella storia - dice Tafuri - è poco più di un’ombra, con pochi sprazzi di carne e sesso, ma è indispensabile per rimanere in vita”. L’altro è Matond, vecchio collega, investigatore di un’altra era e di un’altra schiatta. E’ ciò che Lanferti vorrebbe essere, ma che rimane alle sue spalle. François Matond, ex commilitone della legione straniera, è il passato, puzza già di morte.
Tafuri è arrivato al noir passando per la boxe. Non pensate ad un pugile. Niente gancio o uno-due. E’ il personaggio, elegante, che vedi coperto da un vecchio cappotto scuro laggiù, appoggiato al muro, in una serata dove combattono atleti minori. Uno che sogna un’epoca perduta quando ad applaudire un taglialegna grezzo e bianco potevi trovarci Jack London, svezzato compagno di strada di qualche balordo. Uno a cui un giorno, dieci anni fa, Fernanda Pivano ha detto: “Scrivi”. Uno che per laurearsi in lettere ha scritto una tesi sul pugilato raccontato dal cinema, con un elenco immenso di opere sconosciute e blockbuster da “Lassù qualcuno mi ama” a “Toro scatenato”. Uno che potrebbe parlarti per ore di Jack Dempsey e Joe Louis, di Roberto Duran e di Bruno Arcari, dell’indio Monzon e della libellula Alì.
Tafuri ha da poco portato a Milano uno spettacolo teatrale, scritto da lui, su un vecchio pugile “invitto” come un eroe di Faulkner, ma che non ha neppure i soldi per comprarsi una bistecca. Tafuri che in una Marsiglia dai sogni di plastica ha incarnato il disorientamento, senza rotta e senza mappa, della sua generazione e si è fatto beffe di un orizzonte vuoto, dove per sopravvivere al nulla ti aggrappi, come i pugili di mestiere, al riflesso di un antico ideale. Scopri nel passato uno stile di vita e lo fai tuo, lo rendi un imperativo morale, un dovere, un sentimento estetico, ci sudi accanto, lo fai diventare la bussola con la quale non smarrirti, pur sapendo che è maledettamente falsa, che i punti cardinali sono solo uno scherzo del magnetismo. Ma tu te ne freghi e continui a vivere così, perché senza l’illusione di una rotta è peggio. Finisci solo per crepare. E invece come Jack La Motta contro Sugar Ray Robinson dici: “Non mi butti giù”.
vittorio.macioce@ilgiornale.it