domenica, marzo 07, 2004

 Miriam D'Ambrosio

Un varietà “acido”, sostenuto da una “comicità corrosiva e stralunata”, dove c’è spazio per un’umanità arroccata sulla sua solitudine, paradossale, repressa e triste, chiusa in luoghi asfittici, dove i colori che invadono gli occhi non sono affermazione di vita ma violenza per la vista e l’anima. Ed è l’acidità, cromatica, verbale, stupefacente, l’evidenziatore del tormento, padrone delle pagine dei racconti visionari dello scozzese Irvine Welsh (l’autore del fortunato “Trainspotting”) e del camionista e meccanico Chuck Palahniuk, sangue russo e francese, ma cresciuto e rimasto nell’Oregon.

Racconti da cui il regista Massimo Navone ha attinto (è lui che parla di “varietà acido”) per costruire una drammaturgia e una messa in scena da portare in teatro e chiamata “Formalina”, all’Out off da martedì 24 febbraio a domenica 4 aprile (lunga sosta). “Il progetto è nato dalla voglia che io e Giorgio avevamo di fare insieme uno spettacolo teatrale – dice Alessandra Faiella, protagonista dello spietato “Formalina” con il compagno di vita e lavoro Giorgio Ganzerli – cercavamo un testo che potesse funzionare per noi due e ne abbiamo parlato con Massimo. Lui ha pensato a Welsh e, successivamente, a Palahniuk e ha iniziato il suo lavoro sulla scrittura dei due autori”. Esigenza forte e comune che ha portato alla teatralizzazione di scritti nati per essere letti più che detti, che seguono un “percorso coerente, un discorso sulle nevrosi sessuali contemporanee, che non sono poche  – aggiunge Alessandra – questo è il filo conduttore e la resa teatrale è buona”, e, anche se la costruzione avviene basandosi su più racconti, la visione d’insieme non risulta troppo frammentaria. La coppia è al centro, i dialoghi serrati, i monologhi quattro, due di Giorgio, due di Alessandra. Il nucleo è drammatico, l’ironia è diffusa, ma non c’è un momento di comicità gratuita (e gli attori lo sottolineano), nonostante le situazioni paradossali, come quella (che ha suggerito il titolo) della donna in carriera che riesce a mantenere in vita il marito, vittima di un incidente stradale, conservandone la testa in una specie d’acquario tenuto in salotto, complice un ultimo ritrovato della scienza. Umanità delirante e allucinata, avvolta nel cellophane, sterile cacciatrice di sensazioni forti, assassine di emozioni. “Noi di questo delirio scritto da Palahniuk e Welsh, abbiamo fatto un altro delirio – racconta Giorgio Ganzerli – ci siamo inventati due figure di etologi che spiegano i bizzarri comportamenti animali associandoli agli umani e viceversa. La scena appare come il frutto di un viaggio fatto con droghe pesanti e allucinogeni. Tutto è sospeso come in un incubo, illuminato solo da neon accesi. La scenografia è in plastica, gioco di colori che si ripete anche nei costumi”. Tinte violente, claustrofobiche, ad accompagnare due attori che hanno alle spalle una formazione simile (esordi teatrali con “Quellidigrock”) e esperienze radiofoniche e televisive condivise (“Mai dire domenica”, “Zelig”).   E ora l’incontro con Massimo Navone, un incontro “fortunatissimo – ammette entusiasta l’attrice – perché lui è tranquillo, disponibile, si lavora con serenità, mi sento quasi miracolata. Fare questo spettacolo mi ha dato molto, si esce dalla bidimensionalità del personaggio comico televisivo da cabaret. Qui si dà corpo a veri personaggi teatrali, puntando uno sguardo autentico, cinico, sulle nostre perversioni mentali e sull’uso che facciamo del corpo relazionandoci agli altri”.         

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domenica, marzo 07, 2004

Si confondono

gli occhi

i colori stinti

nel tempo

i pensieri sciolti

sopra la luce

di una città invasa.

 

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domenica, marzo 07, 2004
Jonathan Franzen
L’America prima delle correzioni
di Vittorio Macioce

E’ il 1993, Jonathan Franzen ha 34 anni e la sua vita non va davvero come lui vorrebbe. Tre anni prima aveva pubblicato il suo primo romanzo “The Twenty-Seventh city” (La ventisettesima città). I critici americani lo avevano notato, parlavano di lui come di una promessa interessante. Era tra i volti nuovi da seguire della generazione post Pynchon o De Lillo. Il pubblico non se ne accorse. Ma Franzen continuò a camminare. Le “Correzioni”, la fama e il successo, sono lontane ancora dieci anni. Nel 1993 le cose cominciano a buttare male. Il rapporto con la moglie, conosciuta all’università di Philadelphia, si sta sfibrando. Andrà sempre peggio, fino al divorzio. “Quando cominciai il mio primo libro – racconterà qualche anno più tardi – avevo ventidue anni e sognavo di cambiare il mondo. Quando lo finii mi sentivo molto più vecchio e disilluso. L’unica minuscola speranza mondana a cui ancora mi aggrappavo era un passaggio su radio Kmox, la voce di Saint Louis, le cui lunghe interviste avevo ascoltato nella cucina di mia madre quando ero ragazzo”.

Quell’anno, il 1993 appunto, uscì in America il suo secondo romanzo, “Strong Motion”. Lo stesso Franzen racconta: “Passò quasi inosservato”. Eppure qui si trovano un po’ d’ingredienti che hanno fatto grande “The Correction”. Ma qualcosa non ha funzionato e ora che Strong Motion arriva in Italia, tradotto da Silvia Pareschi, con il titolo “Forte movimento” (Einaudi, pp. 550, € 19), ti viene la voglia di valutare la differenza tra il Franzen capolavoro e il Franzen dimenticato. Lo scrittore dell’Illinois in “Strong Motion” si muove in un ambiente molto lontano dal Midwest delle Correzioni, ma già si diverte a interpretare il ruolo di osservatore distaccato della realtà sociale, una sorta di commedia umana dell’americano medio fine Ventesimo secolo, con uno sguardo che ricorda però più Flaubert che Balzac. I suoi personaggi sembrano muoversi intorno a un vuoto esistenziale, a un’incoerenza cronica, a un senso di disorientamento che li rende, alla fine, irritanti. I personaggi di Franzen corrono sempre verso qualcosa che, per debolezza o inettitudine, sfugge, si perde, diventa rimpianto, senso del dovere tradito.

La trama è semplice. Louis Holland arriva a Boston durante una primavera di strani eventi, una serie di terremoti colpisce la città, e nel primo sua nonna muore. Louis si innamora di Renée Seitchek, un’appassionata e brillante sismologa, le cui scoperte sull’origine dei terremoti la mettono nei guai. Dentro c’è l’anima dell’America, un po’ di giallo, una critica feroce al cinismo dei consigli d’amministrazione aziendale, una dose di ambientalismo, una punta di sesso e d’amore. In “Strong Motion” tutti i personaggi corrono, sono frenetici e insoddisfatti. E tutti appaiono come scatole vuote, presenze effimere di un tempo patinato. Franzen, a quel tempo, si vedeva come un esule, un po’ aristocratico, in quell’America pacchiana e superficiale. Qualche mese fa, in un’intervista, confessò che in quel periodo l’unica sua speranza era fuggire in Europa, ripercorrere le rotte della “generazione perduta”, cercando le proprie radici non nell’asfalto e nel cemento di Chicago, con quell’odore di miscela chimica che ti oscura la speranza, ma nelle “rue” nostalgiche di una Parigi immaginaria. Nel romanzo, intanto, i due protagonisti, Louis e Renée, tentano di smascherare l’ipocrisia della Sweeting-Aldren, azienda chimica che pompa i suoi residui tossici nelle viscere della terra, provocando sommovimenti tellurici. “Renée osservò gli impianti dell’azienda, reggimenti di serbatoi orizzontali simili a enormi pastiglie, torri ricoperte di viticci di ferro. Il rivestimento ondulato degli edifici principali era di un azzurro pallido che non le sembrava di avere mai visto; sulla tavola dei colori, le sfumature adiacenti erano probabilmente gradevoli, ma quel particolare tono di azzurro non lo era. Il luogo era saturo di vaghe esalazioni di acetone”.

Troppo spesso e troppo forte si sente, però, nel racconto l’eco di De Lillo. La parte iniziale di “Strong Motion” si porta dietro le atmosfere di “Americana”, il primo romanzo dello scrittore italo-americano, mentre quel sottile odore di tragedia incombente, di minaccia sovrumana, di natura che si ribella al delirio tecnologico dell’uomo evoca “Rumore Bianco”, pubblicato negli Stati Uniti nel 1987. E di De Lillo resta anche la capacità di lasciar cadere nella narrazione oggetti e simboli della memoria americana, i rifiuti del consumismo, le partite di baseball, la biblioteca di famiglia (che Franzen, forse, sotterrerebbe in cantina). “Renée, ignorandolo, continuò a lanciare libri nello scatolone, A Separate Peace, Franny e Zooey, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Il coltivatore del Maryland, una pila di Vonnegut, qualcosa di Frank Herbert e Robert Heinlein, La collina dei conigli, Paura di volare, The Sunlight Dialogues, una raccolta di Tolkien dentro un involucro di cartone, qualche altro Salinger, qualcosa di P.D. James, La campana di vetro, 1984”. “Strong Motion” è, comunque, un primo assaggio delle “Correzioni”. Ma non ha la stessa forza, qui Franzen è ancora immaturo, troppo ideologico, troppo convinto nell’indicare dove sia il marcio, e così sgrezza le sue figure con l’accetta, senza chiaroscuri. I personaggi di contorno diventano la maschera dell’America che lui non ama, la famiglia non ha alcuna speranza di redenzione, perché si è dissolta (non frantumata) nell’egoismo, nell’avidità (la madre), nell’ignavia (il padre), nella superficialità salottiera (la sorella), nel masochismo (l’amante).

Franzen è più duro, non ha digerito il Novecento, e ha lo sguardo fisso sul presente. E’ uno scrittore che ha paura, e cerca la ricetta magica che lo faccia accettare da quell’America in cui lui non si riconosce e che non perdona. Non c’è possibilità di “correzione” nella rotta, la società è fottuta, il passato è perso, la famiglia è un nido di vipere da cui tenersi lontani. Il futuro, poi, è solo l’ombra di un rimpianto. “Non vorresti – dice alla fine del romanzo Renée – avere un figlio da me. Non pensi che potremmo averne uno già adesso? Quanti mesi avrebbe? A chi assomiglierebbe? Non lo rimpiangi mai, neanche un po’?”. “Louis si allontanò da lei, attraversò il ponte e passò dall’altra parte. Stava raggiungendo quel luogo familiare dentro di sé, ma quello che trovò non gli parve più angoscia. Si chiese se lo fosse mai stata”. “Ehi, cos’hai? Cosa c’è?”. “Niente. Te lo giuro. Ma adesso devo camminare. Andiamo, vieni con me. Continuiamo a camminare”. Dieci anni dopo arrivò “The Correction”.

vittorio.macioce@ilgiornale.it

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domenica, marzo 07, 2004
L’eterno codice dei furbi e dei fessi
di Beppe Benvenuto
da Ideazione, gennaio-febbraio 2004


Sarcasmo e ironia. Pungente la prima, amara la seconda. “Prezzo” (così la seconda moglie chiamava Giuseppe Prezzolini, nato a Perugia nel 1882 e morto a Lugano un secolo dopo) raccontava il suo paese spesso così, oscillando fra poli estremi, fra emozioni radicali. Il suo dire era spesso un definire, il suo raccontare aveva i modi talora apodittici e le forme secche dell’antico saggio. “Prezzo”, nella sua vivacissima carriera intellettuale, nella sua lunghissima biografia ritorna spesso a rimuginare sul senso della sua identità, sul suo essere italiano. Lo fa in un certo senso sempre (ovvero famosi e ricorrenti sempiterni pensieri), ma lo fa con maggiore insistenza, con più puntuta determinazione in taluni momenti particolari del suo travaglio esistenziale. In certi passaggi topici. In quelle stagioni, cioè, dove è come d’obbligo mettere i puntini sulle i, registrare e registrarsi. Nel 1921, ad esempio, pubblica un libretto, una raccolta di aforismi che è una specie di sunto, succoso ed epigrammatico, di disagi e di nuove consapevolezze.

Il libretto, appena riproposto per i tipi della Robin, s’intitola “Codice della vita italiana” e fissa, una volta per tutte, l’azzeramento di ogni residuo di giovanile speranza ed idealismo. Di quell’idealismo, per intenderci, abbracciato con tanta convinzione durante la precedente stagione de La Voce, e che l’aveva, quasi quasi, convinto di poter essere utile al suo prossimo. La fine diasporica di quella rivista (si badi, senz’ombra di dubbio, il più importante periodico del secolo appena trascorso) e poi, soprattutto, la delusione della Grande Guerra gli avevano fatto cambiare radicalmente parere. Da italiano utile si era sentito improvvisamente un italiano inutile, quasi un antitaliano. Il “Codice della vita italiana” racconta a botta calda questo mutamento, racconta di una sconfitta e di un sopraggiunto stato d’animo scettico se non peggio. In apertura “Prezzo” recita: “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”. Subito dopo: “Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, eccetera: questi è un fesso”. E così a seguire. Capitoletto dopo capitoletto: una sorta di antropologia essenziale del vivere e del costume italico.

“Prezzo” ha idee chiarissime sulla nostra geografia politica. “L’Italia – a suo avviso – si divide in due parti: una europea, che arriva all’incirca a Roma, e una africana o balcanica che va da Roma in giù. L’Italia africana o balcanica è la colonia dell’Italia europea”. Dunque? Dunque c’era davvero poco da sperare, praticamente nulla da fare. Perché il bello del paese è anche il suo lato nero. L’uno e l’altro sono praticamente inseparabili: “L’Italia non è democratica né aristocatica. E’ anarchica”. Epperciò “tutto il male dell’Italia viene dall’anarchia. Ma anche tutto il bene”. E si potrebbe continuare per un po’ sul filo del paradosso e a suon di bocconi amari. “Prezzo” era così. Dopo il ’15-18 vedeva più nero che non. Si era trasformato in uno scettico-realista, in un “indifferente planetario” (la definizione calzantissima è del suo miglior biografo, Emilio Gentile). Un atteggiamento quest’ultimo dal quale non si separerà davvero mai. Neppure, molte tragedie dopo, quando, oramai cittadino americano, al suo paese dedicherà uno splendido ritratto a uso dei suoi nuovi concittadini.

Il libro in questione ha il titolo quasi profetico de “L’Italia finisce” (ora riedito per i tipi della Bur, la prima edizione in inglese è del 1948, la prima traduzione in italiano è invece di sette anni successiva) ed è una specie di “confessione di un esule volontario” che si sente politicamente en déshabillé. Unica speranza per lo Stivale, il suo sterminato patrimonio culturale, da giocarsi magari più sul versante cosmopolita che su quello nazionale. Insomma anche qui, al solito, un bicchiere mezzo vuoto o un bicchiere mezzo pieno. Così “Prezzo” a proposito di certe inscindibili virtù e debolezze nostrane. In sostanza, grumi all’incirca imperituri. E peraltro ricorrenti e attualissimi. O no?

13 febbraio 2004













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