Miriam D'Ambrosio
Un varietà “acido”, sostenuto da una “comicità corrosiva e stralunata”, dove c’è spazio per un’umanità arroccata sulla sua solitudine, paradossale, repressa e triste, chiusa in luoghi asfittici, dove i colori che invadono gli occhi non sono affermazione di vita ma violenza per la vista e l’anima. Ed è l’acidità, cromatica, verbale, stupefacente, l’evidenziatore del tormento, padrone delle pagine dei racconti visionari dello scozzese Irvine Welsh (l’autore del fortunato “Trainspotting”) e del camionista e meccanico Chuck Palahniuk, sangue russo e francese, ma cresciuto e rimasto nell’Oregon.
Racconti da cui il regista Massimo Navone ha attinto (è lui che parla di “varietà acido”) per costruire una drammaturgia e una messa in scena da portare in teatro e chiamata “Formalina”, all’Out off da martedì 24 febbraio a domenica 4 aprile (lunga sosta). “Il progetto è nato dalla voglia che io e Giorgio avevamo di fare insieme uno spettacolo teatrale – dice Alessandra Faiella, protagonista dello spietato “Formalina” con il compagno di vita e lavoro Giorgio Ganzerli – cercavamo un testo che potesse funzionare per noi due e ne abbiamo parlato con Massimo. Lui ha pensato a Welsh e, successivamente, a Palahniuk e ha iniziato il suo lavoro sulla scrittura dei due autori”. Esigenza forte e comune che ha portato alla teatralizzazione di scritti nati per essere letti più che detti, che seguono un “percorso coerente, un discorso sulle nevrosi sessuali contemporanee, che non sono poche – aggiunge Alessandra – questo è il filo conduttore e la resa teatrale è buona”, e, anche se la costruzione avviene basandosi su più racconti, la visione d’insieme non risulta troppo frammentaria. La coppia è al centro, i dialoghi serrati, i monologhi quattro, due di Giorgio, due di Alessandra. Il nucleo è drammatico, l’ironia è diffusa, ma non c’è un momento di comicità gratuita (e gli attori lo sottolineano), nonostante le situazioni paradossali, come quella (che ha suggerito il titolo) della donna in carriera che riesce a mantenere in vita il marito, vittima di un incidente stradale, conservandone la testa in una specie d’acquario tenuto in salotto, complice un ultimo ritrovato della scienza. Umanità delirante e allucinata, avvolta nel cellophane, sterile cacciatrice di sensazioni forti, assassine di emozioni. “Noi di questo delirio scritto da Palahniuk e Welsh, abbiamo fatto un altro delirio – racconta Giorgio Ganzerli – ci siamo inventati due figure di etologi che spiegano i bizzarri comportamenti animali associandoli agli umani e viceversa. La scena appare come il frutto di un viaggio fatto con droghe pesanti e allucinogeni. Tutto è sospeso come in un incubo, illuminato solo da neon accesi. La scenografia è in plastica, gioco di colori che si ripete anche nei costumi”. Tinte violente, claustrofobiche, ad accompagnare due attori che hanno alle spalle una formazione simile (esordi teatrali con “Quellidigrock”) e esperienze radiofoniche e televisive condivise (“Mai dire domenica”, “Zelig”). E ora l’incontro con Massimo Navone, un incontro “fortunatissimo – ammette entusiasta l’attrice – perché lui è tranquillo, disponibile, si lavora con serenità, mi sento quasi miracolata. Fare questo spettacolo mi ha dato molto, si esce dalla bidimensionalità del personaggio comico televisivo da cabaret. Qui si dà corpo a veri personaggi teatrali, puntando uno sguardo autentico, cinico, sulle nostre perversioni mentali e sull’uso che facciamo del corpo relazionandoci agli altri”.

