domenica, gennaio 30, 2005

Iraq, la democrazia batte il terrore

Alessandro Corneli

Ha vinto lo schieramento internazionale e interno iracheno che aveva puntato sullo svolgimento, all'epoca prevista e concordata con l'Onu, delle prime elezioni libere in Iraq. In testa, tra i vincitori, il presidente Bush e il capo del governo ad interim iracheno, Allawi. Per Bush, che aveva puntato molto sul successo di queste elezioni, che aprono la strada alla exit strategy, si è trattato di «un grande giorno per la democrazia». Anche Allawi ha visto premiato il suo sforzo di convincimento degli iracheni a recarsi alle urne. Non è escluso che, per questo, possa essere confermato premier. Ha perso chi non aveva mostrato fiducia nelle elezioni, chi pensava che l'afflusso alle urne sarebbe stato così basso da togliere legittimità alla Assemblea nazionale, chi sosteneva che il metodo democratico fosse inconciliabile con la cultura islamica. Di fatto, quelle di ieri sono state le elezioni del popolo iracheno, non le elezioni degli americani.

Il Giornale del 31 gennaio 2005

 
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domenica, gennaio 30, 2005

Cosa non si fa per vendere un libro

Un tesoro da 1 milione di dollari è nascosto in una fiaba. Un romanzo diventa la mappa di una caccia al tesoro. Una favola per bambini contiene gli indizi per trovare 12 gioielli. L'autore del libro ha nascosto in luoghi pubblici degli Stati Uniti 12 gettoni d'oro massiccio, ognuno dei quali dà diritto a ritirare preziosi gioielli (diamanti, rubini, zaffiri per un valore di un milione di dollari). A Treasurès Trove, il libro scritto da Michael Stadther, in poche settimane è balzato ai primi posti nelle classifiche delle vendite. 

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sabato, gennaio 29, 2005

Niente scommesse, siamo cinesi

In Cina non c'è posto per scommettitori, mandragate, allibratori, dadi, carte, cavalli, destino e fortuna. Circa 15.000 persone sono state arrestate in Cina nel quadro della campagna contro il gioco d'azzardo che è stata chiamata dalle autorità «Attacco implacabile». Lo affermano oggi i mezzi d' informazione cinesi.   Il gioco d' azzardo era stato vietato nel 1949, quando i comunisti presero il potere, ma non è mai stato eliminato del tutto e ha ripreso a diffondersi quando, con la liberalizzazione dell' economia, si sono indeboliti i controlli polizieschi. Con «Attacco implacabile» sono stati presi di mira soprattutto i funzionari di alto livello del Partito e i manager delle imprese statali che spesso usano denaro pubblico per tentare la fortuna nei casinò che sorgono nei paesi confinanti, come Corea del Nord, Laos e Myanmar. Secondo la stampa da quando sono stati rafforzati i controlli alla frontiera, in particolare nella provincia dello Yunnan, quella dove il gioco e altri vizi come la droga e la prostituzione sono più diffusi, almeno 82 casinò che sorgevano a ridosso del confine cinese sono stati costretti a chiudere i battenti.  Funzionari della polizia dello Yunnan hanno detto che le autorità dei paesi vicini si
sono impegnate a vietare «rigorosamente» l' ingresso nei locali ai clienti cinesi, una misura che, se sarà veramente applicata, significa la rovina per gran parte delle sale da gioco, sorte proprio per attirare la crescente massa dei nuovi ricchi cinesi. In Cina ha
suscitato scalpore il caso di Cai Haowen, un funzionario della provincia del Jilin che si è dato alla fuga dopo aver perso 3,5 milioni di yuan (circa 350.000 euro) di denaro pubblico sui tavoli del famigerato casinò nordcoreano Emperor. Secondo fuzionari della
dogana l'Emperor è frequentato «esclusivamente» da cinesi e non risulta che nelle ultime settimana, dopo l' esplosione dello scandalo che ha Cai Haowen come protagonista, il flusso abbia subito un rallentamento.  In un' inchiesta, il giornale Market News afferma che i cinesi spendono ogni anno più di 60 milioni di euro per scommesse su tutti i tipi di giochi come il tradizionale mahjong, le corse di cavalli, i combattimenti tra grilli. Nel paese è molto diffuso anche il gioco on-line, e numerosi siti Internet sono caduti sotto la mannaia della censura.  Nessuno può però impedire ai cinesi di sfogare la loro antica passione per il gioco d'azzardo di ordinare per email o per telefono commesse sulle corse di cavalli e sulle partite di calcio ad Hong Kong, dove sono legali.  La campagna «attacco implacabile» fa seguito ad un recente discorso di Hu Jintao, presidente della Repubblica e segretario del Partito Comunista, che ha indicato nella corruzione la «minaccia più seria» per il futuro del Partito. Secondo il ministro della sicurezza pubblica Zhou Yongkang il gioco d' azzardo «mina seriamente lo sviluppo socioeconomico del paese ed è contrario agli interessi fondamentali del popolo».  

Fonte Ansa

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giovedì, gennaio 27, 2005

Il male oscuro dell'apocalisse

di Fabrizio Ottaviani

Eccoci qui, con la nostra gazzosa nel bicchiere, mentre il mondo, come sempre, va a catafascio. Sorseggiamo sconsideratamente, ignorando di essere alla vigilia di una svolta esegetica madornale, una di quelle da cui dipende il destino del mondo. Incombe l’attimo in cui la sedia ci sfuggirà dal deretano e l’universo tutt’intero imboccherà la grande chicane, l’apocalisse. Avevamo frainteso la Bibbia: non sono tre gli uomini assunti in cielo, ma quattro. Dopo il profeta Elia, Gesù Cristo e la Madonna, c’è anche San Giovanni. E questo cambia ogni cosa. Lo assicura padre Matis, il gesuita consultato dai protagonisti del recente romanzo di Stanislao Nievo ed Enzo Pennetta (Gli ultimi cavalieri dell’Apocalisse, Marsilio, 186 pagg., ** euro). Lorenzo e Paolo sono docenti, rispettivamente, di liceo e di università. Il primo ha lo sguardo “un po’ ironico”, l’altro è un “giramondo incallito”. Si imbattono l’uno nell’altro a Roma nella notte delle bombe, al Velabro, mentre i calcinacci cadono e la polizia si affretta a transennare l’area colpita. Nel gran polverone scorgono un uomo (un uomo misterioso) trafugare un dipinto che rappresenta l’autore del quarto Vangelo nonché dell’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, “una specie di astronave del tempo pronta a volare verso un momento assoluto dove profezia e realtà coincidono”. E allora, largo all’astronave.

Qualche tempo dopo Lorenzo e Paolo si incontrano alla biblioteca Casanatense, scoprendo di essere entrambi appassionati di San Giovanni; si tratta di un hobby, come potrebbe esserlo collezionare francobolli. Decidono di mettersi alla ricerca del quadro, ma da dove cominciare? Lo chiedono a un bravo tombarolo, che ha la risposta pronta: “Cercatelo nel solito posto dove tutti cercano cose e storie: sotto al Pantheon”. Il quadro non si trova, la ricerca continua: al Colosseo, alle catacombe di San Callisto (dove si fa del sesso abbastanza spinto, e ciò vieta di pensare che questo sia un romanzo per ragazzini), a Piazza Santi Apostoli, e infine a Efeso e a Gerusalemme.

La lista delle insulsaggini, pescate a piene mani fra i cascami della new age più scervellata, non finisce più: “La sensazione che hai provato è la morte dell’ego”, “Prima del tempo io sono vissuto già altre volte”. Un rinnovato tao della fisica da veri guitti della scienza, con tanto di lunghe note in calce sulla “natura duplice del fotone”. Le reti neurali, la semantica computerizzata, la matematica pluridecimale. “Le vibrazioni del Tevere sotto di noi”. La Grande Madre. Lo sciocchezzaio gnostico d’accatto con il male che è “l’ombra del bene, senza non ci sarebbe dinamismo”. L’anima è femmina e il pensiero maschio. E una comparsata del golem, una spruzzatina di karma, un’incursione della cabala anzi della Qabbalah, e beninteso le dimensioni sono più di quattro e ce ne accorgiamo solo nelle emozioni profonde.

Ad ogni risibile scoperta dei due personaggi è tutto un restare sconcertati, sconvolti, stupiti, affascinati; le mani non smettono mai di tremare, né le bocche di balbettare. Nella speranza che il lettore babbeo ci caschi e si dica: be’, se si sconcertano loro, che sono professori, forse dovrei sconcertarmi anch’io... E poi giochini verbali al limite dell’encefalogramma piatto (“Vento, eventi, vite, avanti”), accompagnati da farneticazioni maniacali: “Le parole lo osservavano... Le avvolse, piccoli gnomi grafici, virus benefici o malefici...”.  E pensare che c’è ancora chi trova tempo, con romanzi di tal fatta in circolazione, di lamentarsi della violenza o della pornografia della narrativa contemporanea.

 
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giovedì, gennaio 20, 2005

 Amartya Sen: Tifavo Kerry, ma Bush è più intelligente

Amartya Sen può permettersi di cambiare idea. Ha 72 anni. E' un premio Nobel. E' l'economista che ha riscoperto il capitalismo etico. Disse, anni fa, che bisognava trovare lo spirito della solidarietà nelle leggi del mercato. Aveva ragione. Leggo un'intervista sul Corriere della Sera: "Tufavo Kerry, ha vinto George W. Bush. Non 'è la fine del mondo. Su un paio di temi ha avuto posizioni politiche molto più intelligenti del suo rivale. Sulla delocalizzazione delle imprese, per esempio, oppure sulla competizione con Cina e India. Su questi temi Kerry mostra un vero analfabetismo economico". Sen resta contrario alla guerra in Irak, ma è convinto che ora bisogna gestirla. Senza colpi di testa anti-americani. Amartya Sen è una persona seria.

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giovedì, gennaio 20, 2005

 Marras, un antropologo in passerella

di Miriam D'Ambrosio

“Vengo da una terra dove ci sono le impronte di tutti i popoli che l’hanno attraversata: Arabi, Spagnoli, Portoghesi, Fenici, Romani. Io devo solo trovare queste impronte e riconoscerle”. Antonio Marras procede nel suo lavoro con la cura di un antropologo per le tradizioni popolari, attingendo dagli inesauribili pozzi di una memoria che si rinnova ad ogni racconto recuperato. Il forte senso di appartenenza a una radice, la nostalgia feroce del perduto, il viaggio, i ritorni e gli addii, la fuga: tutto è nel suo teatro di abiti, vestiti di anime vagabonde che si mettono in salvo sulle passerelle del mondo. Lui è stato sempre posseduto dalla “voglia di raccontare, di costruire una trama per tessere un tappeto di abiti”. “Sono uno che è stato “prestato” alla moda, mi sento così – dice Antonio – ho sempre coltivato dentro di me altre passioni altrettanto forti, come la danza, il teatro, il cinema, costanti fonti di ispirazione. Ricordo la prima volta che ho visto uno spettacolo di Pina Bausch, fu una folgorazione. Faccio un lavoro che mi permette di invadere gli altri campi che amo”. Per la collezione uomo autunno – inverno 2005 – 2006, Marras ha “rubato” lo spirito di un film del 1961, “Banditi a Orgosolo” del siciliano Vittorio De Seta, regista documentarista che scelse per l’occasione tutti attori non professionisti, ma veri pastori sardi. “Mi interessava la figura romantica del bandito, colui che combatte contro l’ingiustizia sociale – racconta Antonio – la trama non è quella del film: il mio bandito è fuggiasco per un delitto d’amore. Ha ucciso il suo rivale, lasciato la sua casa, la donna che ama, e sua mamma”. E durante la sfilata, in sottofondo, una voce femminile legge la lettera di una madre al figlio in fuga. Ma ci sono anche alcune strofe di “Hotel Supramonte” di Fabrizio De André, “un mio mito da sempre”, sottolinea Marras. E c’è il fuoco. Il fuoco come elemento che domina, protagonista del rito propiziatorio del giorno di Sant’Antonio abate, quando si saltano i falò. “E’ una festa grande, anche i banditi tornavano al paese e venivano catturati quasi sempre. Paesani e turisti, l’uomo mediterraneo scuro, barba incolta, e il tipo imberbe, chiaro, in tinte pastello”. Sulle magliette è stampata la faccia di un brigante, “un vero bandito dell’Ottocento”. “La tradizione orale è stata fondamentale per me – continua – non ho conosciuto nessuno dei miei nonni, ma ci ha pensato la mia tata a tramandare i “racconti di paura” sui banditi”. Una magia fatta di realtà e mistero che diventa stoffa, cuore, volto. Magia che invade ora anche il palcoscenico, perché Antonio ha pensato i costumi per l’ultimo spettacolo di Lella Costa, “Alice. Una meraviglia di paese”, che debutta mercoledì 26 gennaio al Teatro Archivolto di Genova, per la regia di Giorgio Gallione. “Con Lella c’è un rapporto di amicizia, ci siamo conosciuti durante una mia sfilata ispirata ad “Alice nel paese delle meraviglie”. L’abito che porterà in scena è composto da segni, da tanti frammenti di vita, appiccicati addosso, una sorta di cassetto pieno di ricordi da indossare”, di un passato che ci sta sopra, dentro e che portiamo a spasso sulla pelle. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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categoria:l altro orizzonte
lunedì, gennaio 17, 2005

David I. Kertzer, PRISONER OF THE VATICAN: The Popes' Secret Plot to Capture Rome From the New Italian State (Houghton Mifflin, pp.357): il nuovo libro di Kertzer racconta in maniera appassionante, ma non settaria, le manovre del Vaticano negli anni appena precedenti e appena successivi alla presa di Roma da parte di Vittorio Emanuele II. Boston Globe. (In Italia Kertzer è pubblicato da Rizzoli.). Segnalato da UsaLibri 

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lunedì, gennaio 17, 2005

Le confessioni di un mimo (conservatore)

Observatory Mansions è da qualche parte nel cuore dell’Inghilterra e se qualcuno si aspetta di trovare lì la Londra dei ristoranti indiani, l’incrocio di etnie narrato, per esempio, da Zadie Smith, ha sbagliato indirizzo. Qui nessuno sogna Beckham. “Observatory Mansions” di Edward Carey (Bompiani, trad. Sergio Claudio Perroni, pagg. 338, euro 17) forse è solo un non luogo, un enorme cubo di quattro piani in stile neoclassico, un ex osservatorio sguarnito di telescopi, un’antica residenza nobiliare, chiamata un tempo Tearsham Park, dove non ci sono più tintinnare di posate, il passo veloce della servitù, i ricevimenti: ora è solo silenzio. «Il parco ricordava com’era stato. Ricordava altri alberi. Ricordava erba, ettari di prato. Ricordava zoccoli di vacche e vitelli. Ricordava: circondato da un recinto di ferro battuto, il parco era ciò che rimaneva di un parco un tempo immenso e lussureggiante. Il prato era stato spodestato: sul terreno erboso ci avevano piantato delle case, gli armenti avevano lasciato posto a mandrie di gente. E qui devo confessare di aver camminato, un tempo, da bambino, lungo le strade che cingevano il parco. In quel tempo io c’ero, le strade no: in quel tempo era tutto casa mia».

Prendete un individuo, misantropo e piuttosto maniacale, uno che come lavoro fa la statua umana, completamente verniciata di bianco, al centro di una piazza di una grande città. Quest’individuo vive in un palazzo con altri inquilini, una vecchia tenuta nobiliare in disfacimento. Tra le sue manie c’è l’insopprimibile desiderio di collezionare oggetti più o meno inutili, con una sola caratteristica in comune: sono stati rubati a persone con cui quest’individuo aveva, bene o male, a che fare. Erano i loro ricordi, sono diventati i suoi. La sua collezione nel tempo ha raggiunto i 996 pezzi, tutti schedati e catalogati. Cose del tipo: un vestito d’amore (lotto 995), un libro rilegato in marocchino, volume della storia degli Orme (lotto 163), un paio di stampelle (lotto 301), un telecomando di televisore (lotto 380) e così via, fino al lotto 996, chiamato semplicemente <CF201>l’oggetto<CF>. Dietro ogni oggetto c’è una persona, un passato, un ricordo. Prendete tutte queste storie, incrociatele, e avrete la rappresentazione intuitiva del mondo che ci siamo lasciati alle spalle, che se volete potete individuare nella Old England, nel Novecento, nella tradizione, nel vostro quartiere, nella vostra città, come ve li ricordavate un tempo.

 

 

 

 

Ad “Observatory Mansions” il passato cerca di sopravvivere, ma non ha più memoria. È la campagna che ha visto arrivare la città e resta lì, come un parco abbandonato, che fa da spartitraffico tra arterie di cemento. È il ripostiglio di classi sociali in disgrazia, scivolate ai piani bassi della storia. È la storia degli ultimi inquilini rimasti. La storia degli Orme, certo, ex padroni di tutto, quattro quarti di nobiltà andata a male, che hanno venduto pezzo a pezzo, appartamento dopo appartamento, il loro passato, fallimento segnato da un ineluttabile degrado genetico. Ed è anche la storia di chi è venuto lì ad abitare.

 

 

 

 

“Observatory Mansions” è soprattutto il romanzo d’esordio di Edward Carey: 33 anni, decisamente inglese, nel suo passato ci sono alcune opere teatrali, una carriera come illustratore (con cui si guadagna da vivere) e una breve esperienza di lavoro al Museo delle cere di Madame Truffault. Carey incastra storie nelle storie e snocciola ricordi e impressioni con un ritmo che prima scivola piano, poi sale, incalzante, lasciando che tutti gli indizi seminati qua e là s’incontrino per la resa dei conti finale. Esistenze e destino di ogni individuo dipendono, per qualche ragione remota, da quelli degli altri. Il punto di osservazione - freddo, impersonale, maniacale, eppure terribilmente umano - è quello di Francis Orme. Sua madre ha abdicato al linguaggio, suo padre vive sprofondato in una poltrona. Francis porta sempre dei guanti di seta bianca, con cui si difende dal marcio del mondo. Quando i guanti si sporcano lui li sostituisce con un paio nuovo. I vecchi non li butta, ma li conserva in bauli-sacrario. Non guarda mai le sue mani nude. Non ama i contatti con il prossimo e ha il dono dell’immobilità, esteriore e interiore.

 

 

 

 

Nel centro di una città, in quella zona abitata da gente con un po’ troppo denaro, c’è un altro parco. Al centro del parco c’è un piedistallo sprovvisto di statua. Ogni mattina prende il suo posto una statua di carne, coperta di vernice bianca, immobile creatura immacolata, che si anima solo per un attimo quando qualcuno lascia cadere nel piatto una monetina. In quel momento la statua apre gli occhi e soffia una bolla di sapone. La statua si chiama Francis Orme e quello è il suo lavoro. Francis Orme è un flâneur immobile.

 

 

 

 

Tra i suoi oggetti d’osservazione ci sono i suoi inquilini: un Portiere Sibilante, una Donna Cane, un Vecchio Professore dai Mille Odori, una signora che confonde la sua vita con i serial televisivi, tutti personaggi di una sorta di realismo più che magico, grottesco. Strani soggetti che sembrano non avere più alcun futuro e si sono dimenticati del proprio passato, con il quale si rifiutano di fare i conti: aspettano che in qualche modo si compia la loro sorte, essere archiviati dalla storia, e ricordati solo attraverso i loro oggetti nella «collezione d’amore» di Francis. L’arrivo dell’inquilina dell’appartamento numero 18 - Anna Tap, sorta di Amélie anglosassone - muta la situazione. La ragazza ridona ai vecchi inquilini la propria memoria, il passato. Li fa entrare nel presente, li strappa dal limbo dell’anti-modernità e offre uno spiraglio di futuro. Tutti alla fine trovano un destino. Restano Francis e Anna, innamorati e capaci di affrontare il mondo che si muove al di là del vecchio osservatorio. Accettano il presente.

 

 

 

 

“Observatory Mansions” si chiude con una demolizione. La magia e l’ossessione del passato è stata ridotta alla sue giuste dimensioni. E alla fine si comprende che il romanzo di Edward Carey è, certo, un lungo atto d’amore verso ciò che abbiamo alle nostre spalle, ma quest’amore può diventare un’ossessione, una gabbia ideologica e sentimentale. “Observatory Mansions” è un soffio di fiducia verso l’era, il secolo, che ci sta davanti. Basta togliersi i guanti bianchi e sporcarsi le mani, vivendo.

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categoria:letteratura
domenica, gennaio 16, 2005

In edicola il nuovo numero di Ideazione
di Cristiana Vivenzio

Sono così strette le maglie dell’egemonia cuturale di sinistra in Italia? E’ proprio vero che la destra italiana non è riuscita a produrre che sporadici e isolati riferimenti culturali? E’ addirittura impensabile che anche nel nostro paese si realizzi un effetto a cascata come quello che è avvenuto a partire dagli anni Sessanta negli Stati Uniti d’America, fin da quando la destra è progressivamente emersa come maggioranza strutturale del sistema politico statunitense? Sono questi – e molti altri – gli interrogativi cui cerca di dare risposta il nuovo dossier di Ideazione, in questi giorni in edicola con una sezione interamente dedicata alla Right (italian) nation. Studiosi, giornalisti, saggisti, storici riflettono e dibattono sulla realtà politica della destra italiana, tentando un parallelo con l’esperienza culturale americana. Quell’esperienza che, trasferita sul piano politico, ha portato alla rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca e che mantenuta su un piano strettamente socio-culturale ha permesso al movimento conservatore statunitense di colmare in pochi decenni la distanza che lo divideva dal progressismo culturale liberal.

Il resto su Ideazione
 

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venerdì, gennaio 07, 2005

Spot

Da leggere, l'editoriale di Andrea Mancia sull'ultimo numero di Ideazione . Il titolo è The Right Nation. Sono spesso d'accordo con lui, un passo più a sinistra.

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