lunedì, febbraio 28, 2005

I Quaderni dal Carcere
erano il blog di Gramsci

Uno dei blog migliori che abbia mai letto risale a tanti anni fa: I quaderni dal carcere di Antonio Gramsci. Avete mai notato che i quaderni del padre del Pci hanno la stessa struttura narrativa dei blog. Quello di Gramsci sono appunti di studio, considerazioni sull'attualità, bozze di teorie, spunti per un futuro incerto. Gramsci inizia la stesura dei Quaderni dal carcere di Turi l'8 febbraio 1929, esattamente due anni e tre mesi dopo l'arresto. La lunghezza di questa gestazione dipende solo in parte da condizioni esterne. Nell'incertezza della sorte che l'attende, anche quando sembra aprirsi per un momento lo spiraglio di una prospettiva meno pessimistica, il problema dello studio gli si presenta come un vero sistema di autodifesa contro il pericolo di abbruttimento intellettuale da cui si sente minacciato. Forse tutto ciò merita una riflessione.

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lunedì, febbraio 28, 2005

Appello a tutti i liberali:
per una volta proviamo a incazzarci davvero

Era solo una discussione da bar, certo. Maschera, negli ultimi tempi, ha nostalgie esoteriche. Sogna cavalieri del Santo Gral nella Berlino anni '30. E' un sogno estetico, ma per qualcuno l'estetica è una forma di morale.  Maschera è tra questi. Quando attacca le mie idee su qualcosa ha ragione. E' quella storia dei martiri che non mi va giù. Ha continuato a ripetermelo per tutto il pomeriggio: "Dimmi chi sono i martiri del liberalismo. Dimmene uno. E' questo il vostro problema". Naturalmente non è vero. C'è una folla di martiri liberali che è morta schiacciata dai totalitarismi. Sono tutti quelli morti per la libertà di commercio, per la libertà economica, politica, individuale. Ma non sono mai finite sulle t-shirt, come cristi morti. Lui dice: il liberalismo non ha appeal. Non avete palle, state sempre lì a mediare, con la vostra finta tolleranza, con gli occhialetti da intellettuali, le spalle curve. Lui si diverte a farmi incazzare. Qualche volta ci casco. Soprattutto quando spara: il liberalismo ha lo stesso sex appeal politico del democristianume. Nessuno muore per la Dc. Si sbaglia. La Dc prendeva voti, noi nemmeno quelli. Il fascino del liberalismo è un vecchio problema. Ed è strano. La filosofia della libertà, perchè questo è in essenza il liberalismo, è il pensiero più erotico, seducente, coinvolgente, rivoluzionario che ci sia in natura. Ma in due secoli di storia i liberali sono riusciti a presentarsi sempre con il loro vestito peggiore, tanto da nascondere la libertà sotto diversi cappotti: la rispettabilità borghese, il buon senso piemontese, il gioco delle tre carte giolittiano, la resistenza passiva al fascismo, la gotta di Don Benedetto - lasciato quasi da solo nel dopoguerra a sostenere la bandiera del libertà mentre ovunque strabordava la ribellione delle masse, le sofisticate letture pomeridiane del club Pannunzio, l'edera striminzita del Pli, fino a oggi, fino a quello che succede oggi, vittime a destra e sinistra di quella strana forma di pirateria politica che ha inflazionato il liberalismo a colpi di slogan taroccati. Il prossimo che mi dice che ormai sono tutti liberali merita una lobotomia politica: che gli venga inibito il diritto di voto. La caduta del Muro di Berlino è stata solo una truffa per i liberali. Tutti hanno cominciato a parlare di liberalismo, sputtanandolo, tanto nell'anima era quelli di sempre, paladini del privilegio statale, ereditario e aristocratico. A destra come a sinistra: socialdemocratici, democristiani e post repubblichini. Domenica ho letto su Repubblica un sondaggio sul ritorno dello statalismo, gli italiani vogliono il vecchio assistenzialismo e così sia. Meno male, giù la maschera. Torniamo a essere in pochi, ma questa volta facciamo la rivoluzione...

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domenica, febbraio 27, 2005

Il ritorno del bisonte

Milioni di bisonti stanno per fare irruzione nei portafogli dei cittadini americani. La zecca degli Stati Uniti ha infatti coniato 97 milioni di monete da cinque centesimi (nickel) con l'effigie dell'enorme animale e le a già distribuite alle dodici principali sedi della Federal Reserve. Da domani verranno distribuite alle banche locali. Per il bisonte americano di tratta di un grande ritorno 67 anni dopo essere stati abbandonati dai responsabili della zecca. La presentazione della nuova moneta avverrà in pompa magna martedì presso la sede della zecca a Washington con la presenza di un vero bisonte e di rappresentanti delle tribù indiane americane. La zecca spera che i nuovi nickel ricevano la stessa accoglienza riservata alle nuove monete da 25 centesimi lanciate nel 1999. I nuovi quarti, ciascuno dedicato a uno dei 50 stati, sono stati venduti ai collezionisti in oltre 140 milioni di unità. I nuovi nickel, così come i quarti, possono infatti essere acquistati in speciali confezioni. 

Fonte Apcom

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sabato, febbraio 26, 2005

Tutte le donne di Michael Faber

Aveva appena finito di condire il succo di pomodoro con il pepe. Due colpi veloci, sul rosso cadono una decina di puntini neri, poi la domanda, con un tono di voce lievemente freddo: “Perché hai voluto intervistarmi?”. La risposta di allora non te la ricordi. Lui disse poi che era una domanda che faceva spesso: “Voglio capire cosa si aspetta da me la persona che ho di fronte. Non voglio che se ne vada via deluso. Non voglio rimproverarmi di non averlo capito”. Sono passati cinque mesi. Michael Faber è tornato da tempo lassù in Scozia, dove ogni giorno vede passare i treni. A colazione, quella mattina, aveva tirato fuori la foto della sua casa. La piccola stazione ferroviaria dove vive. C’era Eva, sua moglie, che passeggiava sulla banchina. Doveva esserci anche un gatto da qualche parte. Un po’ più indietro la vecchia casa del capostazione, quella appunto dove adesso dormono, leggono i giornali, fanno colazione e tante cose i Faber, più in là dovrebbe esserci la biglietteria. La ferrovia funziona ancora: “Quattro treni al giorno, due al mattino e due al pomeriggio”.

“Perché hai voluto intervistarmi?”. La risposta ora l’avresti: “Per parlare di donne”. “Quali?”, direbbe lui. “Le tue”. Le donne di Faber sono la chiave per entrare nei suoi romanzi. La più importante, probabilmente, è Eva, forse la sua musa, forse no. Di certo è la donna che lui ama, la sua manager, la sua segretaria, il suo editor, quella che lo ha rimesso sui binari della letteratura, dopo una vita passata a perdersi. La donna che ha fatto in modo che quest’uomo di 44 anni, disegnato con la stessa trama dei sogni, non si rifugiasse nel limbo del talento incompiuto, a subire la sorte di chi per presunzione o per viltà finisce per credere che il tempo sia eterno. Faber per lunghi anni è stato così: uno con un paio di romanzi nel cassetto e un matrimonio fallito alle spalle. Eva è la seconda scelta, quella che gli ha detto: “I tempi sono maturi”.

Eva è quasi sempre nascosta nei suoi romanzi, tra i passanti e gli aguzzini. Ma non è mai la protagonista. E’ più facile che dietro il volto di Isserley, l’aliena che come un’animale da preda carica in macchina gli autostoppisti in Sotto la pelle, e soprattutto di Sugar, la prostituta da due milioni di copie di Il petalo cremisi e il bianco, ci sia Michael. E’ così anche per Catherine, l’ultima, quella di cui hai appena finito di leggere la sorte, il soprano che incarna le paure di A voce nuda (Einaudi, pagg. 116, euro 9,00), novella dall’arrangiamento gotico. Sullo spartito delle donne di Faber trovi le stesse note: passione, metamorfosi, innocenza (perduta), morte, e qualcosa che assomiglia all’amore, una sfumatura amara, come se celasse un grammo di veleno, una dose non mortale, almeno non subito, ma che ti annienta e ti porta a una forma pagana, antica, di sacrificio. Le donne di Faber sono agnelli di Dio senza più Dio. Cambiano gli accordi, ma il tema di fondo è lo stesso.

Cinque persone, un coro. E’ da qui che comincia “A voce nuda”.

 “Il Coro Courage di Roger Courage era, senza tema di esagerare, il settimo ensemble vocale più famoso del mondo. Di sicuro era più intransigente rispetto ad alcuni fra i gruppi più celebri: non era mai sceso così in basso da accompagnare i sassofonisti New Age con salmodie rinascimentali, o da gorgheggiare le solite cantilene di Lennon-McCartney nei concerti alla Royal Albert Hall. Mentre altri adottavano una dieta a base di successi antichi facendo sporadiche incursioni nel Ventesimo secolo, il Coro Courage era sempre pronto ad accogliere la sfida lanciata dall'avanguardia. Nessuno aveva eseguito la Stimmung di Stockhausen con altrettanta frequenza (quattro volte a Monaco, due a Birmingham e una, memorabile, a Reykjavik) e accettava sempre di buon grado l'invito ad affrontare nuove opere di compositori promettenti. Il Coro aveva già firmato un contratto con il Festival di Barcellona del 2005 per cantare un'opera bellicosamente post-millenaristica dal titolo 2K+5 composta dall'enfant terrible della musica vocale spagnola, Paco Barrios. E adesso, al gruppo venivano concesse due settimane di prove in un castello settecentesco nel Belgio rurale, per prepararsi a sguinzagliare l'impressionante Partitum Mutante di Pino Fugazza in un mondo ignaro”.

Cinque persone recluse in un castello che Faber racconta come se fosse il regista di un reality show letterario. Mostra i caratteri dei personaggi, sottolinea e seleziona i dialoghi, fissa litigi, antipatie, ombre, sospetti, paure, soprattutto, paure. Come se in questo castello ci fosse una sottile angoscia, che può, forse deve, diventare terrore. A Catherine, moglie di Roger Courage, l’artefice di questo coro, fragile come una bimba, potenziale suicida e perfetta masochista, è affidata l’impresa più difficile: superare il proprio talento, sfidando le note inarrivabili del Partitum Mutante, opera di un oscuro musicista genio o mistificatore, e fare i conti con la parte più intima di se stessa. L’atmosfera è un omaggio a Il giro di vite di Henry James. Ricordate la casa di campagna, i due bambini, la giovane governante, le presenze di due vecchi servitori? Nel maniero di A voce nuda, con il suono di questo coro che canta a cappella, si percepiscono le stesse ombre. E Catherine sente il pianto di un bimbo arrivare dal bosco. La voce della sua innocenza. Il discorso di Faber si muove tra questi limiti, talento e innocenza (o passione e sacrificio): la somma è sempre costante. E come in James il tempo è battuto dalla stessa domanda: Fino a che punto può arrivare il desiderio di amare ed essere amati?

 

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martedì, febbraio 22, 2005

Condannato a 30 anni
il capo delle Bestie di Satana

La giustizia, pensano un po’ tutti sotto un cielo di ghiaccio qui a Busto, ha il volto di una donna giovane e bella. Maria Grazia Zoncu pronuncia la sentenza con calma, senza emozioni, la voce non ha incrinazioni, come chi sta solo facendo il proprio dovere. Fuori, fuori da qui, oltre le porte del tribunale di Busto Arsizio, il giudice, questa ragazza che non dimostra più di 30 anni, con le labbra disegnate dal rossetto scuro, non lo riconosceresti. Quando Maria Grazia Zoncu, che davanti alla legge è Vostro Onore, dice Andrea Volpe condannato a 30 anni un sospiro di sollievo arriva dal fondo: sono i genitori di Chiara Marino, Fabio Tollis e Mariagrazia Pezzotta. Sono i genitori delle vittime.

Uno di loro, il padre di Chiara, esce dal tribunale, fuori la folla di curiosi e giornalisti, dopo la morte, il dolore, il processo e la sentenza è il tempo di parlare, di dire cosa si prova dentro: «La giustizia ha fatto il suo corso, adesso spero che quelli che hanno ammazzato mia figlia scontino la pena in carcere senza mai uscire». È questo il timore, che la voce di Maria Grazia Zoncu, il giudice, venga cancellata dal tempo, dai permessi, dalla buona condotta di chi un tempo ha ucciso, dalle carceri troppo affollate, dal ricordo che diventa flebile. Il padre di Chiara Marino chiede, spera, che 30 anni siano 30. Senza sconti, senza perdono. Ma non sarà così. Non può essere così, forse nemmeno deve: perché la pena non deve solo punire, ma anche rieducare, reinserire, aiutare a ricominciare. La pena, anche quando è 30 anni, deve lasciare uno spiraglio al futuro. Questo lo sanno tutti: chi fa le leggi, chi li esegue, lo sanno vittime e carnefici. Più difficile accettarlo per chi resta, i parenti di chi è stato ucciso, in modo orribile.

Arriva anche il padre di Fabio, Michele Tollis, dice: «Non credevo più nella giustizia. Quando mio figlio è scomparso ho passato anni a denunciare che qualcuno lo aveva ucciso. Ma alla procura di Milano nessuno mi ascoltava. Ora devo ringraziare i magistrati di Busto. Hanno fatto un grande lavoro. Hanno fatto venire a galla la verità. Hanno onorato la memoria di mio figlio. E questa sentenza mi ha donato un po’di pace. Non riavrò mio figlio, ma ora so che giustizia non è una parola inutile». E il merito va anche a quel volto di donna.

Lo pensa anche il ministro Roberto Castelli. Ne è più convinto oggi di ieri. «La sentenza dimostra che le leggi fatte dal Parlamento sono adeguate e consentono ai magistrati di punire in modo esemplare chi si è macchiato di delitti efferati». Il Guardasigilli si butta alle spalle un luogo comune di questi tempi: le sentenze sono clementi perchè la legge è debole. Non sempre è così. Non qui a Busto, almeno. Il pentimento, la collaborazione con gli inquirenti, di Volpe e Guerrieri non è bastata a cancellare l’orrore di questo satanismo da bar, che è diventato pura follia. Ci si chiede come tutto questo sia potuto avvenire, al di là del fumo, della musica dura e metal, dei medium, dei riti di sangue e seme, che all’inizio sembravano nascondere un desiderio di sesso senza regole. Tra le forze dell’ordine e i magistrati cresce la richiesta di creare corpi specializzati, agenti ad hoc, squadre investigative per dare la «caccia al diavolo». Antonio Pizzi, procuratore capo di Busto Arsizio, invita a «colmare il vuoto legislativo che si è aperto nel codice penale da quando è scomparso il reato di plagio, perchè dietro il paravento satanico si cela la manipolazione mentale». Anche tra le Bestie di Satana, in fondo, c’erano vittime e carnefici.

 
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martedì, febbraio 22, 2005

Quattro passi con la destra

Qualche volta mi chiedo se la destra sa fare davvero cultura. Guardo le pagine "domenicali" di Repubblica e non nascondo una certa invidia. Non ci sono idee straordinarie, ma ci sono narratori, gente che va, vede e racconta. Gente che sa raccontare l'uomo e il mondo che gli gira intorno. Lo so, il concetto del narratore è una delle mie ossessioni: il nostro universo vive un surplus d'informazioni, ma c'è un deficit preoccupante di narratori. Il narratore rende carne e anima le informazioni. Trasforma una serie di dati sovrepposti l'uno all'altro e presto destinati al macero, alla memoria temporanea, quella che si cancella quando il disco fisso va in sovrappeso, in storie. A destra ci sono narratori? O frulliamo solo agenzie? E se ci sono sappiamo utilizzarli? O cerchiamo solo polemisti? Degni anche loro di rispetto, ma che non tessono trame. Ho l'impressione che la cultura di destra cerchi troppo la polemica quotidiana e si preoccupi poco di disegnare visioni del mondo. Ed è strano che accada mentre a sinistra, grattando nel sottosuolo, è evidenti l'angoscia di sentirsi orfani del Novecento. Il nostro vantaggio è il futuro. Ma dobbiamo raccontarlo. 

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mercoledì, febbraio 16, 2005

I capelli di Migone

di Miriam D'Ambrosio

No, non è un “impiegato della comicità”, e non lo sarà mai. Lo dicono i suoi occhi, i gesti, i capelli. Si, i capelli, che per Paolo Migone non sono un vezzo d’artista, ricci e scarmigliati, con il biondo cenere che cede il passo al grigio. Sono la sua essenza, lo rappresentano in pieno, tenerezza e follia, amarezza e genialità dell’improvvisazione, pane quotidiano per la sua arte. Paolo con le parole ci gioca, le inventa, le accarezza, le ribalta, le scompone, le usa come vuole, le accosta con armonia.

E giocando con visioni, pensieri e realtà, ha creato “Completamente spettinato”, regia di Riccardo Zinna, al Teatro Ciak da martedì 8 a domenica 13 febbraio. “E’ uno spettacolo molto sincero perché parlo della mia vita, la gente ci si riconosce e così io mi arricchisco”, dice Paolo. Tema dominante è il rapporto uomo – donna “che per me è sempre stato conflittuale. Sono anni che sono in prima linea  e ora reagisco, mi ribello – scherza serissimo – uscendo dal “domesticus” mi sono accorto di quello che subisco ogni giorno e ne parlo. Cerco di variare un po’ sul tema delle liti, sui motivi. Mi piace cambiare”. Intelligente, caustico, disarmante, Migone  è un cabarettista – attore con un grande senso dello spazio scenico, dettato dall’esperienza e dal grande amore per il teatro che lo porta a rinunciare a strade più facili per godere del calore e della risposta immediata degli spettatori. “Il teatro è il mio habitat naturale – aggiunge – e poi dico sempre che ci sono due strade per gli attori comici: una è continuare con la televisione che fa crescere smisuratamente il tuo ego, è gratificante, comoda, tutti ti riconoscono subito, ti lodano. Eppure restare sempre in tv per un artista è un errore. L’altra è la via più difficile, quella scelta da Antonio Albanese per esempio, che fa un lavoro molto più artigianale”. Mimo, attore per bambini, regista teatrale, autore: dalla sua Livorno è passato a Roma, con una puntatina in Svezia per poi arrivare a Milano. Nei periodi più bui vendeva i suoi disegni, ora colora le parole rivestendole di sensi nuovi, quasi svelandole agli spettatori, dalla Sicilia (dove è già stato in tournée con questo spettacolo) a Milano, a Roma (nel mese di marzo), a Bologna (a maggio) .

“Il problema dei cabarettisti è che di solito il pubblico vuole vedere “dilatati” i pezzi che ha visto in tv. Io li faccio, ma poi ci metto altro e comunque mi diverto. Gli spettatori più difficili sono quelli del sabato sera: i fidanzatini. Ridono alle battute più scontate”.

Paolo scrive i suoi testi (come usavano gli attori della Commedia dell’Arte) seguendo un “metodo istintivo”, nel senso che non lo sceglie, gli viene così, naturale. “Tutto parte dal fatto che non ho assolutamente memoria – spiega – io sono come una videocamera, mi restano in mente i particolari. Non ricordo nemmeno una canzone di Battisti, che adoro. Con un pubblico davanti riesco ad essere suggestionato e mi arrivano una serie di diapositive nella testa, io le chiamo “flashiate”. Racconto quello che vedo come fanno i bambini”. Surreale, malinconico giullare (ma non cortigiano), Paolo in scena non ha necessità di scenografie, è padrona la parola: “La gente dovrebbe immaginare quello che racconto”. Gli fanno compagnia delle statue disegnate da lui e realizzate dallo scultore Emidio Bosco. “Io le tiro giù dall’alto con una corda. Ci sono anche una campana e un’amaca e c’è una certa similitudine tra il palco e una nave. Le statue sono uomini e donne - “l’altra metà del gelo”, come dice lui – in metamorfosi continua, tra l’inquietante, il divertente, l’imbarazzante. Nel finale c’è un colpo di scena, anzi due. Ma non si può dire, si deve vedere!”.  
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categoria:l altro orizzonte
lunedì, febbraio 07, 2005

Quando i matti raccontano

Voci dal mondo del disagio psichico. Sbarca on line "Matti per il blog" (blog.virgilio.it/mattiperilblog), una sorta di diario che raccoglie le testimonianze di operatori e ospiti delle comunità della Fondazione Lighea, attiva dal 1985 nel supporto delle persone con problemi di salute mentale e dei loro familiari. L'iniziativa è stata presentata oggi a Milano da Giampietro Savuto, presidente della Fondazione Lighea, e Andrea Kerbaker, amministratore delegato di Progetto Italia Spa, che sostiene l'iniziativa.  Il nuovo blog - con una grafica essenziale e un linguaggio semplice e accessibile a tutti, riferisce una nota - propone storie, esperienze e pensieri, permettendo agli autori di condividere il proprio percorso con gli altri visitatori del sito. Redatto da ospiti, ex ospiti e quattro operatori delle comunità di Fondazione Lighea, individua come primi spunti di confronto alcune particolari tematiche: «Perchè le comunità terapeutiche»; «Vivere in comunità»; «Le emozioni»; «Chiedere aiuto»; «Affetto»; «Sogni»; «I sette peccati capitali»; «Gli istinti» e «I conflitti».  Ogni intervento pubblicato avrà alle spalle un lavoro di gruppo, che seguirà regole precise e condivise. Per festeggiare la nascita di 'Matti per il blog', questa sera all'Auditorium San Fedele del capoluogo lombardo sarà proiettato «Muoviti Fermo», un film girato all'interno delle comunità psichiatriche Lighea, con la regia di Fabio Ilacqua e Roberto Pelitti.

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mercoledì, febbraio 02, 2005

La rivoluzione di Marat (Safin)

di Marco Lombardo

 Il suo sito internet è già tutto un programma. Si chiama «Safinator.com», campeggia un «buon compleanno» per i 25 anni fatti proprio ieri e c’è pure una foto di lui un po’ triste con una raccomandazione: «Stampatela e datele un bacio. Così Marat tornerà ad essere allegro». Inutile dire che il sito in questione è stato organizzato da una donna, perché Marat Safin, il bello delle racchette, è l’idolo incontrastato delle fan del tennis. Lui, (tanto) genio e (molta) sregolatezza, non s’è mai tirato indietro: si narra che nella sua casa in Florida, la stessa dove abita Maria Sharapova, il via vai sia incessante. Ma Marat ha messo la testa a posto e al terzo tentativo s’è finalmente portato a casa gli Australian Open, battendo in finale, dopo un po’ di batticuore, l’idolo di casa Hewitt che non è riuscito a riportare in Australia un titolo che manca dal 1976. Dice: «Credo nel destino. Il mio momento era tornato». Ma sul perché ci abbia messo 4 anni a rivincere uno Slam dopo gli UsOpen del 2000, afferma: «È difficile comprendere un russo». Proviamoci.
La mia casa. «Bisogna sempre ricordarsi da dove sei venuto e quanti soldi avevi: arrivare a permettersi un hotel a 5 stelle è una strada lunga. Noi russi lottiamo duro per emergere ma vogliamo goderci la vita. Io non sono un genio, né uno stupido: so solo che Mosca è il mio centro del mondo ed è lì che vivrò dopo che mi sarò ritirato, perché ci sono le ragazze più belle...».
I miei idoli. «Mi basterebbe diventare solo la metà di Sampras, avere il carisma di Tiriac, essere bravo a recitare come De Niro. Ma in realtà le stelle sono solo nel cielo: io non sono come gli americani, in camera ho solo un poster: il mio».
Il mio successo. «Il tennis è solo il tennis: non sono una rock star, se volete vedere un clown andate al circo. Io sono Marat Safin, gioco il mio tennis, vivo normalmente. Quando vinsi a Flushing Meadows tutti mi dicevano che ero diventato qualcuno: poi, qualche tempo dopo, cercai di entrare in un club di Mosca, ma nessuno mi riconobbe e restai fuori. Mi è piaciuto. E se adesso incontro qualcuno che non mi conosce gli dico che sono un povero studente. È interessante e più divertente».
I miei soldi. «Certo, guadagnare tanti soldi rende la vita più facile. Ma nessuno diventa più sexy perché ha un grosso conto in banca. Quando guardo un dollaro vedo solo la faccia di Washington su un pezzo di carta».
Il mio gioco. «Credetemi: ci sono giorni che non ho alcuna voglia di mettermi lì a colpire forte la pallina su un campo. In realtà sono un pigro. Ma in fondo nel tennis il gioco è come l’amore: se lo cerchi a tutti i costi, non arriva mai. Ma se lasci che le cose succedano naturalmente...».
La mia vita. «Mi piace avere amici, socializzare, divertirmi. Ma come detto sono fondamentalmente pigro: allora il massimo è avere una canna da pesca, una bottiglia di vino e stare 8 ore su una barca a pescare. Ma non so nuotare».
Il mio talento. «Io vivo la mia vita. Ho battuto Sampras in una finale agli UsOpen, eppure c’è gente per la quale io sono sempre “quel russo alto che potrebbe essere un numero uno”. Questo mi ferisce, perché anche se avessi già vinto 5 titoli dello Slam ci sarebbe sempre qualcuno a dirmi “potevi fare di più“. Invece so che alla fine della mia carriera avrò vinto quello che potevo vincere. Anche se, in fondo, non scommetterei mai su di me».
Le mie donne. «C’era un periodo che cambiavo fidanzate in continuazione. Mi dicevo: “Ma che cosa sta succedendo?”. Spiegazione semplice: sono giovane, no? A me piace avere belle donne con cui parlare e magari litigare: non c’è niente di più sexy di una ragazza arrabbiata, perfino se ti tira addosso qualcosa. Per questo firmo autografi solo a belle ragazze. Anna Kournikova? Fantastica, ma non la sposerei mai: non mi piacciono le bionde slavate. Invece vi piace Madonna? Io l’adoro».
Il mio futuro. «Io voglio essere felice, vivere la vita. Un giorno tornerò a essere il Signor Nessuno, lo preferisco: nessuno che si aspetta grandi cose da te, nessuna pressione. Io, Mosca e un canna da pesca. E belle ragazze, naturalmente».

 
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martedì, febbraio 01, 2005

Greyhound Lines. Si spezza il sogno On the road

di Giuseppe De Bellis

C’è la fermata, ma non arriverà più l’autobus. Nessuna valigia, né sacco. Nessun sogno chiuso nello zaino. Cancellate quello che avete visto in centinaia di film: il viaggio attraverso gli Stati Uniti. Non ci sarà più un Ray Charles e adesso non ci saranno neanche storie come la sua: quella di un ragazzo di 17 anni che taglia in due gli Usa su un bus, dalla Florida a Seattle. Non si può, ora: quel pullman non c’è.

Chiude un pezzo di storia: la Greyhound Lines, la compagnia che quei mezzi li ha messi sulla strada e li ha fatti scarrozzare, è strangolata dai debiti e ha tagliato le rotte per l’Ovest. Diciassette Stati praticamente a piedi: dall’Illinois alla California, attraverso tutto il Midwest. Adesso non c’è possibilità di arrivare dall’Atlantico al Pacifico, non a bordo di quegli autobus argento con i colori della Nazione sulla carrozzeria: bianco, rosso e blu. Quelli che per l'americano povero di provincia erano una necessità e per gli studenti squattrinati senza macchina l'unico modo di viaggiare. Quelli che per il resto del mondo sono stati un sogno. Tre parole: «On the road». Il mito, la leggenda. Il simbolo del viaggio: per chi voleva ripercorrere le orme di Jack Kerouac e sentirsi libero lungo le strade d'America, dalle coste dell'Atlantico alle praterie del Midwest, dai deserti dell'Arizona fino alle onde della California, i pullman del levriero che brillano al sole sono stati per 90 anni un'icona, come i Levi’s e Easy Rider. Di più.

Negli anni trenta e quaranta erano il mezzo di trasporto preferito dagli americani, e le superbe stazioni art déco (disegnate dai più famosi architetti dell’epoca) rappresentavano in ogni città, anche quelle più sperdute, il simbolo del progresso e dell’avventura. Dalle strade sterrate dei deserti dell’Ovest, alle levigate autostrade volute dal presidente Eisenhower, i bus della Greyhound erano gli unici veri re della strada. Dentro c’era la vita di un Paese intero: i neri che all’inizio del XX secolo lasciano le piantagioni per il Nord, gli oakies del Furore di Steinbeck che fuggono la Grande Carestia verso la California, gli hobo che saltano sui vagoni dei treni in corsa verso la libertà. Attraversare l’America sul Levriero significava riconoscere in fondo a ogni rettilineo, dietro ogni curva, all’inizio di ogni viaggio, il fantasma del blacktop (il manto nero dell’asfalto), spirito delle strade americane, anima del mito, che nasce dalle piste sterrate dei pionieri, sopravvive ai bordi delle highway di provincia, si nasconde nelle stazioni di servizio dalle forme più strane, si affaccia sulla Old Route 66. Monti su un Greyhound, ti siedi e guardi: ecco le piccole miserie quotidiane dell'America, ecco le storie di chi, nell'era dei jet, è ancora costretto a viaggiare per giorni e giorni su un autobus. Significa conoscere i lati più vulnerabili degli Stati Uniti, osservare negli occhi della gente che aspetta alle fermate la fatica e la speranza.

Adesso che la ruggine si mangia l’argento della leggenda, il levriero è zoppo: perdite di bilancio da 140 milioni di dollari negli ultimi due anni si sono tradotte in tagli sul personale e di conseguenza sulle tratte coperte dalla rete di autobus. L'aumento del prezzo della benzina della scorsa estate ha dato poi il colpo di grazia. In 17 stati del Sud, dell'Ovest, del Midwest, sono state chiuse molte stazioni: dal 18 agosto scorso 260 piccoli paesi e cittadine fra Chicago e Seattle non hanno più visto arrivare i pullman del marchio del levriero. C’è la fermata, non c’è l’autobus, appunto: non arriverà. Per gli abitanti di queste comunità è un colpo al cuore della vita quotidiana: la possibilità di recarsi dal medico in un villaggio vicino, di recarsi in visita a parenti lontani.

Non è la prima volta che la compagnia degli autobus è costretta a ridurre i costi: una prima ristrutturazione era stata avviata nel 1998 quando la Greyhound, nata nel 1914 per iniziativa di un immigrato svedese che trasportava su un furgoncino i minatori in un paesino del Minnesota, era stata venduta alla società di trasporti canadese Laidlaw per 650 milioni di dollari. Ma le misure programmate adesso sono finora le più drastiche a danno dei clienti. Alle proteste dei paesini colpiti, una portavoce della compagnia ha risposto che circa la metà delle stazioni chiuse dal 18 agosto non avevano abbastanza traffico di passeggeri. Ne rimarranno 99, 75 delle quali in città con più di 100mila abitanti. «Per i paesi ora tagliati fuori dalle rotte - ha continuato la portavoce - sarà possibile raggiungere una stazione Greyhound in meno di 35 minuti di macchina». Ma il punto è proprio questo: i pullman del levriero sono utilizzati soprattutto da quelle persone che non posseggono un'automobile o che non sanno guidare. Ci sono anziani e persone con handicap che vedono negli autobus l'unica possibilità di spostarsi attraverso il Paese. Dietro ai Greyhound ci sono storie di americani per i quali i prezzi degli aerei e dei treni sono proibitivi. Poi c’è il mito, la letteratura, il cinema, il sogno. Prima c’è la vita.

giuseppe.debellis@ilgiornale.it

da Il Giornale del 2 febbraio 2005

 
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