Tutte le donne di Michael Faber
Aveva appena finito di condire il succo di pomodoro con il pepe. Due colpi veloci, sul rosso cadono una decina di puntini neri, poi la domanda, con un tono di voce lievemente freddo: “Perché hai voluto intervistarmi?”. La risposta di allora non te la ricordi. Lui disse poi che era una domanda che faceva spesso: “Voglio capire cosa si aspetta da me la persona che ho di fronte. Non voglio che se ne vada via deluso. Non voglio rimproverarmi di non averlo capito”. Sono passati cinque mesi. Michael Faber è tornato da tempo lassù in Scozia, dove ogni giorno vede passare i treni. A colazione, quella mattina, aveva tirato fuori la foto della sua casa. La piccola stazione ferroviaria dove vive. C’era Eva, sua moglie, che passeggiava sulla banchina. Doveva esserci anche un gatto da qualche parte. Un po’ più indietro la vecchia casa del capostazione, quella appunto dove adesso dormono, leggono i giornali, fanno colazione e tante cose i Faber, più in là dovrebbe esserci la biglietteria. La ferrovia funziona ancora: “Quattro treni al giorno, due al mattino e due al pomeriggio”.
“Perché hai voluto intervistarmi?”. La risposta ora l’avresti: “Per parlare di donne”. “Quali?”, direbbe lui. “Le tue”. Le donne di Faber sono la chiave per entrare nei suoi romanzi. La più importante, probabilmente, è Eva, forse la sua musa, forse no. Di certo è la donna che lui ama, la sua manager, la sua segretaria, il suo editor, quella che lo ha rimesso sui binari della letteratura, dopo una vita passata a perdersi. La donna che ha fatto in modo che quest’uomo di 44 anni, disegnato con la stessa trama dei sogni, non si rifugiasse nel limbo del talento incompiuto, a subire la sorte di chi per presunzione o per viltà finisce per credere che il tempo sia eterno. Faber per lunghi anni è stato così: uno con un paio di romanzi nel cassetto e un matrimonio fallito alle spalle. Eva è la seconda scelta, quella che gli ha detto: “I tempi sono maturi”.
Eva è quasi sempre nascosta nei suoi romanzi, tra i passanti e gli aguzzini. Ma non è mai la protagonista. E’ più facile che dietro il volto di Isserley, l’aliena che come un’animale da preda carica in macchina gli autostoppisti in Sotto la pelle, e soprattutto di Sugar, la prostituta da due milioni di copie di Il petalo cremisi e il bianco, ci sia Michael. E’ così anche per Catherine, l’ultima, quella di cui hai appena finito di leggere la sorte, il soprano che incarna le paure di A voce nuda (Einaudi, pagg. 116, euro 9,00), novella dall’arrangiamento gotico. Sullo spartito delle donne di Faber trovi le stesse note: passione, metamorfosi, innocenza (perduta), morte, e qualcosa che assomiglia all’amore, una sfumatura amara, come se celasse un grammo di veleno, una dose non mortale, almeno non subito, ma che ti annienta e ti porta a una forma pagana, antica, di sacrificio. Le donne di Faber sono agnelli di Dio senza più Dio. Cambiano gli accordi, ma il tema di fondo è lo stesso.
Cinque persone, un coro. E’ da qui che comincia “A voce nuda”.
“Il Coro Courage di Roger Courage era, senza tema di esagerare, il settimo ensemble vocale più famoso del mondo. Di sicuro era più intransigente rispetto ad alcuni fra i gruppi più celebri: non era mai sceso così in basso da accompagnare i sassofonisti New Age con salmodie rinascimentali, o da gorgheggiare le solite cantilene di Lennon-McCartney nei concerti alla Royal Albert Hall. Mentre altri adottavano una dieta a base di successi antichi facendo sporadiche incursioni nel Ventesimo secolo, il Coro Courage era sempre pronto ad accogliere la sfida lanciata dall'avanguardia. Nessuno aveva eseguito la Stimmung di Stockhausen con altrettanta frequenza (quattro volte a Monaco, due a Birmingham e una, memorabile, a Reykjavik) e accettava sempre di buon grado l'invito ad affrontare nuove opere di compositori promettenti. Il Coro aveva già firmato un contratto con il Festival di Barcellona del 2005 per cantare un'opera bellicosamente post-millenaristica dal titolo 2K+5 composta dall'enfant terrible della musica vocale spagnola, Paco Barrios. E adesso, al gruppo venivano concesse due settimane di prove in un castello settecentesco nel Belgio rurale, per prepararsi a sguinzagliare l'impressionante Partitum Mutante di Pino Fugazza in un mondo ignaro”.
Cinque persone recluse in un castello che Faber racconta come se fosse il regista di un reality show letterario. Mostra i caratteri dei personaggi, sottolinea e seleziona i dialoghi, fissa litigi, antipatie, ombre, sospetti, paure, soprattutto, paure. Come se in questo castello ci fosse una sottile angoscia, che può, forse deve, diventare terrore. A Catherine, moglie di Roger Courage, l’artefice di questo coro, fragile come una bimba, potenziale suicida e perfetta masochista, è affidata l’impresa più difficile: superare il proprio talento, sfidando le note inarrivabili del Partitum Mutante, opera di un oscuro musicista genio o mistificatore, e fare i conti con la parte più intima di se stessa. L’atmosfera è un omaggio a Il giro di vite di Henry James. Ricordate la casa di campagna, i due bambini, la giovane governante, le presenze di due vecchi servitori? Nel maniero di A voce nuda, con il suono di questo coro che canta a cappella, si percepiscono le stesse ombre. E Catherine sente il pianto di un bimbo arrivare dal bosco. La voce della sua innocenza. Il discorso di Faber si muove tra questi limiti, talento e innocenza (o passione e sacrificio): la somma è sempre costante. E come in James il tempo è battuto dalla stessa domanda: Fino a che punto può arrivare il desiderio di amare ed essere amati?