giovedì, marzo 31, 2005

Pregate per Giovanni Paolo II

Notizie sottovoce. Un sussurro che arriva da lontano, come un antico pianto, un vento che parla agli spifferi delle porte e dice parole sottili, con un angoscia che si fa più profonda. Dicono, oltre le mura del Vaticano, che la pressione del Papa è troppo bassa, che è il tempo degli ultimi sacramenti, che no, questa notte non sarà la sua ultima notte. Andate a casa ragazzi, sussurra Navarro. Non ci saranno brutte notizie. Il Papa è più forte del Parkinson, della malattia. Ma i suoi polmoni soffrono. Sono un urlo senza voce. Sono parabole che restano mute. Sono la testimonianza di un cammino doloroso che, lentamente, si spegne. Le agenzie dicono che c'è preoccupazione, che le condizioni di Karol si sono aggravate. Notizie che cadono nella rete come se tutto fosse normale. Ma come sta il Papa? Qualcuno dice che andrà avanti, che Cristo ancora non scende dalla croce. Non è ancora il tempo. Non è ancora la notte. Ma qualcuno prega. Quanto è lontano oggi il Novecento? Quale era si chiude? Sta male il Papa che ha visto i muri cadere.

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giovedì, marzo 31, 2005
La Soncini? No, grazie
Non prendo lezioni da lei
di Choukhadarian
La questione è quella - immonda, si licet - della generazione trentenne. Se ne sta occupando in modo peloso la campagna elettorale per fortuna alla fine, se ne occupano da sempre le gazzette alla ricerca di riempitivi per i molti vuoti in pagina, non ne può più nessuno e intanto ogni 2-3 anni ci dev'essere qualche scrittoressa o giornalistessa o giornalistino che vuol dir la sua.
Ora, Giuliano da Empoli a parte, pare a me che ci sia un sacco di gente della nostra età in possesso di un potere che va dal medio al grande. Se pure ci si vuol fermare al piccolissimo mondo del giornalismo, Mario Calabresi è caporedattore centrale di Repubblica e credo abbia 37 anni quest'anno. In redazione a Genova ne parlano come del Santissimo, voglio dire. Insomma, non mi pare sia il caso di prender lezioni da nessuno, men che meno da una Soncini che è cara grazia se ha letto da giovane Piccolo mondo antico o i romanzi di Neera. Io faccio il collaboratore di Repubblica-Genova, voglio cambiar mestiere, nel frattempo mi diletto di critica letteraria e musicale, presento libri e forse modererò questo Festival del libro religioso che l'assessorato al Turismo di Sanremo vuole organizzare sotto la Pentecoste. Non è molto, forse è poco meno di niente, ma intanto è.
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giovedì, marzo 31, 2005
La poesia è più viva del romanzo
Mario Santagostini
Può essere solo una predilezione. Ma, riflettendo sulle nostre ultime stagioni letterarie, i buoni o eccellenti (quando non memorabili) libri di poesia risultano assai più ricorrenti dei romanzi. Forse c’è una ragione elementare, tecnica: quando leggo l’ultima raccolta di Luzi, Zanzotto o Raboni (maestri che hanno pubblicato versi negli ultimi anni), la colloco nella mia memoria di lettore, la confronto con l’opera anteriore, registro inedite sfumature. Il libro di poesia apre itinerari e, nello stesso tempo, fa rileggere il passato dell’autore in una luce nuova, lo investe d’un senso inatteso. È sorprendente, dunque. Ma ciò illustra la (privilegiata?) fenomenologia del lettore di versi, e nulla dice sul fatto che i romanzi, oggi, non sono quasi mai sorprendenti, e quelli italiani meno ancora. Qualche idea in proposito la suggerisce George Steiner, secondo il quale la scrittura si rivelerebbe sempre più inadatta a fornire rappresentazioni organiche del mondo: altre forme culturali ne prenderanno, già ne hanno assunto il ruolo. La scienza, per esempio. O la musica. Dunque, nulla di strano se l’opera verbale, specie in prosa, decade, la sua tensione s’infiacchisce, l’universo descritto è piatto. È una teoria affascinante: indica la palingenesi della letteratura, un suo destino possibile. Ha il difetto che, come ogni teoria onnicomprensiva, mai verrà contestata (direbbe Popper: non sarà mai falsificabile) e rimane lì perfetta, indiscutibile. Assumiamola, allora, come una splendida architettura e torniamo a chiederci: perché questa diffusa sensazione d’una narrativa debole, mai memorabile? Io, lettore, non dovrò scordare di vivere in un’epoca chiamata postmoderno il cui statuto, in estrema sintesi, consiste nella sostituzione dei vari principi di funzionalità con quelli del piacere, del godimento. Da qui la tensione al consumo visivo istantaneo, a esaltare edonisticamente il presente ornandolo, caricandolo con vestigia, citazioni e narrazioni del passato, a mischiare stili antichi e moderni, alti e bassi. Confondendo l’inarrivabile e il corrivo in una sorta di presente assoluto, riassuntivo, accattivante e triturante. E il postomoderno, di fatto, lo si guarda: nelle città riprogettate alla luce (sospetta?) del piacere. Lo si “sente”, interiorizza. È uno stile di vita, prima che di pensiero. Mi chiedo: esiste “da noi” una narrativa capace di raccontarlo, il postmoderno? Forse no, forse lavora nei suoi confronti una sorta di fascinazione provinciale, un’ingenua curiosità che impedisce ai narratori nostrani di fare come (per esempio) Don DeLillo o Jonathan Frenzen: illustrare l’epoca da un punto di vista alto, ironico, cattivo. Travalicando proprio quel presente assoluto e riassuntivo. Ma ciò vuol dire: rileggere l’epoca con l’astiosa lucidità di chi ne coglie l’orrore, la tragicità destinale. Con una perplessità, uno sdegno che sembrano, invece, assai distanti dai nostri. Da qui l’assenza di forza raffigurativa, l’adesione molle a improbabili protagonisti. E la tendenza a esaltarsi nella pura scrittura, a tentare la grande pagina. Riannodando gli antichi filoni antinarrativi da sempre latenti nelle nostre storie letterarie. Senza rendersi conto che un mondo-contenitore di segni, riscritture e storie da consumare a breve saprà divorare con lieta nonchalance tutto, e in quel tutto ci saranno anche le pagine grandi, e le grandissime. Manca, insomma, un affabulatore forte e frontale del nostro male, delle nostre dannazioni. Un Moravia del postmoderno. Non è un caso, credo, che vari narratori stiano (a turno) riscoprendo la memoria degli anni ’40. Quando il male lo si vedeva. Ma è un male consegnato o da riconsegnare alla storia. Non quello ottuso, diffuso della vita presente. Forse, da questo punto di vista, la poesia è meno disponibile agli incanti del tempo, più lucida nell’afferrare il male. Paradossalmente: è meno votata a estetizzarlo. E le pagine di versi, spesso, risultano migliori quelle in prosa. Troppo spesso, viene da dire.
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categoria:letteratura
giovedì, marzo 31, 2005

Il mito di Highlander (bufale immortali)

Uno scienziato britannico ha detto di aver inventato una pillola che sarebbe in grado di prolungare la vita media di 30 anni, portando le persone in alcuni casi a vivere fino a 140 anni. Il medicinale elaborato dal professor John Speakman servirebbe a aumentare il ritmo con il quale il corpo consuma energia, riducendo la produzione di radicali liberi, le molecole responsabili del processo di invecchiamento.  Composto base della pillola è la tiroxina, un ormone prodotto naturalmente dalla tiroide che serve a regolare il ritmo metabolico. Speakman, professore presso la facoltà di zoologia dell'università di Aberdeen, ha dichiarato che i topi ai quali veniva somministrata la tiroxina avevano un metabolismo più veloce e tendevano a vivere più a lungo.  Speakman ha appena ricevuto un finanziamento da 580 mila euro per le sue ricerche ed ora mira a condurre ulteriori esperimenti sui topi per determinare il dosaggio più adeguato dell'ormone. Se le sue ricerche avranno successo, entro i prossimi dieci anni, sarà possibile sperimentare una pillola adatta al consumo umano.

fonte ansa

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giovedì, marzo 31, 2005

TocqueVille. La città dei liberi.

E' ufficiale. L'aggregator dei blog si chiamerà TocqueVille. La città dei liberi. Risultato finale del voto: TocqueVille 49%; The Right Nation 37%; West Village 9%; TRIBs 2%. Gli iscritti, ad oggi 167, riceveranno nei prossimi giorni una mail con l'indirizzo web di un modulo da compilare per confermare l'adesione. I tecnici che stanno sviluppando il software per l'aggregazione dei feed sono all'opera già da qualche giorno e speriamo di poter iniziare presto la prima fase della sperimentazione. Per il resto, tocca a tutti noi.
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lunedì, marzo 28, 2005

Il manuale della sopravvivenza
Aldous Huxley e i suoi fratelli: l’eredità di una filosofia
che ci ha aiutato a oltrepassare gli incubi totalitari

di Vittorio Macioce


Utopia o anti-utopia, ordine o libertà, sicurezza o rischio? Il Novecento doveva dare una risposta a queste domande. Ci ha provato, con le sue guerre mondiali, con le sue ideologie, con il pendolo della politica che oscillava tra Stato e individuo. Ci ha provato, portando i suoi sogni allo zenit, e massacrandoli. Ci ha provato, con le sue terze vie, che sono apparse poi alla fine troppo banali o poco affascinanti o incapaci di rispondere a quel bisogno di assoluto o di nulla che ancora ci perseguita. Ci ha provato il Novecento, senza riuscirci, accontentandosi di dire: comunque siamo sopravvissuti e non è poco, ma lasciando la domanda, aperta, ai posteri, ancora ingabbiati nel dialogo tra il Grande Inquisitore e il Cristo, quella leggenda che Fëdor Dostoevskij lascia raccontare a Ivan Karamazov. Ivan confessa al fratello Alësa di aver scritto un poema. Siviglia, Sedicesimo secolo, Inquisizione, Cristo decide di tornare nel mondo per riportare la Chiesa all’interno del Verbo. Ancora una volta servono i miracoli, qualcuno lo segue, qualcun altro lo crede un impostore, la legge decide la sua sorte. (il resto in)

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lunedì, marzo 28, 2005

Tullio Avoledo, frammenti
di letteratura quantica
di Vittorio Macioce

Tullio Avoledo è seduto al tavolo di una trattoria milanese. E’ con altra gente: un piccolo editore di fantascienza, un docente di letteratura italiana, due giornalisti. Sta parlando di Pordenone, dove di solito vive, di sere d’inverno fredde e buie: “Sotto casa c’è una piccola libreria. Ci vado spesso. Mi ritrovo a rovistare tra titoli che ispirano le più strane teorie del complotto. Noto che questo genere di saggistica, a metà tra la leggenda metropolitana e le verità nascoste, mi chiama. Sento il suo fascino, come una fuga irrazionale da una società in cui il limite tra il vero, il falso, il verosimile, il probabile appare sempre più sottile”.

Continua

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lunedì, marzo 28, 2005

Le scelte di Mercuzio

Mercuzio ha fatto un viaggio nel West Village, il lato occidentale del blog. Ha scelto di dialogare con la Right Nation. Perchè? Ha chiesto qualcuno. La risposta è su Ideazione, a cui Mercuzio ha inviato un messaggio. Eccolo.

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lunedì, marzo 28, 2005

Due o tre cose sulla Right Nation

di Alberto Mingardi

Sarà Internet a salvare quel variegato magma che passa sotto la stropicciata etichetta di “cultura di destra”? Anche in Italia il paesaggio della rete si sta pian piano tingendo di azzurro, sono già centotrenta (sì, centotrenta) i “blog” che hanno aderito a un appello della rivista “Ideazione”, per convergere su  di una piattaforma comune. Veloce ripasso per chi non vive incollato a una tastiera: i “blog” sono l’ultima metastasi della rete, siti personali che offrono una continua cascata d’opinioni, e se si tratta di opinioni affilate tanto meglio. Ce ne sono parecchi che non rientrano nel perimetro presidiato dalla sinistra che pensa: e ora cercano un posto al sole, sfilando tutti in un’unica vetrina.

L’iniziativa è affascinante e ha il sapore fresco delle cose spontanee. Dietro c’è la mano di gente che ci crede, e la feconda ossessione di fare un uso politicamente smaliziato di Internet. A monte, s’intravede l’incredula ammirazione per il panorama che si presenta a chiunque bazzichi i siti della “rive droite” statunitense: una sterminata prateria di idee, impossibile da dominare da questa parte dell’Atlantico. Il complesso del tu vo’ fa l’americano ha fertilizzato i nostri blogger, ha scosso le loro certezze al di là delle formule preconfezionate, li ha avvicinati a visioni del mondo inedite. Col tempo, spazzerà via la muffa che ha reso spesso impresentabile, quando non  semplicemente inutile, la presunta “intellighenzia” che non s’identifica nel centro-sinistra. Oggi, puoi vivere nel più sordo paesino dell’Appennino lucano ma sei a un clic dal Cato Institute.

C’è qualche “ma”. Aprire un blog su Internet costa poco, sostanzialmente giusto il tempo che ci si spende. Più che alla fondazione di un giornale, somiglia all’andare alla finestra e attaccare con un comizio, sperando in strada si formi una piccola folla. Gli USA vedono un continuo fiorire di fogli on line, alcuni intelligentissimi, ma accanto c’è la cavalleria pesante. Istituti di ricerca, club, università e case editrici, gente che opera nel mondo “vero”, che riesce con entusiasmo e pazienza ad aggregare interessi e sensibilità, dando loro concretezza. Ci sono anche persone, persone normali: non multimiliardari, che per tener vivo questo arcipelago mettono mano al portafoglio: meno del 10% delle donazioni annuali alla Heritage Foundation, un gigante da trentadue milioni di dollari (riempiono otto piani di palazzo) proviene da grandi imprese e corporation. Il resto sono individui e famiglie che, poco o tanto, sanno regalare respiro a ciò in cui credono. In Italia c’è una società civile che parla: in America c’è una società civile che paga, e la differenza si vede.

Si vede soprattutto nel momento in cui, per mettere idee sul fuoco della politica, non ci si può affidare alle intuizioni estemporanee di qualche editorialista part time, ma serve tenere la testa sul pezzo dodici ore al giorno, sapersi destreggiare in punta di diritto, esibire l’autorevolezza istintiva che viene dalla consuetudine coi fatti e coi documenti. Che ci si senta obbligati a scommettere i nostri entusiasmi sui blog segnala almeno tre cose: la prima, se ci sono finite intelligenze di valore, è la mancanza di spazi sotto il sole della cultura ufficiale. E’ giusto decorare il sottoscala, farselo bello, ma sempre di sottoscala si tratta. Ora, gli spazi non si ereditano ma si costruiscono. Perché nessuno investe su cantieri più solidi e duraturi?

In secondo luogo, la fioritura dei blog segnala una domanda d’ideologia. I partiti, destra o sinistra che sia, cercano il colpo di coda pragmatico, la “base” vuole punti di riferimento. Ma è difficile capire se ciò di cui si sente bisogno è più elaborazione politica, il che è solo un bene, o di giocare di nuovo la partita delle appartenenze, recitando l’eterno soggetto di guelfi e ghibellini che puntualmente distrugge ogni vagito di discussione seria. Francamente, il trend per il quale tutte le opinioni pesano lo stesso sembra naturalmente mirare in questa seconda direzione.

In ultima istanza, se diamo uno sguardo i contenuti, scopriamo che il grosso dei blog italiani ha la testa altrove. Che siano attenti alla politica estera è logico, sia perché nascono comunque sulla spinta di suggestioni americane, sia perché essa è tradizionalmente carente sui nostri giornali, e così un vuoto si riempie. E’ normale che gli unici dibattiti che appassionano siano quelli su chi sono e dove vanno i neoconservatori? Forse è solo perché, affacciandosi sul giardino di casa, già si sente l’abbraccio della depressione.

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sabato, marzo 26, 2005

Cari trentenni, la Soncini ha ragione

Quando scrissi il mio primo saggio, poco più di un articolo per la verità, sulla rivolta dei trentenni non avevo ancora 30 anni. Era il 1996. Nove anni fa. La mia tesi era semplice: ci stanno fottendo. Stiamo pagando il prezzo delle illusioni anni '80, delle ope legis concesse ai post settantottini per smetterla di urlare e sparare in piazza (un posto sicuro in cambio della pace sociale), dell'inflazione, dell'ingresso in Europa. Guardate, dicevo, che rischiamo di restare precari e invisibili fino alla tomba. I cinquantenni hanno chiuso le mura della cittadella dei privilegi e ci faranno restare fuori, senza futuro e senza illusioni. Questi qui, dicevo, hanno evocato tutti i sogni del Novecento e poi li hanno bruciati. A noi sono rimaste ceneri e macerie. Ho scritto queste cose per qualche anno. Poi mi sono rotto. Ora accade che quelli di "Zero", la rivista di Giuliano Da Empoli, "sociologo prodigio" che parlò di questi temi in un libro dal titolo Un grande futuro dietro di noi, ripropongono la guerra dei trentenni. Bene. Bravi. Lo fa anche il Magazine del Corriere della Sera. Beni. Bravi. L'unico dubbio che ho è che la rivolta avvenga da giovani di talento cooptati dal sistema dei padri sessantottini. Da Empoli è amministratore delegato della Marsilio (gruppo Rizzoli), credo. Non lo conosco ma so che è bravo. Sul Corriere si muove Vittorio Zincone, di origine ciociare, anzi valcominensi, come me, e questo me lo rende simpatico. E' un figlio d'arte. Non è un peccato. Ma se è stato precario lo è stato per poco. La rivolta della generazione precaria ha come leader, ispiratori, maestri del pensiero, gente che non è mai stata precaria, o quasi. E' un controsenso. Forse sì. Il mio dubbio è che la rivoluzione dei trentenni, semmai ci sarà, assomigli molto a una normalizzazione. Per questo mi è piaciuto il pezzo di Guia Soncini sul Foglio. La tesi della Soncini: smettetela di piagnucolare. Volete il potere, prendetelo. Non si può chiedere alla generazione di Mieli e Ferrara di farsi da parte per bontà divina. A Mieli e Ferrara si può chiedere, in via del tutto personale, di essere cooptati all'interno della cittadella. Si può diventare loro vassalli. E' una strada anche questa. Ma non spacciatela per rivoluzione culturale. Per fare la rivoluzione bisogna (metaforicamente) tagliare le teste. E noi, ammettiamolo, non abbiamo le palle per farlo.

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