venerdì, aprile 29, 2005

Dario Fo alla descoverta delle Americhe

di Miriam D'Ambrosio

Un uomo semplice, eroe o antieroe suo malgrado, un montanaro che attraversa l’oceano, dietro a un destino vorticoso che lo spinge verso imprese che non avrebbe mai sognato di vivere. “Johan Padan a la descoverta de le Americhe” è un uomo del XVI° secolo che incontra i cannibali, si improvvisa medico e sciamano, insegnerà il Vangelo agli Indios e la sua storia sarà raccontata da bocche diverse di marinai e “zozzoni di truppa”, quei “nullagonisti” che equivalgono a un coro. Scritto e diretto da Dario Fo, “Johan Padan” rivive nei racconti portati sul palco da Mario Pirovano, al Teatro Carcano dal 26 al 30 aprile. Sono cinque anni che Pirovano vive questa avventura, portandola in Italia e all’estero (Londra, Buenos Aires, Madrid, Vancouver, Melbourne e ultima, Hong Kong), e “si è tradotto il testo in inglese, recitandolo in tutti i luoghi possibili – racconta il nostro Premio Nobel – in Cina è stato un trionfo, la situazione di sfruttamento che trovavano rappresentata era vicina alla loro. Mario ha imparato a Londra la lingua popolare, ha appreso l’inglese dai matti perché lavorava in un manicomio, e così ha ottenuto vivacità e credibilità, trasportando il racconto da un linguaggio composito, fatto di lombardo e veneto, a una lingua che contenesse gli stessi umori. E lo slang londinese, quello delle periferie, è perfetto, è fatto di suoni, è l’onomatopeica in inglese”. “Ho osservato i marinai sul Tamigi – interviene Mario – il loro modo di parlare, il gergo. Mi sono fatto spedire da Londra manuali di marineria che risalgono al Cinquecento, al Seicento e ho imparato alcuni modi di esprimersi”. Ha imparato per costruire uno spettacolo che, nel tempo, ha acquistato in “leggerezza e semplicità”, come dice lui stesso. Un testo scritto dal suo “maestro” con cui mantiene da ventidue anni un rapporto bellissimo, filiale, e che cura la regia, seguendo un Johan diverso da quello che lui (Dario) portò per tre anni nelle piazze d’Italia. Un giullare con uno stupore infantile intatto, meno “sulfureo” del suo “padre spirituale” che aggiunge: “Mario è uno di quegli attori che si accosta a un testo con umiltà e che si rende conto che andare sopra le righe è distruggere il testo stesso e il ritmo. Pirovano sa che il segreto è quello di riuscire a respirare con lo stesso andamento del pubblico. Se oggi fa l’attore lo deve a Franca che lo sentì mentre raccontava “Mistero buffo” ad amici e capì il suo talento”.“Stabilire una sintonia con gli spettatori è fondamentale – dice Mario – all’estero, specie a Hong Kong, ho avuto applausi ed entusiasmo che mi hanno sorpreso. Dopo cinque anni è sempre stimolante far vivere questo testo”. Johan Padan, un uomo antico e contemporaneo con la sua odissea, un “figlio del sole che nasce”, come lo chiamano gli Indios. Uno che insegna loro la parola di Cristo portata dai conquistatori, che “sa che il Vangelo non divide amore fisico e spirituale – conclude Fo – e che considera l’amore, la sensualità, il piacere, come dono di dio. E comprende che è l’amore il significato della vita secondo i Vangeli”.

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giovedì, aprile 28, 2005

La forza dell'identità
di Vittorio Macioce (Il Giornale del 22 aprile)

Forse è davvero lo Spirito Santo. Forse è la saggezza dei cardinali. La Chiesa, che come Dio non gioca mai a dadi, ha comunque risposto. Il Conclave ha offerto a questo tempo, a questa stagione di post Novecento, il valore più ricercato sul mercato delle idee: Benedetto XVI è il Papa dell’identità. Joseph Ratzinger, durante la sua prima omelia, non ha mai pronunciato questa parola. Non ce n’era  bisogno. La domanda era lì, con la stessa ansia che si presenta agli uomini ogni volta che la modernità entra in crisi, oscura il suo ottimismo iniziale, brucia le illusioni, cosparge cenere e punta, come via di fuga senza speranza, al nichilismo, al resto di nulla, allo zero che entra in collisione con l’infinito. Una domanda antica, perché modernità e tradizione si rincorrono da sempre nella storia e ogni volta che una tramonta, l’altra si rinnova. Ma al termine e all’inizio di questo ciclo ci sono passaggi a vuoto, metamorfosi indefinite, il vecchio orizzonte si sgretola e il nuovo appare lontano. È in questa zona grigia che sul «mercato della cultura» sale il prezzo dell’identità, diventa merce rara. Ed è lì che gli uomini della ricostruzione, gli architetti del pensiero, i muratori della nuova ortodossia, «gli umili lavoratori della vigna», direbbe Benedetto XVI, piazzano la domanda: Chi siamo? Dopo un Papa attore, con il gusto dell’immagine e della parola, verbo e icona, serviva un Papa teologo. Il concilio ha risposto.
Qualcuno dirà che anche Wojtyla era un Pontefice dell’identità, un conservatore, un timoniere che ha ridisegnato le rotte del Vaticano II, lasciandosi alle spalle i flutti più scomodi, quelli con troppa forza cinetica. Wojtyla ha risposto con un «no» alle richieste del disincanto e della secolarizzazione. Wojtyla ha chiuso i cancelli al totalitarismo marxista e all’individualismo consumistico. Questo hanno scritto e scriveranno di Giovanni Paolo II. Non è un Papa d’identità? Certo, anche. Ma le parole che santificano il suo pontificato sono altre: un Papa ecumenico, un Papa globale, il Papa della Chiesa universale, il Papa mediatico, il Papa che viaggia, magari il Papa del perdono o il Papa che il giorno della sua morte porta il mondo a San Pietro, e dopo averlo abbracciato per più di cinque lustri lo sintetizza in una piazza. Come se lì ci fosse davvero l’ombelico di tutto. È così che si è chiusa la sua avventura, con il grande e il piccolo che coincidono. Ma, appunto, il pontificato di Wojtyla è fatto di spazio e di movimento. Non definisce, ma conosce. Non pone mattoni, ma butta giù muri. Non disegna spazi, ma li percorre. E da questo punto di vista è stato l’uomo giusto per chiudere il Novecento e aprire le finestre del nuovo millennio. È l’uomo che ha visto diventare assolute le altre verità, quelle laiche e secolari, eredità della deriva irrazionale dell’illuminismo e del positivismo. Le ha viste crollare. E poi ha raccolto i cocci del Novecento. Li ha sorretti. Li passerà a Ratzinger. Toccherà a lui rimetterli insieme. Il dubbio, che hanno in molti, è se le certezze di Benedetto XVI sono le basi di un nuovo fondamentalismo cattolico, se l’ortodossia della comunità cattolica tronca il dialogo con gli altri, se riapre il solco tra noi e voi. Se, soprattutto, l’architetto disegnerà ponti, solidi, definiti, ma comunque ponti, o muri, chiusi e
invalicabili.
Il cardinale Ratzinger, il giorno prima di entrare in conclave, aveva già indicato la missione che avrebbe dovuto svolgere il nuovo Papa. Far navigare i cattolici fuori dalle onde della «dittatura del relativismo, che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio e le sue voglie. Quelle onde che agitano la piccola barca del pensiero di molti cristiani, fino a gettarla da un estremo all’altro, dal marxismo al liberalismo, dal collettivismo all’individualismo radicale, dall’ateismo ad un vago misticismo religioso, dall’agnosticismo al sincretismo». Il cardinale Ratzinger aveva fatto nomi e cognomi. E questa è una forma di chiarezza. Chiamare rosa una rosa non significa spezzare il dialogo, ma renderlo più chiaro. Dovrebbe.
Tutto questo, però, ha a che fare con chi si riconosce in Cristo e nella Chiesa di Roma. Ma agli altri serve un Papa dell’identità? Serve, appunto, nel fare chiarezza. Non si può nascondere l’ansia di questo tempo. Te ne accorgi nelle cose che leggi, nei saggi, nei romanzi, quelli della piccola Italia e quelli che affannati arrivano da lontano. Te ne accorgi scrutando gli Stati Uniti, il centro dell’Occidente, la sua anima, che non riescono, neppure loro, a resistere, a sfuggire, a questa maledetta domanda: «Chi siamo?». Te ne accorgi quando perfino la scienza, orfana della filosofia, non sa più individuare i suoi limiti etici. E fatica oggi più di ieri a misurarsi non solo con Dio, ma soprattutto con l’uomo, concetto in bilico tra un embrione e il suo doppio, tra selezione e clonazione, tra la vita e il suo presupposto. Questo non significa che dobbiamo rassegnarci alla conversione in massa sotto la vigna di Benedetto XVI. È tutto un altro discorso.
La nostra generazione sa che non può più approdare in un porto, quell’utopia è perduta per sempre. Ma per continuare a navigare, senza sentirci naufraghi, abbiamo bisogno di vedere, di fronte al porto, almeno le luci dei fari, accese, di costa in costa, come segnali di orientamento. Ogni porto avrà il suo faro. Quello della Chiesa è solo uno di questi. Poi ognuno sceglierà lungo quale rotta navigare. Non c’è nulla di più buio di una notte senza fari. È per questo che il relativismo assoluto spaventa gli ultimi figli del Novecento. Il mare senza confini fa paura.

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giovedì, aprile 21, 2005

Perceber, frammenti di grande letteratura
di Luigi Mascheroni

La differenza tra i 1.200-1.500 romanzi che ogni anno calano sulla scrivania di un giornalista culturale e il romanzo che vale la fatica di leggere, si chiama Perceber.
Che cos’è Perceber? È un romanzo, o piuttosto «un romanzo eroicomico sul Nulla», scritto da un esordiente, Leonardo Colombati, e pubblicato da Sironi. Sarà distribuito a partire dal 5 maggio e presentato ufficialmente l’8 alla Fiera del libro di Torino. Nei giorni scorsi una ventina di copie-pilota di Perceber (senza la copertina definitiva) sono state spedite ad altrettanti «addetti ai lavori». Siamo stati fortunati. (continua)

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martedì, aprile 19, 2005

In mostra i segreti di carta
di Miriam D'Ambrosio

Segreti di carta, accumulati in silenzio per secoli, riempiono pareti di lunghi corridoi di legno e luce. Tesori nascosti di pergamene e inchiostri, codici miniati, stampe, disegni, appunti, sermoni, proverbi, aneddoti, capolavori della letteratura, trattati di scienza, arte e anatomia, preghiere: testimonianze di un viaggio che parte dal tardo Medioevo e arriva al Settecento. Cinquecento anni d’umanità raccolti  dai bibliografi, gli amanti dei libri, del loro odore, della finezza delle rilegature, della ricchezza degli argomenti, della bellezza della scrittura. Coloro che, in nome di questa seduzione, crearono le biblioteche, luoghi di crescita e contemplazione, a servizio del sapere. (continua)

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martedì, aprile 19, 2005

Ormai i conservatori vincono solo a San Pietro

Cardinale Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI

Le sue prime parole (sussurrate): se sbaglio vi corrigerò

Scherzo. Benedetto XV fu il Papa che cercò in tutti i modi di opporsi alla Grande Guerra e aprì il dialogo con la mezzaluna turca. Incontrò tra Oriente e Occidente.

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martedì, aprile 19, 2005
Habemus Papam
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lunedì, aprile 18, 2005

Mercuzio pubblica un post rubato a Nazione Indiana. L'autore è Roberto Saviano, vale la pena di leggerlo. Mercuzio pensa che Saviano sia bravo. E solo questo conta.

Scrivere sul fronte meridionale
di Roberto Saviano

Quanto siete disposti a perdere per un racconto, per uno scritto? Se rispondete tutto allora sapete già nel vostro petto che non perderete nulla. Neanche una scaglia di pelle dalle vostre dita. Quanto siete disposti a pagare per un vostro scritto, una vostra frase, un pensiero? Anche qui se rispondete tutto, con grande probabilità scrivere vi è cosa leggera e non avete idea di cosa si perde tracciando inchiostro. Io per la scrittura non son disposto a perdere nulla, a sacrificare niente, a pagare ancor meno. Perché vorrei che la scrittura stessa fosse, per quanto mi è dato decidere, in se sacrificio, perdita, fosse totalizzante ma nei suoi perimetri, nella sua alcova. Eppure accade il contrario. Io non so cosa significhi scrivere in gran parte dell’Italia e dell’Europa. Ma so cosa significa scrivere nel sud Italia, nell’Europa mediterranea. (continua)

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lunedì, aprile 18, 2005

Uccidono un uomo morto

Il produttore di "Submission", l'ultimo lavoro di Theo Van Gogh, ha deciso di ritirare il video dalla circolazione dopo le continue minacce dei fondamentalisti islamici. Rabbì invita tutti i blog di TocqueVille a non cedere al ricatto e a diffondere il link del film. UPDATE. I dettagli (e anche di più) su JimMomo.

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sabato, aprile 16, 2005

Silvia Kramar racconta sul Giornale 50 anni di McDonald's

Mezzo secolo di Big Mac

Sfogliando gli annali di storia americana si legge che, nel 1955, la Casa Bianca ha votato a favore dell’annessione della Germania Ovest alla Nato. Che Washington era rimasta a guardare mentre Peròn era stato cacciato da un colpo di stato, che la Cia aveva fatto progettare l’aereo spia U-2, con cui sarebbero poi stati scoperti i missili sovietici di Cuba. Tennessee Williams aveva vinto il premio Pulitzer con La gatta sul tetto che scotta, milioni di cittadini Usa leggevano Buongiorno tristezza di Françoise Sagan, il buonismo regnava ancora in televisione con la serie I love Lucy e, nel paesino di Des Moines, alle porte di Chicago, un rappresentante di frullatori aveva aperto il suo primo chiosco. Chiamato McDonald. (Continua)

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sabato, aprile 16, 2005

Magician's Daughter di Michael Parkes
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