martedì, maggio 31, 2005

Intervista a David Leavitt

Un americano nella maremma toscana

di Vittorio Macioce

È stato per anni nascosto su un colle della Maremma toscana, un borgo medioevale di mille persone, rimpolpato da un manipolo di inglesi e americani che come Machiavelli s'ingaglioffano con le carte e il vino. David Leavitt due anni fa viveva ancora a Semproniano, provincia di Grosseto, un piccolo pezzo di storia tra le colline e il mare. Se si viaggia per qualche chilometro, circa nove, verso sud s'incrociano le terme di Saturnia. Semproniano è un buon rifugio dell'anima. È qui che Mario Luzi passava le estati del primo Novecento,  a casa dei nonni.
David Leavitt è arrivato qui per amore del suo uomo e ci è rimasto un paio di stagioni. Ora è tornato a vivere in Florida. Anche lui è finito a insegnare scrittura creativa. Se in questi giorni è in Italia è solo per presentare il suo ultimo romanzo, Il corpo di Jonah Boyd (Mondadori, pagg. 232, euro 16,50), al Massenzio di Roma.
Ventun anni fa, era il 1984, un ragazzo di 23 anni viene scovato a Palo Alto da Stanley Flint, una superpotenza tra gli editor americani. Leavitt pubblica una raccolta di racconti:  Ballo di famiglia. Lui è ebreo, laureato a Yale e gay. E racconta vita, amori, estetica, passioni della comunità omosessuale yankee. Il primo racconto è la storia del suo coming out, la rivelazione delle sue scelte sessuali a padre, madre, amici, famiglia. Per i critici è una mezza rivoluzione, su cui cade in fretta un'etichetta, che diventa moda. In Italia Fernanda Pivano parla, in un articolo sul Corriere della Sera (5 febbraio 1986) di «postminimalismo». Leavitt finisce nello stesso calderone di Jay McInerney (Le mille luci di New York), Bret Easton Ellis (Meno di zero), Tama Janowitz (Un padre americano). Non hanno tantissimo in comune, tranne l'età. «Il minimalismo - racconta ora Leavitt - è un concetto che ognuno interpreta a modo suo. Non so se è mai stata una corrente letteraria. Ma se lo è stata io non ne faccio parte. Trovo incantevole la scrittura di Mary Robison. Qui da voi è uscito un suo libro, Dimmi (Minimum fax), di cui ho scritto la prefazione. Bellissimo, ma io non scrivo come lei».
Il successo, quello da copertina,  è durato un lustro. Poi Leavitt è fuggito dal rumore americano, dalle riviste patinate, dai salotti televisivi e, soprattutto, da New York: «È una città che non amo. Ci sono tante, troppe voci. E io non riesco a sentire la mia». La narrativa americana ha messo sul mercato nuovi astri, nuovi enfant prodige: «So che a Roma c'è Jonathan Safran Foer, ma ancora non ho letto il suo secondo romanzo». David ha continuato a scrivere, senza il clamore degli anni Ottanta: «Sono stato fortunato. Sono riuscito a sopravvivere al mio quarto d'ora di celebrità.  Ero molto giovane e non è stato facile. Parlavano tutti di me. Avevo conosciuto Flint quando avevo 19 anni. Era stato appena licenziato dalla famosa rivista e non ancora assunto dal famoso editore. Viaggiava da un'università all'altra con il suo celebre seminario di scrittura creativa, quattro ore, una sera a settimana. Su di lui circolavano varie leggende. Si narrava che chiedesse agli studenti se fossero pronti a dare un braccio o una gamba pur di scrivere una riga bella quanto quella d'apertura di Ritratto dell'artista da giovane.
Si diceva che avesse con sé una pistola e sparasse un colpo ogni volta che uno studente leggeva una frase che lui giudicava formidabile».

 

L'incontro con il suo editor Leavitt l'ha raccontato in Martin Bauman, pubblicato in Italia due anni fa. E qualcosa di Flint, forse, c'è anche nel suo ultimo romanzo. Il corpo di Jonah Boyd è la storia di una famiglia che nasconde i suoi dolori sotto un velo d'ipocrisia. La voce che racconta è la segretaria-amante del capofamiglia. È uno scrittore che perde il manoscritto della sua vita e di un ragazzo che scopre talento e fortuna proprio grazie a quel manoscritto.  «Il successo è un mistero strano - sussurra Leavitt -. È fatto di tre componenti: talento, volontà e ambizione. Ho conosciuto allievi baciati dagli dèi, ma troppo pigri o poco ambiziosi. E hanno fallito. Ma continuo a credere che la beffa peggiore sia la volontà senza il talento. Ne ho visti tanti, e ogni volta mi sono chiesto: perché gli dèi sono così duri di cuore».
Judith, la segretaria, è una donna giovane, ma sovrappeso e senza gusto. Eppure ogni sua parola, ogni suo gesto, è sensualità e seduzione.  «È un personaggio nato in Italia. Alle terme di Saturnia incontravo spesso una coppia, lui di una certa età, lei sui trent'anni, finlandese, credo. Non si truccava, aveva chili di troppo, eppure non ho mai visto una donna così... Non so come dire. Un concentrato di sesso, assoluto. Per uomini e per donne». La famiglia è un tema che torna sempre più spesso nel romanzo americano post-Novecento. È caro a Leavitt, dalle origini, da quando scriveva Ballo di famiglia e La lingua perduta delle gru. «La vita a Semproniano mi ha fatto capire cosa manca a noi americani.

Non abbiamo una nostra Itaca dove tornare. Non c'è un luogo che valga come rifugio. La nostra famiglia è troppo allargata, sfibrata, dispersa. Siamo pieni di sorellastre e fratellastri con cui cerchiamo di fare, come si dice in Italia, bella figura. Nel mio ultimo romanzo la famiglia fa di tutto per non conservare la casa dove sono cresciuti. Diventa un'ossessione. È la ricerca disperata di un luogo dell'anima che non avremo mai. In Toscana vedevo lo sguardo degli emigranti che tornavano in paese.  Quelli di Semproniano vivevano tutti a Hershey, che in America è la patria del cioccolato. È la marca più conosciuta, come da voi Perugina. Tornavano carichi di questi cioccolatini che distribuivano ovunque. Quelli che erano rimasti mostravano lo stesso sorriso che si concede ai vecchi zii un po' andati. Loro, gli emigranti, avevano gli occhi di Babbo Natale. Ecco, io un giorno vorrei avere quegli stessi occhi».
Le storie di gay non sono più al centro dei racconti di Leavitt. Non ne ha più bisogno,  forse. O, come dice lui, è solo una questione di mercato: «Gli editori non pubblicano più romanzi che parlano di omosessualità. Non vendono. Anche perché tutto quello che c'era da raccontare l'abbiamo raccontato. Servono nuove strade». Lo dice lui che nel mondo è stato ciò che Pier Vittorio Tondelli è stato per l'Italia: «Era un talento immenso. Ma è morto troppo presto. I suoi romanzi sono belli, ma sono convinto che il suo capolavoro doveva ancora scriverlo».
Leavitt ha 44 anni e appartiene alla generazione che ha visto morire buona parte dei suoi amici di Aids. «Quando si è cominciato a parlare del virus avevo 18 anni. Chi aveva dieci anni più di me non ha avuto difese. Non sapeva nulla dell'Hiv ed è stato spazzato via. Quelli della mia età sono stati attenti. Sapevano che il sesso era un rischio e, in gran parte, si sono salvati. Molti ragazzi ora pensano che l'Aids non sia più un pericolo. Siamo tornati all'età dell'incoscienza».
Era il 1997. David Leavitt viveva a Roma e il suo nome è finito tra le pagine della cronaca nera. Uno dei suoi amici viene trovato morto nel suo appartemento.  Il corpo viene scoperto otto ore dopo. Aveva invitato a casa un ragazzo extracomunitario per una notte. «Lì ho fatto amicizia con i vostri carabinieri. Mi hanno interrogato a lungo. Ed è normale visto che conoscevo bene la vittima. Questa storia è diventata uno dei racconti di La trapunta di marmo. E lì parlo molto di Aids». Com'erano i carabinieri? «Simpaticissimi». Ma conoscevano David Leavitt? «Non lo so. Ma dopo l'intervista mi hanno offerto un caffè».

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venerdì, maggio 27, 2005

"Il Giornale" è on line

Lo torvate al sito www.ilgiornale.it

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martedì, maggio 24, 2005
Quanto vale l'undicesimo libro
della repubblica di Platone?
Luigi Mascheroni
È il sogno sognato da tutti i ricercatori, gli accademici, gli editori (e i giornalisti culturali, naturalmente) di ogni tempo: scovare l’inedito del secolo, chessò: un dialogo perduto di Aristotele, o l’XI libro del "De Repubblica" di Platone o il frammento di un poema sconosciuto di Torquato Tasso. Oppure il diario segreto della «divina dolce ridente Saffo», la più grande poetessa dell’antichità, la voce poetica femminile più alta di tutti i tempi, che rivela - venticinque secoli dopo! - la sua vera natura di ammaliatrice di uomini... Ora questo sogno si è avverato, grazie all’eccezionale ritrovamento di cui sono stati protagonisti Mario, Giuseppe e Diego Guida, noti editori e storici librai napoletani. Ecco la storia di questa straordinaria scoperta.
Nel dicembre del 2003, la famiglia Guida decise di restaurare alcuni locali adibiti a deposito dei volumi: due stanzoni in un antico palazzo nel cuore di Napoli, un tempo sede del refettorio e della cucina del monastero secentesco del misterioso ordine dei Tarseatini dedito allo studio e alla conservazione di preziosi scritti. Bene, durante i lavori di ristrutturazione fu rinvenuta una grande stanza murata, inviolata da quattro secoli, stipata di manoscritti e (cosa ancora più insolita) dattiloscritti: opere in ebraico, arabo, greco, latino che spaziavano dalla filosofia alla storia, dalla politica alla religione. Due i motivi di stupore: il fatto che per essendo gli autori dei classici, i testi fossero però del tutto sconosciuti; e il fatto che accanto a molte opere del passato ve ne erano anche del futuro!
Lo scoop del millennio? Una burla colossale? Un dotto gioco per bibliofili? Forse la risposta è molto più semplice: un’idea irriverentemente intelligente. Cioè quella che ha partorito la collana «Autentici falsi d’autore» inventata appunto da Mario, Giuseppe e Diego Guida - già noti e apprezzati come editori per i loro titoli di filosofia (da Heidegger a Kant, da Bachofen a Jaspers) che da qualche tempo pubblicano appunto testi immaginari di grandi autori - veri giganti della letteratura e del pensiero - che se non sono proprio veri, di sicuro sono verosimili. A certificarne l’“autentica falsità” sono infatti gli apparati filologici e i commenti critici curati dai migliori specialisti della materia (tanto da provocare un certo subbuglio negli stessi ambienti accademici).
Qualche esempio? Lo scorso anno - un po’ in sordina, per la verità - uscirono (niente meno!) che l’undicesimo libro de "La Repubblica" di Platone, «autentico falso» di Mario Vegetti, una delle massime auctoritas sul filosofo greco; e il «Dialogo perduto contro i governanti ricchi», ovvero "Eubulo o della ricchezza", di Aristotele, “scoperto” e commentato da Enrico Berti, tra i più noti specialisti al mondo dello Stagirita (e qualcuno, a questo proposito, sarà curioso di sapere a chi si riferisca il filosofo quando parla di un «piccolo tiranno di rango equestre» - un Cavaliere, quindi - di recente salito al potere nella terra di Esperia...).
Ma nella stanza segreta dell’antico monastero napoletano non sono stati ritrovati solo libri di filosofia, ma scritti di diverso genere, di tutte le epoche e le letterature. Come dimostrano i nuovissimi titoli di questa collana “fantastica”: "Il Paratasso o La Gerusalemme Rivelata" da secoli dispersa tra il milione di pagine in versi e in prosa vergati da Torquato di Bernardo Tasso (è stato il professor Marzio Pieri a metterci sopra per primo le mani) e - come accennavamo all’inizio - il "Diario segreto" di Saffo, ovvero «La vera storia dei miei amori» che il filologo Franco Montanari ha attribuito con assoluta certezza alla donna-poeta più celebre della Storia, fino a oggi celato in un papiro del VI secolo e che ribalta l’immagine di Saffo e della sua «vita sessuale e sentimentale libera e trasgressiva» codificata dai grecisti.
Ce n’è abbastanza per poter sbandierare l’inedito degli inediti? Forse non ancora. Visto che dagli armadi della famiglia Guida - così si annuncia - stanno per uscire un’inedita "Storia della lotta di classe nell’agro nocerino-sarnese" di Karl Marx e persino un’edizione eterodossa di alcuni libri della Bibbia...
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venerdì, maggio 20, 2005

Guerre Stellari: morte di una repubblica

di Vittorio Macioce

Lo sfondo della metamorfosi è un fiume di lava. L’allievo e il maestro si guardano. Obi-Wan Kenobi sussurra: «Ragazzo sei più in basso di me. Lascia stare». Anakin Skywalker ha gli occhi rossi, come di fuoco, come lapilli di odio, gelosia, potere, rabbia. Salta su e con un doppio carpiato cerca il colpo finale. Zac. La lama del laser di Obi-Wan è un bisturi. Le gambe di Skywalker sono tranciate di netto. Il maestro osserva il ragazzo. «Eri mio fratello», dice. E va via. Anakin è un moncherino che scivola giù dalla roccia vulcanica, fino al confine del fuoco. La testa è un cranio nudo. Quando una pattuglia imperiale lo raccoglie è un pezzo di carne bruciacchiata. La sopravvivenza è un corpo di ferraglia nera, una maschera di titanio cala sul volto. La sua voce è un respiro asmatico. È come l’avete visto la prima volta quasi trent’anni fa. Anakin Skywalker sarà per sempre Darth Vader.
La vendetta dei Sith è l’anello mancante. Il passato futuro che spiega il futuro passato. È il ponte con la saga del 1977 quando George Lucas metteva in scena l’epica del bene contro il male, la religione della forza contro la morte nera, l’ultimo jedi contro il potere assoluto, l’istinto contro la ragione, lo spirito contro la tecnica, il romanticismo contro l’illuminismo, l’individuo contro lo Stato. Ora di guerre stellari sappiamo l’alfa e l’omega. Sappiamo perché Anakin è precipitato nel lato oscuro della forza. Quale prezzo ha pagato e cosa ha chiesto in cambio.

 

La metamorfosi. Non ci sono grigi in Guerre Stellari. C’è Ian Solo, il buono che sembra cattivo, mercenario che ha qualcosa dei marinai di Conrad, comandante di un cargo sgangherato battente bandiera anarco-capitalista. C’è il senatore Palpatine, cattivo che sembra buono, capo della repubblica e oscuro signore dei Sith. Tutto il resto è luce e ombra. Ma Anakin è in bilico tra il bianco e il nero, come nei drammi antichi. Anakin si vende per amore e per strappare alla morte il destino di chi ama. «Dominare il lato oscuro della forza - dice Palpatine - porta con sé la promessa di sconfiggere la morte. I tuoi amici Jedi non te l’hanno mai detto?». No, perché la ricerca dell’immortalità è un fardello troppo grande e non ti lascia mai innocente. È l’albero del bene e del male. Anakin, come Orfeo, scende nel Tartaro, per riportare Euridice nel mondo dei vivi. E lì il mito greco dice che Ade, signora degli inferi, pone una sola condizione: non voltarsi indietro fino a quando la ragazza non sarà giunta alla luce del sole. Orfeo, come Anakin, si volta e perde il suo amore. Per sempre.

L’impero. Era il 1977 e l’impero di Star Wars aveva l’estetica totalitaria dei regimi del Novecento. Le divise nere che marciano al passo dell’oca. La perfezione geometrica di uomini senza volto, divise senza identità. Nel 2005 l’impero è all’orizzonte. La rivincita dei Sith è la morte della repubblica. Palpatine davanti al Senato come Ottaviano, non ancora Augusto. La repubblica ha bisogno di pace e di sicurezza, la repubblica è stanca di guerre civili. La repubblica per sopravvivere deve diventare impero. La pace in cambio della libertà. Ma questa volta i nemici della società aperta non sono le uniformi, ma un esercito di cloni, figli della manipolazione genetica e della sfida alle leggi della natura. Non è la tradizione, ma la scienza. Non è l’anti-modernismo. È la modernità. E cancella uomo, identità, individuo. Star Wars è lo specchio di questi quasi trent’anni, occidente in bilico tra il muro e l’embrione.

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lunedì, maggio 16, 2005

Final Fantasy
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lunedì, maggio 16, 2005
Il canone sardo
di Salvatore Niffoi
di Luigi Mascheroni

Effetti perversi dei meccanismi editoriali. Salvatore Niffoi è un autore sardo, nato nel 1950 a Orani, provincia di Nuoro, dove vive, insegna, scrive. Fino a ieri - nonostante cinque romanzi pubblicati e lusinghiere recensioni sul mensile francese "Lire" - lo conoscevano in pochi: i suoi libri (da "Il viaggio degli inganni" del 1999 a "La sesta ora" del 2003) sono usciti da Il Maestrale, casa editrice di Nuoro con ottimi gusti ma poco mercato. Domani lo conosceranno tutti. Di Niffoi si è infatti innamorata una corazzata dell’editoria italiana, Adelphi, che gli ha commissionato un nuovo romanzo: "La leggenda di Redenta Tiria". Un caso rarissimo, visto che gli italiani viventi pubblicati da «casa Calasso» nell’ultimo decennio sono meno delle dita di una mano (Rosa Matteucci, Giuseppe Ferrandino, Paolo Maurensig...) e - per una ragione o per l’altra - sono sempre stati dei «casi». Già la scorsa settimana alla Fiera del libro di Torino, per dirne una, giornalisti, editor e scrittori si domandavano: «E questo sardo che ha preso Adelphi? Ne sai qualcosa?...».
Salvatore Niffoi non è, e non sarà, un «caso». Niffoi è un ottimo scrittore, semplicemente, e "La leggenda di Redenta Tiria" è un romanzo (anomalo) bellissimo che spingerà editori e lettori a riprendere in mano anche i suoi vecchi titoli ("Il postino di Piracherfa" uscito nel 2000, ad esempio) come in parte è accaduto a un altro sardo, altro autore de Il Maestrale: Sergio Atzeni, chiamato dalla Voce nel ’95. (Continua)
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mercoledì, maggio 11, 2005

La poesia degli ultimi italiani

Luigi Mascheroni
Una delle primissime poesie scelte - guarda caso - è "Tabula rasa" di Luciano Erba, da "Il male minore" (1960). Ecco, Daniele Piccini - coraggioso critico letterario poco più che trentenne che ha curato la nuova antologia "La poesia italiana dal 1960 a oggi" (Rizzoli) - se proprio non fa «tabula rasa», di certo spazza via molto vecchiume, ribalta giudizi, “boccia”, promuove, tenta una lettura “alternativa” della parola poetica del nostro secondo ’900, comunque accetta la sfida di disegnare nuove mappe selettive di tutto ciò che si è prodotto, in ogni direzione, in Italia negli ultimi cinquant’anni: impresa, come è facile immaginare, difficile e temeraria. Uscita da pochi giorni, l’antologia sta già creando malumori e invidie nel ristretto ma permaloso circolo dei nostri poeti. All’autore abbiamo chiesto le ragioni delle sue scelte.
Piccini, perché un’antologia - "un’altra" antologia verrebbe da dire - di poesia? Ultimamente non ne sono uscite abbastanza?
«Sì, ma le antologie recenti sul secondo Novecento in linea di massima si propongono come contenitori e cataloghi, presentando un numero ampio di autori ma senza rischiare di scommettere su personalità “forti”, decisive. Il risultato? A volte un quadro sovraffollato, altre volte orientato verso alcune linee poetiche a danno di altre, o magari le due cose insieme, per cui il lettore non specialista fa fatica ad avvicinarsi alle esperienze poetiche del secondo Novecento. Per questo ho scelto di dare i testi di pochi autori - 19 per circa 50 anni - curando però al massimo gli autori selezionati».
Cosa pensi delle altre antologie recenti?
«Trovo onesta, anche se lontana dai miei intenti, l’antologia di Ciro Vitiello, il cui primo volume è uscito da Pironti. Quella di Niva Lorenzini, per Carocci, mi interessa per il tentativo di commento. Quella di Cucchi e Giovanardi invece mi sembra molto deludente specie in rapporto al precedente di Mengaldo di cui tradisce le stesse impostazioni e il piano di lavoro. Altre ancora sono interessanti nella documentazione “orizzontale” delle voci ma storiograficamente non incidono».
E la tua, di antologia. Com’è strutturata?
«Sono partito con l’idea di tentare una scelta esemplare, poi ho selezionato un numero di poeti superiore a quello attuale e infine - a fronte di alcuni autori usciti dal gruppo e altri invece inclusi - sono arrivato al numero definito, non tondo, di 19. Ma non vorrei che l’antologia fosse letta unicamente attraverso il gioco degli inclusi e degli esclusi. Nell’introduzione generale cerco di scrivere una storia di questi 50 anni di poesia segnalando molti più nomi di quelli antologizzati e inserendoli in un disegno complessivo. E qui ho fatto delle scelte, sulla base di un criterio prevalentemente storico ma anche naturalmente di gusto. Poi per ogni autore ho fornito una nota biografica, cioè un vero e proprio saggio critico che ripercorre la sua produzione, quindi un numero significativo di testi - mai meno di una decina - con un succinto commento per aiutare a leggerli. E infine una bibliografia critica di ciascun autore».
I “tuoi” poeti sono: Erba, Pagliarani, Sanguineti, Porta, Pierro, Rosselli, Giudici, Raboni, Piersanti, Scataglini, Loi, Baldini, Cucchi, De Angelis, Magrelli, Lamarque, Mussapi, Ceni, Rondoni. Criteri delle scelte?
«Proprio rispetto alle altre antologie, ho pensato che il problema essenziale fosse un eccessivo schiacciamento sul presente e quindi ho “letto” le personalità del secondo e dell’ultimo Novecento alla luce della dinamica complessiva della poesia del secolo e in dialogo con le grandi personalità acquisite dalla storia. Un altro criterio è quello di tentare di rappresentare tutte le ricerche possibili, almeno quelle che avessero prodotto una forte personalità poetica senza discriminazioni ideologiche o di scuole poetiche a priori. E ho scelto di mettere in luce per ogni possibile linea di ricerca la personalità in quel torno di anni più forte, considerando in qualche modo “riassorbite” in essa esperienze circostanti di analogo indirizzo che altrimenti avrebbero costretto a un elenco di autori meno significati per il lettore. Un ulteriore criterio, è stato quello di valutare l’impatto delle diverse parole poetiche nel contesto dell’epoca in cui si collocano, per cui alcuni indirizzi mi sono sembrati consumati e risolti e gli autori attivi in quel filone fino in anni recenti mi hanno dato l’impressione di continuare su un binario non più prolifico».
Parliamo degli esclusi: perché, ad esempio, non c’è Giuseppe Conte?
«Conte appartiene a un orizzonte di lavoro poetico orientato sul mito e sulla riproposizione di alcune finzioni letterarie, su una certa carica enfatica del dettato, e mi pare che in questa direzione, forse rispondendo per antitesi alle strettoie della neoavanguardia, si sia spinto in un territorio dove la componente letteraria e culturale rischia di prendere il sopravvento. In un contesto simile, specificando che io prediligo il Conte de "Le Stagioni" (1988) ed essendo costretto dal gioco antologico a scegliere, ho visto in un sodale di Conte come Roberto Mussapi la figura più risolta dentro queste coordinate».
E Dario Bellezza?
«Da una parte, come Conte, ma in altro modo, Bellezza si “spiega” in antitesi ai neoavanguardisti, dall’altra ho l’impressione che debba molto a Pasolini senza tuttavia averne la stessa complessità, mostrandone i limiti senza forse gli antidoti».
Non c’è neppure Valentino Zeichen...
«È una poeta “fumista”. Giocoso e baroccheggiante, gustoso alla lettura ma forse non così incisivo e capitale nella vicenda recente della nostra poesia, anche in rapporto ai tempi».
Qualcuno degli inclusi è tuo amico, come Mussapi o Rondoni. La cosa non ti imbarazza?
«Gli amici inclusi ci sono solo per ragioni letterarie. Infatti altri buoni amici, che spero di conservare, nell’antologia non ci sono. D’altra parte, poeti da cui sono lontano, come Cucchi o Sanguineti o Pagliarani, hanno trovato il loro giusto spazio. Né l’amicizia né l’inimicizia sono stati criteri. Ma malpensare fa parte del gioco...».
Ogni volta che un critico parla di «canone» gli addetti ai lavori, oltre a tutti gli esclusi da quel canone, mettono mano alla pistola... Lo sai che ti farai parecchi nemici?
«Quando ho iniziato il lavoro ero più incosciente di oggi. Il problema è che siamo tutti su una zattera a rischio di naufragio. La cosa importante è cercare una possibile rotta per salvarsi. E a volte, come è noto, la via più larga non è la migliore».
Si dice che non ci sia categoria - tra i cosiddetti intellettuali - più vanitosa, più permalosa, più litigiosa dei poeti. È vero?
<È la pura verità, ma c’è da capirli perché il mondo - e non solo dei lettori - li ha lasciati soli e questa solitudine può scatenare delle reazioni egotiche. Io ho cercato di far “compagnia” ai poeti con il mio lavoro e credo che la loro vanità sia in fondo una richiesta di attenzione, tutto sommato legittima. In questo scorcio di secolo abbiamo avuto diversi buoni poeti, molto più significativi della media dei narratori, e credo che il modo per rompere il circolo vizioso della lettura dei poeti tra loro stessi e gli addetti al lavoro - cosa che genera risse e lotte per bande - sia riconquistare a loro il pubblico, magari non enorme, che si meritano».
Tu sei anche poeta: ti ha aiutato o ti ha messo in difficoltà nel compilare l’antologia?
«Poco prima dell’uscita del libro mi è stato rimproverato il fatto di esser anche poeta. Qualcuno ha detto che i critici-critici sarebbero più adatti a questo tipo di lavoro. Ho risposto che l’importante è essere critici nel momento in cui si fa critica, ma ho anche rovesciato l’osservazione chiedendomi: uno che non si sia mai posto il problema di come si possa dire in poesia una determinata cosa, non è forse un po’ più fuori dalla questione? Insomma, facendo interagire una considerazione interna e una valutazione onestamente storica, credo che si possano avere risultati interessanti».
Ti definisci un critico militante?
«In prima istanza, facendo questa antologia, no: non sento di appartenere a nessuna scuola o idea di letteratura predefinita che devo difendere o sostenere, anzi. Ho cercato di guardare vicende recenti o contemporanee “fingendo” un distacco storico non effettivo. Che poi prendere partito su degli autori sia sempre "anche" una “militanza” mi sembra evidente».
Da quando l’hai consegnata all’editore a oggi hai avuto qualche ripensamento sulle scelte fatte?
«L’uscita del nuovo libro di Cesare Viviani "La forma della vita" quando ormai il mio lavoro era chiuso, mi ha fatto pensare che se l’avessi conosciuta mi sarei dato un supplemento di riflessione sull’autore. Tuttavia le annotazioni su Viviani nell’antologia circa un percorso discontinuo e con una sola opera conclusa e fondamentale - "L’opera lasciata sola" - mi sembrano ancora valide. In generale continuo a darmi ragione, per ora».
Tra i 19 poeti, dovessi salvarne uno solo?
”In questo momento, per affetto, Baldini».

 

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martedì, maggio 10, 2005

Qualche volta tra i doveri di un blogger c'è anche quello di svegliare all'alba il proprio vaticanista di fiducia: "Andrea, sai nulla di questo gatto del Papa?".
"Fritz?".
"Non so come si chiama, quello di Libero. E' un soriano e vive in Germania. Ed è anche castrato".
"L'unico gatto di Ratzinger si chiama Fritz. Abita in Vaticano. E' un persiano e ha tutti gli attributi maschili".
"Quello di Libero allora è un impostore?".
"Non c'è dubbio. Se vuoi chiamo il monsignor Fritz e sento cosa ne pensa".
"Monsignor Fritz?"
"sì, il gatto del Papa".
Ecco l'intervista.

Il persiano Fritz contro il soriano di Libero

"Il gatto del Papa sono io"


di Andrea Tornielli

nostro inviato nella Città del Vaticano

 «Meaoooow…. Meaooooow…». Gli occhi sono sbarrati e mi scrutano attentamente. Lo sguardo felino mi avverte, senza profferire nemmeno una parola, che non è il caso di tirare fuori dalla tasca il registratore portatile. No, dovrò cavarmela con il block notes. Davanti a me, nella poltrona rivestita di damasco rosso scuro, nella biblioteca dell’appartamento di rappresentanza papale, c’è Fritz (anzi, monsignor Fritz, come qui tutti hanno cominciato a chiamarlo), un persiano sornione e intelligente di quattro anni, l’amico fidato di Benedetto XVI. È con lui che il nuovo Papa si confida, dialoga. Sì, perché – come aveva rivelato nelle scorse settimane un cardinale vicino a Ratzinger – i gatti riescono a capire il Pontefice e lui riesce a farsi capire da loro, parlando in dialetto bavarese.
Questa intervista inizia con una telefonata, alle 6 del mattino di ieri. Dall’altro capo del telefono c’è il portavoce vaticano Joaquìn Navarro-Valls. Mi dice: «Hai letto il quotidiano Libero?». Rispondo che a quell’ora non avevo letto né Libero né nessun altro giornale. «Hanno fotografato un gatto bavarese scrivendo che è il gatto del Papa. Ma non è vero. Anch’io sono stato svegliato all’alba, da una telefonata del Segretario di Stato. Mi ha detto che il Santo Padre è molto arrabbiato. Quel gatto non solo non è suo, ma non gli ha neanche mai rivolto la parola… Abbiamo deciso di offrirti la possibilità di un’intervista con il vero gatto del Papa, Fritz. Ma a condizioni ben precise: devi inviare prima una traccia di domande con i temi che intendi trattare, poi vieni in Vaticano e lo incontri. E poi devi farci rivedere il testo…».

 

 

Ovviamente accetto. E chi non lo farebbe? M’imbarco sul primo volo per Roma. C’è una macchina del Vaticano che mi attende e mi porta Oltretevere. Accanto al conducente, la guardia svizzera Hans Peter Gruber, c’è il professor Hanrich Vibrissen, glottologo dell’università di Frisinga, esperto di linguaggio. È lui che mi permetterà di dialogare con il gatto, con il permesso del Papa. Un gentiluomo di Sua Santità mi accoglie nel cortile di San Damaso, con lui c’è anche monsignor James Harvey, il Prefetto della Casa Pontificia. Saliamo fino alla terza Loggia. Finalmente entro nella biblioteca privata di Sua Santità. Alle 11 in punto arriva Fritz, scortato da due alabardieri svizzeri e da un maggiordomo che gli porge delle barrette di kitkat. Mi presento, lui si presenta: «Meooouw….». E’ visibilmente scocciato. Ecco il nostro dialogo, trascritto grazie all’interprete bavarese.

«Questo modo di fare giornalismo mi infastidisce – attacca il vero gatto del Papa – e mi dispiace che quel quotidiano abbia come vicedirettore un giornalista così cattolico come il dottor Renato Farina. Questa volta vorre che non fosse farina del suo sacco – se mi si passa la battuta – o che avesse detto “gatto” senza averlo nel sacco… Il Papa l’ha presa male!».
Posso chiedereLe com’è diventato il gatto del Papa?
«Non ho problemi a dirglielo. Durante L’ultimo incontro interreligioso di Assisi un imam iraniano, Almaah Kalem Selim, ha discusso di gatti con l’allora cardinale Ratzinger e gli ha molto esaltato le caratteristiche della razza persiana. Così, il porporato ha pensato bene di adottarmi. Sono il quarto figlio di Cicciabella, una gatta persiana ma naturalizzata romana che vive tuttora in un attico nei pressi di Piazza San Giovanni. La contessa Von Bulov, insieme alle principesse Alba Thurn und Taxis e Agemone Beolchini Bollati Viendalmare Fustenberg mi hanno consegnato al cardinale tre anni fa. Da allora vivo con lui…».
Com’è il vostro rapporto?
«Non è affatto un rapporto tra padrone e bestia. È piuttosto un rapporto di amicizia: parliamo di molte cose, anche di teologia…».
Scusi, ma lei sa anche la teologia?
«Questa domanda è un’offesa alla sua intelligenza, caro dottore. Lei pensa che potrei essere il gatto domestico di Ratzinger senza masticare un po’ di San Tommaso, Hans Urs von Balthasar o Romano Guardini? Suvvia! È stato il mio stesso principale a iscrivermi a un corso presso la Pontificia Università della Santa Croce, quella dell’Opus Dei, nella quale mi sono laureato a pieni voti l’anno scorso, con una tesi sulla “Vita cristiana e scatto felino nell’esperienza di San Giovanni della Croce”».
Complimenti! Senta, posso chiederle qualcosa sul conclave che ha eletto Benedetto XVI?
«Of course not…».
Ma come, parla anche l’inglese?
«Secondo lei come farei altrimenti? Guardi che non è facile fare il gatto domestico del Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi del Papa. Ah, tra l’altro, io ovviamente sapevo in anticipo che Ratzinger avrebbe nominato un americano alla guida dell’ex Sant’Uffizio…».
Mi dica però perché non può dirmi nulla sul conclave…
«Perché ho dovuto giurare anch’io di mantenere il segreto, ecco perché. Ho visto diversi cardinali a pranzo e a cena con Ratzinger, ho sentito che cosa si dicevano. Una volta hanno chiesto pure un mio parere…».
Questo almeno me lo potrà dire. Che cosa ha risposto?
«Ho detto soltanto che il pre-conclave mi sembrava una gran cagnara. E così ho suggerito il silenzio stampa. Mi sembra che abbiano accolto la proposta».
Può dirmi ora come passa le giornate qui in Vaticano?
«Ho parecchi impegni. La mattina ci sono le udienze: sa, i gatti di Roma sono tanti, ci sono randagi, orfani, vedove, cuccioli in difficoltà… Cerco di aiutare tutti, finché posso. Poi verso mezzogiorno c’è il consueto briefing con il cardellino Titti, il migliore amico del cardinale Segretario di Stato, e con Muschio, la capretta australiana del cardinale camerlengo, che vive nei giardini vaticani. Esaminiamo i problemi dei nostri simili che vivono Oltretevere, sbrighiamo la corrispondenza, ci scambiamo delle idee…».
Posso sapere come la pensa rispetto ad alcuni temi «caldi» per il mondo cattolico oggi?
«Spari pure. Ma sappia che per la posizione che occupo non so se potrò risponderle…».

Collegialità nella Chiesa?
«Su questo le mie idee coincidono con quelle del Papa. Ce ne vorrebbe di più». Sacerdozio femminile?
«Non lo dica a nessuno. Ma sono sempre stato favorevole. Pensi che per questo sono stato anche messo formalmente sotto accusa da Tortuga, la tartaruga ultracentenaria del cardinale Ottaviani, che vive tuttora negli scantinati dell’ex Sant’Uffizio».
Dialogo con l’islam?
«Essendo persiano, ho delle idee molto particolari, ma preferisco non rispondere».
Referendum sulla fecondazione artificiale?
«Sono favorevole all’omologa, ma condanno l’eterologa: ogni cucciolo ha diritto di sapere di chi è figlio».
Può dirmi chi è il gatto Chicco che oggi il quotidiano Libero ha messo in prima pagina?
«Un millantatore in cerca di pubblicità. Uno che il Papa l’avrà visto si e no due volte e comunque non ci ha mai parlato».
Intende fare qualcosa?
«Ho dato mandato ai legali della Sacra Rota di querelare il quotidiano e smentire quell’articolo. Ma non ho fiducia nella giustizia italiana…».

Squilla un telefonino, il maggiordomo si avvicina e dice qualcosa nell’orecchio del gatto. Lui si alza di scatto, allunga la coda, stiracchia le zampe, si liscia un po’ il pelo. Poi mi guarda e mi dice: «Mi deve scusare, dottore, devo andare. Titti, il cardellino di Sodano è preoccupato: le agenzie di stampa hanno rilanciato le dichiarazioni di molti massmediologi e storici del giornalismo che osannano la scelta di Libero di sbattere il falso gatto in prima pagina. Ci dobbiamo vedere subito, forse prepareremo un comunicato che sarà diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede… Comunque la ringrazio per la sua professionalità. Se per caso è a Roma ed è libero venerdì, passi alla Libreria Editrice Vaticana, perché c’è la presentazione di un mio saggio».

Come si intitola?

«A passo felpato verso il Cielo…».

 

 

 

 

 

 

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sabato, maggio 07, 2005

Il ritorno del dandy
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giovedì, maggio 05, 2005

Il mostro del Circeo
Il romanzo criminale
che ha ingannato l'Italia

di Vittorio Macioce/Andrea Acquarone

 

«È notte, sto aspettando in questi giorni risposta alle mie istanze di semi-libertà e permessi per poter uscire dal carcere dove ho scontato 25 anni». Sono queste le prime parole di The mob (La banda) il romanzo che Angelo Izzo ha cominciato a scrivere cinque anni fa nel carcere di Campobasso. L’introduzione è scritta a mano, con caratteri piccoli, inchiostro nero. «Ecco, si aprono i cancelli. Questo carcere mi sembra una scatola grigia, è un ex convento al centro della città. Tre ore e sono in sezione. Solita galera. Solita sezione per collaboratori gi giustizia. Siciliani, calabresi, napoletani e pugliesi, un cinese, le celle sono enormi, il tetto a volta. Convivere con me non è facilissimo, ho una serie di fobie che sarebbero normali in un cinese e non in un bianco “occhitondi”. Secondo me i bianchi puzzano. Odio portare le scarpe in casa o in cella, il latte nel the, i capelli neri, il ghiaccio nelle bevande, i peli del corpo. Non capisco l’amore per gli animali, alcuni insetti mi fanno vomitare, però non ho paura dei topi». (Continua)

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