golf
golf
Con l'amico Faber sulla cattiva strada della musica
Vittorio Macioce
Il filo rosso dei trasporti
New York 11 settembre 2001 - Attacco al trasporto aereo
Madrid 11 marzo 2003 - Attacco al trasporto ferroviario
Londra 7 luglio 2005 - Attacco al trasporto urbano
Il prossimo attacco dove sarà?
Londra, piccola profezia
Qui verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Il locale è un buco sommerso dal fumo e dalla musica. Sembra impossibile parlare, muoversi, respirare. E’ un corridoio che non supera i 50 metri quadri e dentro ci sono più di cento persone. Il posto è il The Kingly Club, nel West End, a Londra naturalmente. Fuori, davanti all’ingresso, c’è una fila di gente che aspetta il suo turno. Prima o poi entrerà. Due buttafuori in stile Tyson, camicia bianca e giacca nera, dirigono il traffico, e selezionano “out” e “in” della serata. Dicono che questo sia uno dei locali più ricercati di Londra, un luogo dove la sera si dà appuntamento l’élites multirazziale della città. Dicono. Lo dice Susie, mentre indica una colonia di miliardari cinesi, di Hong Kong, che entra senza alcun problema. Le ragazze, se non avessero gli occhi a mandorla, potrebbero tranquillamente stare in un romanzo di Fitzgerald. E gli uomini sembrano tutti il Grande Gatsby. L’età del jazz, qui, è al curry. Susie lavora all’ente del turismo londinese. Il suo scopo è portare i giornalisti a spasso per promuovere il portale www.visitlondon.com. Non ha ancora trent’anni. Quando parla accompagna i concetti con una mimica facciale di sorrisi, occhiolini e piccole smorfie. Ha una faccia da “Harry ti presento Sally”. Per il resto è fin troppo inglese. Sembra. Poi dice: “Sono inglese? Può darsi, forse, chi lo sa. In questa città siamo tutto, questo, quello e quell’altro ancora allo stesso tempo. Siamo inglesi, scozzesi, irlandesi, giamaicani, indiani, pakistani, cinesi, perfino un po’ europei. Certo, se mi guardi vedi in me una delle tante ragazze inglesi, ma poi a quale cultura appartengo?”. L’unico posto da questa parte dell’Oceano dove uno può sentirsi così – conclude – è Londra. L’alternativa europea a New York. Ed è questo che la città, alla fine dell’era Blair, vuole essere.
Ci sta provando in tutti i modi. Ed è strano che in questo luogo dove si compra ancora solo, o quasi, ancora in sterline, e l’euro resta uno straniero, si viva come se questa fosse la vera capitale dell’Europa. Convinti che Parigi e Berlino stiano già ridimensionando le loro ambizioni geopolitiche, che Bruxelles ha il fascino di un ufficio delle imposte e Roma o Madrid, Milano e Barcellona sono tutt’al più dei grandi capoluoghi di provincia. E’ per questo che qui ci si sbatte per dare un’immagine anche architettonica della “nuova cultura”, miscelando il vecchio con l’estetica rotonda e leggera di Lord Norman Foster. Lo vedi nel Millennium Bridge, dove le luci corrono come in un albero di Natale, o in quel “cetriolo sotto aceto” che è la nuova Swis Re, che domina la City, al numero 30 di Saint Mary Axe. Lo vedi camminando lungo il Tamigi, da Westminster alla Torre di Londra, passando sotto la Millennium Wheel, la ruota panoramica da 32 milioni di dollari alta 433 piedi, per celebrare il passaggio del millennio che ha modificato (molti dicono "deturpato") il volto della città. I docks sono stati ripuliti e bonificati negli anni ’80, con l’ambizione di non cancellare il passato, ma di renderlo meno malsano, anche se poi ti viene nostalgia (letteraria) della nebbia di Dickens o di Conan Doyle, anche se sai che dal 1952, quando l’angelo della morte passeggiava lungo il Tamigi soffocando, con una nebbia verde come una zuppa di piselli, i più deboli e i più miserabili, di quelle atmosfere non c’è più traccia. L’intossicazione del ’52 mise fuorilegge le stufe a carbone e da allora addio nebbia. Quello che resta è il freddo e l’umidità. E i ragazzi che hanno riscoperto i capelli lunghi e i pattini. Susie dice cha a Londra si respira di nuovo la voglia di futuro degli anni ’60, anche se in giro non vedi minigonne, ma orrendi pantaloni che arrivano a metà caviglia, buoni per un alluvione, che finiscono dove iniziano sgraziati stivali neri, da pioggia e da pompieri. E’ vero che c’è voglia di ricostruire il nuovo sul vecchio, dando un forma pop e commerciale alle tradizioni. E’ quello che cercano di spiegarti i fratelli Jake&Dinos Chapman, in mostra alla Tate Gallery, vincitori del Turner Prize 2003. Hanno preso delle acqueforti originali di Goya e vi hanno disegnato sopra irridenti maschere colorate, crani urlanti, e gobelin clowneschi. L’arte (forse) che ingiuria l’arte. E così sia.
Meglio andare in periferia, magari seguendo i romanzi di Zadie Smith e Monica Ali. Arrivi a Brixton e capisci cosa vuol dire crescere nella Giamaica londinese. Prendi Bob Marley, toglici il sole, e il gioco è fatto: mercatini dell’usato, colori, suoni, treccine afro, le più belle ragazze di Londra. Ti sposti nel East End, fino alla Brick Lane della Ali, e ti immergi nella comunità bengalese, in una storia che è una continua battaglia contro le tradizioni della madre patria, ma anche contro quelle del luogo che ti ospita, la continua incertezza tra la jihad globale e l’integrazione alla “Sognando Beckam”. Ma che ha detto che la globalizzazione marcia solo dal centro verso le periferie? E se fosse anche il contrario? Ha ragione Susie: “Nord o Sud del mondo siamo tutti bastardi”.
Forse per trovare qualcosa di inglese bisogna andare nei vecchi club di quel che resta dell’aristocrazia, ma lì le donne non entrano e noi, con lei, restiamo fuori. Forse lì potrebbero darti la risposta che cerchi, cosa sia davvero quest’aria fredda che incombe sul futuro della capitale d’Europa. Quell’aria fredda che non viene dissipata dai colori multietnici o dalla speranza di ospitare nel 2012 le Olimpiadi, l’appuntamento da festeggiare dopo la sbornia della fine del millennio, perché così qui è stata vissuta, e dal giubileo di Queen Elisabeth. Ti diranno che quello che ci frega è la paura. Sono le venti e trenta al Camden Jazz Cafè, Peter Green, fondatore dei Fleetwood, ti regala tutta la birra e la musica dei suoi sessant’anni e passa. Ad ascoltarlo ci sono i volti degli antichi proletari londinesi. E’ la Londra che, finalmente, sembra vera. Uscita da poco da un film di Ken Loach. E uno di loro dice: “Sai cos’è che ci frega? Tutti qui guardano al futuro, ma in mezzo tra qui e il dopo c’è la certezza che primo o poi qui ci sarà un attentato. Bisogna solo capire quando”. E’ questo il freddo che gela i sogni di una capitale multietnica.
La luce plastica di Sartorio
di Miriam D'Ambrosio
La luce diffusa del mattino, piena, senza incertezze. Rive, sabbia e acqua trasparente, visioni nitide. E selvagge campagne laziali, vive impressioni dal vero, fino a sentire il silenzio estivo dei campi, il canto dei grilli, il frullo dei passeri, l’aria salmastra. La pittura di Giulio Aristide Sartorio (Roma, 1860 – 1932) è arte serena, gioioso inno alla vita, energia positiva catturata e restituita sperimentando tutte le tecniche possibili. Pittore, scultore (come suo nonno Gerolamo e suo padre Raffaele), grafico amante dei codici miniati, critico d’arte, scrittore, fotografo e appassionato di cinema, l’eclettico Sartorio viene celebrato fino al 18 luglio a Orvieto, Palazzo Coelli, con la mostra “Giulio Aristide Sartorio – il Realismo plastico tra Sentimento e Intelletto”. Continua

La base di An marcia su Roma
di Vittorio Macioce
Grazie Tullio
Tullio Avoledo racconta su Progetto Babele come ha cominciato a collaborare con Il Giornale.
La guerra delle due destre
futuristi contro tradizionalisti
di Vittorio Macioce
Sono stati sempre irregolari. A destra gli intellettuali non si sono mai definiti organici al partito. È per questo che è difficile trovarli. Se chiedi a qualcuno: «Sei un intellettuale di An?». La risposta quasi sempre è: «Non proprio». Ma questo accadeva anche prima, prima di Fiuggi. Per scovarli e capire chi sono devi farli litigare. Quando si accapigliano, su cose anche apparentemente futili, comprendi che dietro insulti e nequizie ci sono, ben definite, le anime intellettuali della destra. Per contare i cattolici, quelli da crociata, che sono in An ci volevano gli embrioni. Alessandro Campi, storico e politologo, racconta che dieci anni fa a Fiuggi gli intellettuali erano defilati. La nuova destra di Tarchi aveva già lasciato il partito qualche anno prima. Accame, Gianfranceschi, Blondet, Buscaroli erano scettici. «È così che in An trovarono spazio quelli di Alleanza cattolica. Sai chi sono?». «Più o meno». «Il punto di riferimento è Giovanni Cantoni. Ti faccio qualche nome che forse conosci, come Massimo Introvigne e Marco Respinti. Roberto de Mattei, uno del gruppo, è stato fino a poco tempo fa il consulente culturale di Fini». «Roberto de Mattei è quello di Lepanto». «Sì, il nome ti spiega molte cose». «Ovest contro Est. Ma quando si è allontanato da Fini?». «Quando Gianfranco ha detto di essere favorevole all’ingresso della Turchia in Europa». «Capisco». La politica teo-con di Alemanno forse nasce da qui. Quando gli uomini di Alleanza cattolica si sono allontanati da Fini, tra questi Mantovano, hanno fatto sponda con gli intellettuali storici della vecchia destra. Il padre putativo di Area,la rivista della destra sociale, è ancora Giano Accame. L’universo culturale di An è sempre in bilico tra il vecchio e il nuovo. Ci sono punti saldi, archetipi intoccabili, e amori improvvisi. Pochi ricordano che qualche anno fa chiesero a Fini di indicare un nume tutelare della cultura di An. La risposta fu Popper. E tutto il partito, organici e non organici, pensò: «Ma che c’entra». Un futurista siciliano, fascista estetico, come Buttafuoco starà ancora lanciando santini di virilissimo sdegno. Almeno qui i liberali lasciateli fuori. Direbbe. La storia della destra ha due soli cavalieri: futuristi e tradizionalisti. Il resto sono sfumature. Prende un fascio di fotocopie, articoli di giornale. Le guarda e dice: «Prendi. Se vuoi capire chi sono e cosa fanno gli intellettuali di An parti da qui». È un vecchio scriba della destra. Un uomo senza nome, uno che era da quelle parti fin dai tempi di Armando Plebe, filosofo marxista chiamato da Almirante a fare cultura. C’è un articolo del Secolo d’Italia. La firma è di Filippo Rossi, autore con Luciano Lanna di «Fascisti immaginari», saggio che ha rimescolato l’orizzonte post missino. Al centro della pagina c’è una grande foto di Vasco Rossi e un titolo: «Blasco, uno di noi». Filippo Rossi parla di Un senso, ultima traccia dell’ultimo album di Vasco, e dice: «Un pensiero nietzscheano doc». La spiegazione è questa: «C’è un’affinità esistenziale, una sintonia filosofica ed estetica tra una certa destra giovanile e Blasco: libertarismo, giovanilismo, l’individualismo dell’antieroe novecentesco, l’avversione al moralismo bacchettone». Questo è Il Secolo di Flavia Perina ed è quella parte di An che forse in America chiamerebbero Avant-Pop, ricetta multiculturale che ha il fascino del futurismo popolare. L’altra fotocopia è un fondo di Marcello Veneziani. Libero risponde a Il Secolo: «Il messaggio di Vasco è tutt’altro che non conformista e trasgressivo. È esattamente ciò che ci propinano ogni giorno gli spiriti animali della nostra epoca, dalla pubblicità ai feticci del consumo, dal divismo al pensiero debole. Oggi l’unica vera trasgressione è la tradizione». Vecchio discorso. Veneziani a Vasco preferisce Battiato, con lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco. E riporta nel pantheon della destra Drieu la Rochelle e Jünger, Evola e Zolla, Mishima e Céline. Due modi di dire An. Veneziani è controra, pomeriggi di sole nei vicoli meridionali, pennichelle e zanzariere. Veneziani è il pane fatto in casa. È la nostalgia per il mondo non tecnologico, non consumistico, senza masse, senza veline. Veneziani, quando guarda a sinistra, vede Pasolini e con lui piange le notti senza lucciole. Nelle giornate di Veneziani il Pop è una macchia di gelato al puffo sul vestito della domenica. Nei corridoi del Secolo (e un po’ in quelli dell’Indipendente di Gennaro Malgieri, basta leggere i pezzi di Riccardo Paradisi), sulle pagine di cultura con le firme di Lanna, Filippo Rossi, ma anche Gloria Sabatini e Angelo Mellone, neppure il colore azzurrognolo dei puffi è un tabù. L’estetica dei «fascisti immaginari» mescola Charles Bukowski e Lando Buzzanca, Patty Pravo e Padre Pio, Willy il Coyote e Carmelo Bene, Craxi e i ciellini, Don Backy e Houellebecq, Gaber e Corto Maltese, Tex Willer e De Andrè. È la dichiarazione d’amore che il sociologo bolognese Ivo Germano dedica alla bellezza plastica di Barbie, confermando così le tesi di Mario Perniola sul sex appeal dell’inorganico. Filippo Rossi dice che tutto questo è anche una questione generazionale. Erano adolescenti negli anni ’80, proprio al termine della notte ideologica. Sono figli del disincanto. «Il nostro fascismo giovanile - dice Rossi - aveva già abolito la nostalgia». Anche quella di Pasolini.