venerdì, luglio 15, 2005

golf
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lunedì, luglio 11, 2005

Con l'amico Faber sulla cattiva strada della musica
Vittorio Macioce  

 
Il racconto dura una sigaretta. Lo incontri nella saletta fumatori, con quella barba da vecchio spinone, magro come le coste liguri. Tu Fabrizio De André lo hai ascoltato, lui lo ha vissuto. Sta qui la differenza. Cesare G. Romana ti vede entrare (non hai mai avuto il coraggio di chiedergli cosa cavolo sia quella G puntata). Si gira. Ti saluta con un rapido gesto del capo: «Pausa?». Pausa. «Ho scritto una cosetta su Faber. Vuoi dargli un’occhiata?». Smisurate preghiere, sulla cattiva strada con Fabrizio De André. L’editore è Arcana, gruppo Fazi. Cesare Romana è stato, per una vita, il giornalista amico di Fabrizio, quello delle notti di malinconia, quello delle confessioni, quello a cui strimpellava due accordi di Il testamento di Tito o Franziska e a cui chiedeva, timoroso: «Che ne pensi?». «Mi sembra che funzioni, Fabrizio». «Sei sicuro?». Faber straparla di Max Stirner, l’anarchico post-hegeliano per cui la proprietà privata è l’unica forma di tutela contro il potere. Cesare ascolta, registra, domanda e pensa: «Quest’uomo mi ha insegnato a pensare». Si sono incontrati quarantun anni fa. «Facevo il cronistaccio all’Ansa. Mi dissero: “Sembra che il figlio di De André si è messo a fare il cantante. È un mezzo sbandato. Prova a vedere se si fa intervistare”. “Ma De André il presidente della Fiera?”. “Sì, vai”. Andai, pensando di incontrare il solito figlio di papà che giocava a fare il maledetto. Mi inerpicai per San Barborino, sul fianco di Sampierdarena, Genova ponentina e operaia. La salita menava alla scuola professionale Palazzi, ci arrivai ansimando, allora si era giovani ma si fumava parecchio. Trovai Fabrizio nel suo studio d’impiegato. Aveva 24 anni e la faccia da ragazzo. Mi fece ascoltare Marinella, scandiva le parole con la sua voce di lana dorata, e non occorreva di più. La musica era già tutta nelle parole. Fu l’inizio di un’amicizia che decollò con lenta prudenza, com’è nell’indole di noi liguri, schiatta restia ai colpi di fulmine. Fu lui a sancirla, un giorno, nello stile indiretto che gli era abituale. Mi chiese a bruciapelo: “Tu sei sampdoriano, immagino”. Lo guardai sbalordito: “Cosa te lo fa pensare?”. “Tutti i miei amici lo sono”». Fabrizio il genio, con i suoi sensi di colpa da figlio della borghesia, sardo, indiano, genovese, di porto e di carrugi, cristiano senza religione, individualista che non sa stare solo. Tutto questo Romana te lo ha raccontato, contando le parole, a cottimo, in quelle pause sigaretta, con fatica, tirando fuori dalla memoria quella Genova fine anni ’60, che sembra un romanzo nero, roba da Marsigliesi, dove al posto dei soliti malavitosi ci sono tipi che si chiamano Tenco, Paoli, Lauzi, Villaggio e dove la pupa del gangster ha il volto da Madonna dei postriboli di una Stefania Sandrelli diciottenne. E Cesare lì, testimone, quasi fosse Dumas. Scrive: «Un giorno Luigi Tenco parlò di un suo sogno, si beveva malvasia al bar dell’Accademia, a piazza De Ferrari: “I Beatels e Bob Dylan, disse, saccheggiano il folklore della loro terra, e noi, belinoni, continuiamo a scimmiottare gli americani. Noi che, in Liguria e in Piemonte, abbiamo una splendida tradizione: basta attingervi”. Dissi: “Anche De André sta pensando a qualcosa di simile”. E Luigi: “Parliamone”. Si trovò una ballata su Garibaldi, uscita, credo, dalle campagne di Uscio, e si decise di lavorarci al ritorno di Tenco da Sanremo: “Vado, mi faccio buttar fuori e torno”, ghignò Luigi. Solo che non tornò». Era il 1967, febbraio. De André avrebbe scritto Creuza de mä solo nel 1984, quasi vent’anni dopo. Le storie di Romana, nel libro, seguono le stagioni degli album di De André. E ogni stagione ha i suoi personaggi. Bocca di Rosa Cesare l’ha conosciuta. Era una ragazza slava innamorata di Faber. Arrivò un giorno d’autunno a Genova. Lui la guardò sorpreso. Si scambiarono un tenero amore, poi lei divenne amica, e amica dei suoi amici, e a tutti regalò qualcosa. Ecco Puny, la prima moglie, la madre di Cristiano, a cui ha lasciato Verranno a chiederci del nostro amore. Dori, la mamma di Luvi, compagna barbaricina di prigionia. E Fabrizio che dice: «Nelle tue carte c’è scritto che non invecchierai». Dolcenera, ora nome d’arte di una ragazzina che ricanta la Berté, non è una storia d’amore. Ma un alluvione che - scrive Cesare - nell’ottobre del ’72 affogò nel suo vomito la superba Genova, «una nemesi liquida, un’apocalisse d’idrogeno e ossigeno che espugnò la città e la mise in ginocchio». Torna, sottofondo, la voce di ruggine di De André. «Acqua assassina, nera di malasorte che ammazza e passa oltre. Acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale». E lui, l’amico, che ricorda: «Fabrizio in quei giorni non era a Genova. Ha saputo dell’alluvione dai nostri racconti. Venticinque anni dopo la evocò in Dolcenera e da sciamano la capì e la visse». Faber e Villon, derelitti e impiccati. Faber che canta e scappa. Faber che trema ai concerti. Faber che sogna il mondo ma è troppo pigro per viaggiare, Faber che voleva fare un album sulla sconfitta del Novecento. E porta i nomi di tutti i battesimi e ogni nome è il sigillo di un lasciapassare. Faber che ascolta i consigli del padre, prende appunti e poi li butta via. Faber che Cesare G. Romana racconta fumando.  

 

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giovedì, luglio 07, 2005

Il filo rosso dei trasporti

New York 11 settembre 2001 - Attacco al trasporto aereo

Madrid 11 marzo 2003 - Attacco al trasporto ferroviario

Londra 7 luglio 2005 - Attacco al trasporto urbano

Il prossimo attacco dove sarà?

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giovedì, luglio 07, 2005

Londra, piccola profezia

Qui verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Il locale è un buco sommerso dal fumo e dalla musica. Sembra impossibile parlare, muoversi, respirare. E’ un corridoio che non supera i 50 metri quadri e dentro ci sono più di cento persone. Il posto è il The Kingly Club, nel West End, a Londra naturalmente. Fuori, davanti all’ingresso, c’è una fila di gente che aspetta il suo turno. Prima o poi entrerà. Due buttafuori in stile Tyson, camicia bianca e giacca nera, dirigono il traffico, e selezionano “out” e “in” della serata. Dicono che questo sia uno dei locali più ricercati di Londra, un luogo dove la sera si dà appuntamento l’élites multirazziale della città. Dicono. Lo dice Susie, mentre indica una colonia di miliardari cinesi, di Hong Kong, che entra senza alcun problema. Le ragazze, se non avessero gli occhi a mandorla, potrebbero tranquillamente stare in un romanzo di Fitzgerald. E gli uomini sembrano tutti il Grande Gatsby. L’età del jazz, qui, è al curry. Susie lavora all’ente del turismo londinese. Il suo scopo è portare i giornalisti a spasso per promuovere il portale www.visitlondon.com. Non ha ancora trent’anni. Quando parla accompagna i concetti con una mimica facciale di sorrisi, occhiolini e piccole smorfie. Ha una faccia da “Harry ti presento Sally”. Per il resto è fin troppo inglese. Sembra. Poi dice: “Sono inglese? Può darsi, forse, chi lo sa. In questa città siamo tutto, questo, quello e quell’altro ancora allo stesso tempo. Siamo inglesi, scozzesi, irlandesi, giamaicani, indiani, pakistani, cinesi, perfino un po’ europei. Certo, se mi guardi vedi in me una delle tante ragazze inglesi, ma poi a quale cultura appartengo?”. L’unico posto da questa parte dell’Oceano dove uno può sentirsi così – conclude – è Londra. L’alternativa europea a New York. Ed è questo che la città, alla fine dell’era Blair, vuole essere.

 

 

Ci sta provando in tutti i modi. Ed è strano che in questo luogo dove si compra ancora solo, o quasi, ancora in sterline, e l’euro resta uno straniero, si viva come se questa fosse la vera capitale dell’Europa. Convinti che Parigi e Berlino stiano già ridimensionando le loro ambizioni geopolitiche, che Bruxelles ha il fascino di un ufficio delle imposte e Roma o Madrid, Milano e Barcellona sono tutt’al più dei grandi capoluoghi di provincia. E’ per questo che qui ci si sbatte per dare un’immagine anche architettonica della “nuova cultura”, miscelando il vecchio con l’estetica rotonda e leggera di Lord Norman Foster. Lo vedi nel Millennium Bridge, dove le luci corrono come in un albero di Natale, o in quel “cetriolo sotto aceto” che è la nuova Swis Re, che domina la City, al numero 30 di Saint Mary Axe. Lo vedi camminando lungo il Tamigi, da Westminster alla Torre di Londra, passando sotto la Millennium Wheel, la ruota panoramica da 32 milioni di dollari alta 433 piedi, per celebrare il passaggio del millennio che ha modificato (molti dicono "deturpato") il volto della città. I docks sono stati ripuliti e bonificati negli anni ’80, con l’ambizione di non cancellare il passato, ma di renderlo meno malsano, anche se poi ti viene nostalgia (letteraria) della nebbia di Dickens o di Conan Doyle, anche se sai che dal 1952, quando l’angelo della morte passeggiava lungo il Tamigi soffocando, con una nebbia verde come una zuppa di piselli, i più deboli e i più miserabili, di quelle atmosfere non c’è più traccia. L’intossicazione del ’52 mise fuorilegge le stufe a carbone e da allora addio nebbia. Quello che resta è il freddo e l’umidità. E i ragazzi che hanno riscoperto i capelli lunghi e i pattini. Susie dice cha a Londra si respira di nuovo la voglia di futuro degli anni ’60, anche se in giro non vedi minigonne, ma orrendi pantaloni che arrivano a metà caviglia, buoni per un alluvione, che finiscono dove iniziano sgraziati stivali neri, da pioggia e da pompieri. E’ vero che c’è voglia di ricostruire il nuovo sul vecchio, dando un forma pop e commerciale alle tradizioni. E’ quello che cercano di spiegarti i fratelli Jake&Dinos Chapman, in mostra alla Tate Gallery, vincitori del Turner Prize 2003. Hanno preso delle acqueforti originali di Goya e vi hanno disegnato sopra irridenti maschere colorate, crani urlanti, e gobelin clowneschi. L’arte (forse) che ingiuria l’arte. E così sia.

Meglio andare in periferia, magari seguendo i romanzi di Zadie Smith e Monica Ali. Arrivi a Brixton e capisci cosa vuol dire crescere nella Giamaica londinese. Prendi Bob Marley, toglici il sole, e il gioco è fatto: mercatini dell’usato, colori, suoni, treccine afro, le più belle ragazze di Londra. Ti sposti nel East End, fino alla Brick Lane della Ali, e ti immergi nella comunità bengalese, in una storia che è una continua battaglia contro le tradizioni della madre patria, ma anche contro quelle del luogo che ti ospita, la continua incertezza tra la jihad globale e l’integrazione alla “Sognando Beckam”. Ma che ha detto che la globalizzazione marcia solo dal centro verso le periferie? E se fosse anche il contrario? Ha ragione Susie: “Nord o Sud del mondo siamo tutti bastardi”.

 

 

Forse per trovare qualcosa di inglese bisogna andare nei vecchi club di quel che resta dell’aristocrazia, ma lì le donne non entrano e noi, con lei, restiamo fuori. Forse lì potrebbero darti la risposta che cerchi, cosa sia davvero quest’aria fredda che incombe sul futuro della capitale d’Europa. Quell’aria fredda che non viene dissipata dai colori multietnici o dalla speranza di ospitare nel 2012 le Olimpiadi, l’appuntamento da festeggiare dopo la sbornia della fine del millennio, perché così qui è stata vissuta, e dal giubileo di Queen Elisabeth. Ti diranno che quello che ci frega è la paura. Sono le venti e trenta al Camden Jazz Cafè, Peter Green, fondatore dei Fleetwood, ti regala tutta la birra e la musica dei suoi sessant’anni e passa. Ad ascoltarlo ci sono i volti degli antichi proletari londinesi. E’ la Londra che, finalmente, sembra vera. Uscita da poco da un film di Ken Loach. E uno di loro dice: “Sai cos’è che ci frega? Tutti qui guardano al futuro, ma in mezzo tra qui e il dopo c’è la certezza che primo o poi qui ci sarà un attentato. Bisogna solo capire quando”. E’ questo il freddo che gela i sogni di una capitale multietnica.

 

 

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lunedì, luglio 04, 2005

La luce plastica di Sartorio
di Miriam D'Ambrosio

La luce diffusa del mattino, piena, senza incertezze. Rive, sabbia e acqua trasparente, visioni nitide. E selvagge campagne laziali, vive impressioni dal vero, fino a sentire il silenzio estivo dei campi, il canto dei grilli, il frullo dei passeri, l’aria salmastra. La pittura di Giulio Aristide Sartorio (Roma, 1860 – 1932) è arte serena, gioioso inno alla vita, energia positiva catturata e restituita sperimentando tutte le tecniche possibili. Pittore, scultore (come suo nonno Gerolamo e suo padre Raffaele), grafico amante dei codici miniati, critico d’arte, scrittore, fotografo e appassionato di cinema, l’eclettico Sartorio viene celebrato fino al 18 luglio a Orvieto, Palazzo Coelli, con la mostra “Giulio Aristide Sartorio – il Realismo plastico tra Sentimento e Intelletto”. Continua

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lunedì, luglio 04, 2005

Sartorio
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domenica, luglio 03, 2005

La base di An marcia su Roma
di Vittorio Macioce

Fa politica da sempre. Da dieci anni è presidente di Alleanza nazionale in una cittadina abruzzese. A Fiuggi, come tanti, ha pianto. Poi, come tanti, si è convinto che quella era la scelta migliore. Sul passato del Msi è nato un partito che governa, che vince, con i suoi assessori, i suoi sindaci, i suoi ministri: un partito in doppiopetto blu. Non ci si può lamentare. Ma qualcosa dentro lo stomaco non va giù, un rancore che qualche volta assomiglia a un ulcera, una strana insoddisfazione. «Nostalgia? No, qui vi sbagliate in tanti. Buona parte di noi il fascismo l’ha digerito. Fini va a Gerusalemme? Va bene, non siamo mica antisemiti. Fini ripudia Mussolini? È una brutta botta, certo, ma finisci per capire le sue ragioni. Non puoi entrare nel salotto buono della democrazia con la foto del Duce nel portafoglio. Non è la nostalgia quello che ci frega. È la solitudine. La base, i militanti, non è mai stata sola come in questo momento. Qui non si vede mai nessuno: né leader né colonnelli». L’affetto verso Fini non è in discussione. Non c’è rancore, ma disorientamento. Non sanno più dov’è l’orizzonte. Quando dieci anni fa il delfino di Almirante disse «andiamo, la destra ha bisogno di una nuova casa», loro misero i cimeli in soffitta e indossarono la giacca sulla camicia nera. E ben presto anche la camicia sparì dal guardaroba. Dieci anni fa, tutto questo, poteva anche andare bene. Non ora. Non più. Non basta un vestito nuovo per sentirsi a proprio agio. La base vuole capire cosa c’è dentro An. Chi sono? Cattolici come Mantovano, o teo-con, un po’ ecologisti e un po’ statalisti, come Alemanno. Liberali come Urso?  Conservatori come tradizione vuole? O neogollisti come, forse, sogna Fini. Michele Rocca, pugliese, capogruppo al consiglio regionale, evoca l’ombra di un narratore di trame come Pinuccio Tatarella. Qui, da queste parti, la sua assenza è un totem: «Pinuccio sapeva far dialogare le correnti. Era un uomo pratico, ma anche un tessitore, uno che conosceva i desideri di tutti, ascoltava, metteva tutto insieme e fissava la strategia». E per chi cantonava erano calci nel sedere. L’era di Tatarella è diventata, nella mitologia di An, il rimpianto per un partito omogeneo, il tempo in cui le correnti erano solo un sussurro. Magari non era proprio così, ma è quello che molti militanti ricordano. È la nostalgia del passato prossimo. La base guarda il partito e vede troppo fumo grigio. S’incupisce per i litigi dei colonnelli, di cui alla fine non comprende ragioni e ideali. Alemanno che tenta l’attacco a Fini, ma poi si tira indietro, mentre si sussurra che il suo obiettivo è solo quello di creare un marchio riconoscibile, da capo opposizione, nel partito unico prossimo venturo. Il militante di An pensa che i colonnelli vanno sempre in due come i carabinieri. Destra sociale: Alemanno e Storace (in lite). Destra protagonista: Gasparri e La Russa (delusi da Fini). Nuova alleanza: Matteoli e Urso (fedelissimi di Fini). E Fini? Fini da solo, come un imperatore giapponese nel suo giardino di loto: l’unico che riesce a dire «io» in un mondo in cui si è passati, nei decenni, dal «voi» al «noi». In Puglia, prima dei referendum sul destino degli embrioni, si faticava a non chiedersi: ma che stiamo facendo? Alfredo Mantovano ha mobilitato Alleanza nazionale in una battaglia, senza equivoci, per il non voto. Una battaglia nel nome dei valori della vita, di un cattolicesimo moderato, di una scelta di campo contro il relativismo laico e radicale. Tutto il partito compatto, tranne uno: Gianfranco Fini. I militanti pugliesi si sono chiestise era il caso di espellere il loro leader per manifesta incompatibilità. È successo in Puglia con Mantovano, l’uomo che per questa storia ha rotto un’intesa decennale con Fini, ma un po’ ovunque i vertici regionali e provinciali di An hanno ignorato la scelta di Gianfranco. Un giornalista vicino a via della Scrofa sottolinea il paradosso: il partito ha vinto e il leader ha perso. «Ma la rabbia che senti nella base non viene dal referendum. Da lì al massimo viene un certo atteggiamento di perplessità, come uno che dice: mah! In fondo ha detto che è una scelta non politica e ma di coscienza. E chi siamo noi per mettere becco nella coscienza di Fini? La rabbia coinvolge anche i colonnelli, che litigano per un pollaio. La nostra gente è un po’ all’antica, magari ammira chi fa a botte per passione, per orgoglio, per gli ideali, ma non sopporta chi si azzuffa per una poltrona. È da qui che sgorga il rancore: si sentono abbandonati, pensano di non contare nulla, e vedono questi impegnati in manovre e manovrine da marescialli di fureria, altro che colonnelli». Domi Lanzilotta, dirigente provinciale di Bari, parla dell’effetto Musumeci, una sorta di rivolta federalista della periferia del partito contro il centralismo romano. È quello che molti delegati andranno a dire all’assemblea nazionale del 2 e 3 luglio, a Roma, all’Ergife. «Musumeci a Catania - dice Lanzilotta - ha fatto capire ai vertici del partito che il territorio ha una forza politica che non si può ignorare. La base vuole un federalismo di partito, maggiore autonomia, la possibilità di scegliere i candidati, a tutti i livelli: comunali, regionali, politiche. Quello che i militanti di An non vogliono è un vertice romano chiuso, in cui tutte le scelte vengono paracadutate dall’alto. Non fa parte della nostra tradizione». Un po’ del vento di Sicilia soffia, in questi giorni, su tutto il partito.Vito Orlando è un militante e racconta di Musumeci e Lo Porto, i due che qui comandano tra un litigio e l’altro: «Ma tutti e due sognano di far diventare Alleanza nazionale qui in Sicilia come la Csu bavarese, un partito regionale, forte sul territorio e alleato della Cdu tedesca». Le altre regioni non chiedono tanto, ma all’assemblea nazionale la parola federalismo ricorrerà spesso. E Fini penserà che anche questo è un prezzo da pagare per stare con la Lega. Un dirigente di terza fascia romano, corrente Alemanno, descrive un partito disilluso con una base, francamente, un po’ troppo antifiniana. L’accusa rievoca l’immagine di un leader che soffre il confronto con il suo popolo, verso cui mostrerebbe un fastidio aristocratico. Fini sognerebbe un partito guidato da un ristretto gabinetto gaullista, un’élite in grado di trascinare il suo elettorato senza troppi compromessi. Questo è il ritratto di Fini che rimbalza, per esempio, nei siti internet della parte di ideologica di An, quelli che parlano e parlano di Rifondazione missina. E scrivono: «La destra va rifondata, partendo dalla tradizione cristiana, patriottica, solidaristica. Una destra che difende i concetti di giustizia sociale, di tutela dell’ordine e della sicurezza, tema ormai abbandonato e delegato alla Lega di Bossi. Bisogna ritornare alle identità, di cui essere orgogliosi, poi vinceremo o perderemo le elezioni, ma senza svendere la dignità». È la destra che era a Fiuggi solo per caso, o addirittura era troppo giovane per passare da quelle parti. È la destra che si specchia nella Lega e dice: peccato sia lumbàrd e secessionista. Ma tra la castrazione chimica di Calderoli e i tre no e un sì di Fini saprebbe, senza dubbio, dove stare. È la destra che rimpiange Rauti, sposerebbe la Mussolini, ma poi stranamente continua a votare non solo Alemanno e Storace, ma lo stesso Fini, come se fosse prigioniera degli occhi azzurri di Almirante, del suo ricordo o della sua fotografia, e di quel delfino che il Vecchio ha comunque abbracciato, indicato, designato. È la destra che non si stacca al di là di tutti i ricordi, gli slogan, le memorie del ghetto stracciati da Gianfranco Fini. È un fenomeno politico e sociale misterioso,una sindrome di Stoccolma della memoria perduta.
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domenica, luglio 03, 2005

Grazie Tullio

Tullio Avoledo racconta su Progetto Babele come ha cominciato a collaborare con Il Giornale.

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domenica, luglio 03, 2005
Sindaci e amministratori
la classe media di An
di Vittorio Macioce
 
Il nome ha qualcosa di biblico: il partito degli eletti. È così che li chiamano in via della Scrofa. Sono i sindaci, gli assessori, i consiglieri in comune, in provincia, in regione. Quando li incontri comprendi che sono loro la borghesia, la «middle class», di Alleanza nazionale. A Roma ci vengono sempre un po’ di fretta, perché a casa, nelle loro città, nella loro provincia, hanno molto da fare. Roberto Chiarini, professore che da una vita studia la destra italiana, dice che sono proprio loro il volto più autentico di An. Quasi tutti, più del 90 per cento, hanno fatto politica nel Msi. Anni di gavetta, di opposizione, di ghetto, di manifesti attaccati di notte prima delle elezioni, di vita di provincia, di voci nel deserto, di puri e duri, lontani dai centri del potere. Quasi tutti hanno letto Evola, figli di un’ideologia forte e di un’Italia anni ’70 in rosso e nero. Quasi tutti ti dicono che non serve ripudiare il passato, ma - aggiungono - questa è un’altra era: non di lotta, ma di governo. Forse sono davvero loro l’anima di An. «Penso di sì - dice Chiarini -. Hanno digerito in fretta la svolta di Fiuggi. Ed è un caso interessante dal punto di vista politico. Non hanno rinnegato le loro radici, ma quando si sono messi ad amministratrare si sono spogliati della camicia nera. Si muovono spesso come tecnici, neutri, poco nostalgici. Un po’ come è successo con i sindaci dell’Emilia e della Toscana nel dopoguerra. Tutti rossi, tutti comunisti, ma poi nella vita quotidiana del comune seguivano più Adam Smith che Marx. E anche quelli con il ritratto di Stalin alla parete non avrebbero governato come a Mosca». Il senatore Giovanni Collino vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. È il responsabile di An per gli enti locali. Parla di numeri: 12.800 consiglieri comunali, 1500 assessori, 277 sindaci, più di 2000 in provincia, 101 in regione. Una carica, dici. «Un esercito», suggerisce lui. Il ceto medio di An prima o poi verrà a Roma e metterà i voti sulle scrivanie dei colonnelli e dirà: «Contateli». E c’è chi dice che la poca voglia di
congresso che si respira in An abbia molto a che fare con questi numeri. È il partito del consenso contro quello delle tessere. Scommettete su chi pesa di più.
Giancarlo Gabbianelli, sindaco di Viterbo, ha costruito la sua fortuna sul territorio. Viterbo è una delle roccaforti di An e la sua difesa vale di più di un posto da sottosegretario. È terra, è voti, è storia, è tradizione. Gabbianelli ti dice che ci sono due An: Roma e gli altri. È la Roma dei colonnelli e delle loro piccole armate. Lì si costruiscono le carriere personali. Sul territorio di costruisce il partito e la sua politica. Antonello Trizza da San Vito dei Normanni è al suo terzo mandato di sindaco. Altra roccaforte. Altro feudo di An. Trizza è l’immagine perfetta di ciò che dice il professor Chiarini. Ha 48 anni, 20 li ha passati all’opposizione con l’Msi. Tanta esperienza, nessun potere. Nel 1993 conquista il comune e non lo lascia più. Se un giorno, a destra, nasce il partito unico quelli come Rizza faranno la differenza. Quelli come lui hanno un territorio, quelli di Forza Italia spesso no. Collino ripete che sindaci, assessori e amministratori vari sono la parte più autentica di An. E anche potente. Quanti voti vale Adriana Poli Bortone a Lecce? E De Corato a Milano, Marin a Grado, Gabbianelli a Viterbo o Giuseppe Scopelliti, detto Mico, a Reggio Calabria? I conti li ha fatti anche Fini, che in questi giorni di colonnelli da domare si è appellato proprio al «partito del consenso», con lunghe telefonate, per ridomare il partito. Le mosse del leader di An ricordano un po’ il vecchio gioco dei monarchi assoluti, quel tenersi in bilico tra corte e borghesia. La nobiltà di palazzo si agita troppo? Ecco l’aristocrazia del denaro. E viceversa, con la palla che rimbalza di qua e di là come sul campo della pallacorda, dove però prima o poi scoppiano le rivoluzioni. Ma l’aria che tira per Fini, alla
vigilia dell’assemblea nazionale, sembra ancora buona. Rosario Ardicà, ex sindaco di Enna, 48 anni di militanza a destra, sembra più incarognito con i soliti colonnelli che con il proprio leader: «Non capisco le ragioni della loro protesta. Devono tutto a Fini. È proprio vero che l’ingratitudine umana non ha confini». Parole forti, che una parte della classe media comunque
condivide. È strano, ma in periferia, pochi danno peso alla storia delle correnti. Ci sono gli amici di Gasparri e quelli di Matteoli, i sostenitori di Alemanno o di La Russa, ma è un’appartenenza leggera, che non sembra avere almeno per ora la solidità dei vecchi confini democristiani. Giuseppe Policastro e Pasqualina Strafaci sono di Corigliano Calabro, provincia di Cosenza, 45mila abitanti, e appartengono a due correnti diverse di An. Qui, dal 1993, il partito raccoglie il 30 per cento dei voti. Maggioranza relativa. Dicono: «Le correnti sono solo un gioco di società».
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domenica, luglio 03, 2005

La guerra delle due destre

futuristi contro tradizionalisti

di Vittorio Macioce

Sono stati sempre irregolari. A destra gli intellettuali non si sono mai definiti organici al partito. È per questo che è difficile trovarli. Se chiedi a qualcuno: «Sei un intellettuale di An?». La risposta quasi sempre è: «Non proprio». Ma questo accadeva anche prima, prima di Fiuggi. Per scovarli e capire chi sono devi farli litigare. Quando si accapigliano, su cose anche apparentemente futili, comprendi che dietro insulti e nequizie ci sono, ben definite, le anime intellettuali della destra. Per contare i cattolici, quelli da crociata, che sono in An ci volevano gli embrioni. Alessandro Campi, storico e politologo, racconta che dieci anni fa a Fiuggi gli intellettuali erano defilati. La nuova destra di Tarchi aveva già lasciato il partito qualche anno prima. Accame, Gianfranceschi, Blondet, Buscaroli erano scettici. «È così che in An trovarono spazio quelli di Alleanza cattolica. Sai chi sono?». «Più o meno». «Il punto di riferimento è Giovanni Cantoni. Ti faccio qualche nome che forse conosci, come Massimo Introvigne e Marco Respinti. Roberto de Mattei, uno del gruppo, è stato fino a poco tempo fa il consulente culturale di Fini». «Roberto de Mattei è quello di Lepanto». «Sì, il nome ti spiega molte cose». «Ovest contro Est. Ma quando si è allontanato da Fini?». «Quando Gianfranco ha detto di essere favorevole all’ingresso della Turchia in Europa». «Capisco». La politica teo-con di Alemanno forse nasce da qui. Quando gli uomini di Alleanza cattolica si sono allontanati da Fini, tra questi Mantovano, hanno fatto sponda con gli intellettuali storici della vecchia destra. Il padre putativo di Area,la rivista della destra sociale, è ancora Giano Accame. L’universo culturale di An è sempre in bilico tra il vecchio e il nuovo. Ci sono punti saldi, archetipi intoccabili, e amori improvvisi. Pochi ricordano che qualche anno fa chiesero a Fini di indicare un nume tutelare della cultura di An. La risposta fu Popper. E tutto il partito, organici e non organici, pensò: «Ma che c’entra». Un futurista siciliano, fascista estetico, come Buttafuoco starà ancora lanciando santini di virilissimo sdegno. Almeno qui i liberali lasciateli fuori. Direbbe. La storia della destra ha due soli cavalieri: futuristi e tradizionalisti. Il resto sono sfumature. Prende un fascio di fotocopie, articoli di giornale. Le guarda e dice: «Prendi. Se vuoi capire chi sono e cosa fanno gli intellettuali di An parti da qui». È un vecchio scriba della destra. Un uomo senza nome, uno che era da quelle parti fin dai tempi di Armando Plebe, filosofo marxista chiamato da Almirante a fare cultura. C’è un articolo del Secolo d’Italia. La firma è di Filippo Rossi, autore con Luciano Lanna di «Fascisti immaginari», saggio che ha rimescolato l’orizzonte post missino. Al centro della pagina c’è una grande foto di Vasco Rossi e un titolo: «Blasco, uno di noi». Filippo Rossi parla di Un senso, ultima traccia dell’ultimo album di Vasco, e dice: «Un pensiero nietzscheano doc». La spiegazione è questa: «C’è un’affinità esistenziale, una sintonia filosofica ed estetica tra una certa destra giovanile e Blasco: libertarismo, giovanilismo, l’individualismo dell’antieroe novecentesco, l’avversione al moralismo bacchettone». Questo è Il Secolo di Flavia Perina ed è quella parte di An che forse in America chiamerebbero Avant-Pop, ricetta multiculturale che ha il fascino del futurismo popolare. L’altra fotocopia è un fondo di Marcello Veneziani. Libero risponde a Il Secolo: «Il messaggio di Vasco è tutt’altro che non conformista e trasgressivo. È esattamente ciò che ci propinano ogni giorno gli spiriti animali della nostra epoca, dalla pubblicità ai feticci del consumo, dal divismo al pensiero debole. Oggi l’unica vera trasgressione è la tradizione». Vecchio discorso. Veneziani a Vasco preferisce Battiato, con lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco. E riporta nel pantheon della destra Drieu la Rochelle e Jünger, Evola e Zolla, Mishima e Céline. Due modi di dire An. Veneziani è controra, pomeriggi di sole nei vicoli meridionali, pennichelle e zanzariere. Veneziani è il pane fatto in casa. È la nostalgia per il mondo non tecnologico, non consumistico, senza masse, senza veline. Veneziani, quando guarda a sinistra, vede Pasolini e con lui piange le notti senza lucciole. Nelle giornate di Veneziani il Pop è una macchia di gelato al puffo sul vestito della domenica. Nei corridoi del Secolo (e un po’ in quelli dell’Indipendente di Gennaro Malgieri, basta leggere i pezzi di Riccardo Paradisi), sulle pagine di cultura con le firme di Lanna, Filippo Rossi, ma anche Gloria Sabatini e Angelo Mellone, neppure il colore azzurrognolo dei puffi è un tabù. L’estetica dei «fascisti immaginari» mescola Charles Bukowski e Lando Buzzanca, Patty Pravo e Padre Pio, Willy il Coyote e Carmelo Bene, Craxi e i ciellini, Don Backy e Houellebecq, Gaber e Corto Maltese, Tex Willer e De Andrè. È la dichiarazione d’amore che il sociologo bolognese Ivo Germano dedica alla bellezza plastica di Barbie, confermando così le tesi di Mario Perniola sul sex appeal dell’inorganico. Filippo Rossi dice che tutto questo è anche una questione generazionale. Erano adolescenti negli anni ’80, proprio al termine della notte ideologica. Sono figli del disincanto. «Il nostro fascismo giovanile - dice Rossi - aveva già abolito la nostalgia». Anche quella di Pasolini.

postato da: mercuzio10 alle ore 17:36 | Permalink | commenti (1)
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