sabato, agosto 27, 2005
Morte in maschera
sabato, agosto 27, 2005
Jasper
venerdì, agosto 26, 2005
La caccia a Moby Dick
con gli occhi d'Alvito
di Mario Equicola
Ora, qui, piove. Antonio Fazio ha già avvertito i carabinieri della scorta: “Bisogna partire”. La lunga estate di Alvito adesso è davvero finita. L’epilogo è tutto in una sigla, che qui pochi sono riusciti a decifrare: Cicr (commissione interministeriale credito e risparmio). Qualcuno nei bar o davanti all’unica edicola del paese ha letto che il governatore andrà a Roma. Lo ascolteranno. Vorranno la sua pelle, ma lui si difenderà. L’affare Antoveneto non nasconde trucchi e inganni. La Banca d’Italia ha agito in buona fede, seguendo scienza e buon senso. Non dirà che il sistema bancario italiano va difeso dai mercanti olandesi. Ma lo farà capire. Sarà l’incipit della sua controffensiva. Poi verrà l’autunno.
Alvito è il centro del mondo, anche se ha ballato una sola estate. Tutti contenti. Tranne uno. Il governatore si è sentito oppresso, circondato, spiato, assediato in questo paradiso di case in pietra, di sassi, fontane, chiese e orizzonti sconfinati di verde e di sole. Qualcuno dice: gli hanno rubato le parole (al telefono), ora vogliono prendergli l’anima. Maledetti giornalisti. Loro, le spie, non sono arrivate in branco, ma come predatori solitari. Solo quando sono arrivati qui, in questo posto che si gira tutto in un quarto d’ora, ma nasconde tanti segreti, si sono annusati, riconosciuti e raggruppati. E’ così che Fazio è diventato Moby Dick e loro i marinai del Pequod. L’avventura è iniziata.
Alvito è il palazzo Ducale dei Gallio Trivulzio. E’ una strada definita dai platani. E’ un castello medievale che cade e non cade. E’ quattro porte di pietra e ciò che resta delle vecchie mura. E’ un leone addormentato sotto l’Ulivo. E’ il parco nazionale che qui comincia o finisce. E’ l’inverno che non passa mai, con le strade vuote di novembre che sanno di pioggia e i fari delle auto che illuminano pochi fantasmi. E’ l’estate di quelli che ritornano, anno dopo anno, e guardano i volti di chi è rimasto per capire se qualcosa è cambiato. Nulla. Tranne che qualcuno prima o poi non c’è più. Quando i giornalisti del Pequod sono arrivati si sono innamorati di tutto questo. E hanno sognato di non andare più via. Li hai visti correre la mattina farsi il giro di tutte le chiese: San Simeone, Santa Teresa, Chiesa Nuova, Convento dei Cappuccini, Santa Maria del Campo. Cercavano Fazio e spesso Fazio non c’era. Li hai visti in processione la sera di San Rocco, con le candele in mano, stonando con tutto il paese il canto del Santo che ti protegge dalla peste e dalle malattie, ma che nulla può contro le intercettazioni. Li ha visti alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino come in una canzone di Guccini, voglia di bestemmiare, dietro alla statua della Madonna sulla strada che porta al cimitero. Li ha visti inseguire Fazio per i colli e rioni, al Peschio e alla Foria, in piazza e ai Cappuccini. Qualche volta gli passavano accanto, quasi elemosinando una parola, un sussurro, un sorriso e lui, il governatore, che passava senza vederli, come fossero nulla, come fossero il sogno di tutti gli Achab del mondo che invano inseguono la Balena Bianca. Li hai visti di notte sotto le mura del castello in cerca di donne e d’allegria. Bere fino a dormire e raccontare barzellette e sospirare di non aver mai accarezzato ragazze più belle. Le stesse, forse, che più di un secolo fa ha visto Hébert e ha ritratto in quel quadro, Les filles d’Alvito. E’ così che forse si chiama.. Li hai visti alla controra scrutare dietro le persiane. Erano in cinque o sei, quello di Repubblica e quello della Stampa, due del Corriere e quello del Giornale con il pizzetto, innamorato di Rocchina, la cameriera del bar sotto l’orologio. E poi Ciociaria Oggi e la Provincia, stampa locale, avventori, uomini di passaggio. Tutti lì ad aspettare che l’uomo uscisse, lasciasse i suoi studi e le sue vendette. Noi, quelli di qui, siamo rimasti con un dubbio: ma alla fine questi che cosa cercano. Quale storia? Quale notizia? Non lo sapremo mai. Fazio se ne è andato e con lui sono scomparsi i giornalisti. Un’altra estate è passata.
Indipendente di Venerdì 26 agosto
lunedì, agosto 15, 2005
Harry Potter
E’ tornato l’Eroe
del mondo parallelo
di Vittorio Macioce
Harry Potter insegue la trama perfetta. E’ questo, forse, il segreto di J.K. Rowling, la ragazza di Chipping Sodbury che nel 1993 viveva ancora in un monolocale di Edimburgo, con la figlia appena nata e il sussidio di disoccupazione. Il pomeriggio si rifugiava nel pub del cognato e scriveva. La pietra filosofale, le origini della saga, sono nate lì: “Avevo letto che la lunghezza giusta di un libro per ragazzi è di quarantamila parole. Il mio ne aveva novantamila”. Sono passati parecchi anni. Nel luglio del 1997 Bloomsbury pubblica il manoscritto della ragazza. Il resto, fama e film, è noto. Sabato, a mezzanotte come da tradizione, i lettori in fila cominceranno a sfogliare Il principe mezzosangue. E’ il numero sei. Harry Potter, questa volta, avrà 16 anni. Ed è arrivato il momento di chiedersi chi sia. Quanto vale, nel tempo della letteratura, come personaggio, come storia, come romanzo? Harry Potter, mago predestinato, che il Signore oscuro, “colui che non si può nominare” non è riuscito a uccidere, il bambino con la cicatrice in fronte, mezzosangue cresciuto fra i babbani, potrebbe essere un “numero primo”. E’ come il tre, come l’undici, come il ventitré. E’ uno di quei personaggi letterari che non sono divisibili (se non per se stessi). Sono quelli che quando li nomini fanno genere da soli, lo caratterizzano. E’ come pensare a D’Artagnan e dire cappa e spada, a Sandokan per il romanzo esotico d’avventura, a Pinocchio per la favola morale, Sherlock Holmes per il giallo, Frankenstein per la fantascienza, Dracula per il gotico o, se volete, Aureliano Buendía per il realismo magico sudamericano. Harry Potter è l’eroe del feuilleton contemporaneo, favola per adulti, forse, crogiolo di trame, che ruba canone e ispirazione dal fantasy e dall’avventura, fumetto, romanzo di formazione e giallo investigativo, con una spruzzata rosa d’amore adolescenziale e filmetti scolastici hollywoodiani. Tutto questo si muove su alcune situazioni elementari, ed eterne, di tutte le storie: da Omero a George Lucas.
L’EROE SI RICONOSCE. Harry non sa di essere un mago. E’ un bambino di 10 anni che vive nella famiglia sbagliata. I genitori sono morti in uno strano incidente. Non ha ricordi, nessuno parla di loro. Vive con una coppia di zii ridicoli e un cugino odioso, ritratto di una middle class che non c’è più, stereotipi da “commedia dell’arte” o come quelli con cui Wodehouse ha seppellito la piccola nobiltà inglese. Harry è un predestinato, la cicatrice è il segno del suo destino, ma nel mondo in cui vive è solo uno sfregio sulla fronte. Il simbolo deve appunto essere riconosciuto da qualcuno che sa. E’ Albus Silente, preside della scuola di Hogwarts, che rivela a Harry Potter la sua identità. E’ Merlino che lo dice a Artù. Afrodite, Era e Atena che lo dicono a Paride. E’ Obi-Wan-Kenobi che lo dice a Luke Skywalker. L’eroe sa e riconosce se stesso.
L’EROE FIGLIO DELLA PROVINCIA. Forse lo avete notato. L’eroe non è mai cittadino dell’impero. Viene da una provincia lontana, conosciuta solo per la goffaggine di chi ci vive. Quando D’Artagnan arriva a Parigi cavalca un ronzino addormentato. Lo sguardo della città ferisce il suo orgoglio guascone. Harry quando incontra il coetaneo Malfoy, “malafede”, subisce, indispettito, l’arroganza di questo “principino nero” che odia bastardi e mezzosangue.
L’EROE E IL SUO DOPPIO. Harry sente il suo nemico e qualche volta si specchia in lui e suda freddo. Bianco e nero non sono così distanti. C’è affinità e un destino di segno inverso. La bacchetta magica di Harry viene dalla piuma della stessa fenice. Il cappello parlante che smista gli studenti nelle quattro case percepisce una certa affinità tra Potter e Voldemort. Ed è incerto se affidare il giovane mago ai Grifondoro o ai Serpeverde. Harry come Voldemort è l’unico mago a parlare la lingua dei rettili: il serpentese. Il professor Piton, docente di pozioni, fatica ad accettare Potter perché rivede in lui “Colui che non può essere nominato”: potente e maledetto. La saga di Guerre Stellari, solo per fare un esempio, si gioca tutta sul lato oscuro della forza. Anakin Skywalker, futuro Darth Vader, cade dalla parte sbagliata del suo kharma. L’hobbit Frodo resiste con fatica alla malìa dell’anello. Tutti gli eroi hanno in sé il dramma di Hyde e Jekyll.
L’EROE TRADITO. Un topos delle trame universali non si è ancora realizzato nella saga di Harry Potter. Potrebbe essere uno dei temi del Principe mezzosangue. Non ancora forse il tradimento finale, ma un’ombra che potrebbe separare cuori e amici.
L’EROE E LA GUERRA DI CIVILTÀ. I romanzi della Rowling hanno un sapore anti-illuminista, ritorno ad un’era dove la ragione ha un limite e l’insondabile, il mistero, penetrano nella quotidianità del moderno. Tuttavia Hogwarts non è un anti-mondo, ma un altro-mondo, un universo parallelo, una linea nascosta del tempo, che corre accanto alla realtà dei babbani. Il confine tra i due mondi è pieno di Checkpoint Charlie, la frattura nel muro di Berlino, porta di libertà. I nemici della magia non sono però i babbani, ma l’ideologia anti-moderna e tradizionalista dei “mangiamorte”, i seguaci di Voldemort. Harry, eroe dalle arti magiche e alchemiche, è in fondo un paladino della razionalità contro l’oscurantismo settario dei vecchi maghi.
L’EROE E IL PERICOLO. Il nemico è tornato. Non è più ramingo e perso. E il suo potere cresce sempre di più. Potrebbe tornare forte come un tempo. Tornerà a colpire. Non si sa come. Non si sa quando. Il nemico è oscuro, ne percepisci la presenza, l’angosciante pensiero, mai il volto. Il suo respiro è ovunque, potrebbe sedersi accanto a te, al tuo migliore amico, alla tua donna, al tuo maestro. E qualcuno morirà. Il pericolo è il ritmo che accelera le trame. E’ il tempo che accelera. E’ la scrittura che diventa febbre. Il principe mezzosangue, sesto romanzo della saga, avrà questo battito. E molti in Inghilterra e nel mondo lo leggeranno, per dimenticare ciò che non si può dimenticare. Prima che arrivi la settima nota, la settima storia. Prima della parola fine. E come in tutte le storie l’eroe prima o poi si perde, naviga, e torna a Itaca. Lì una vecchia nutrice lo riconoscerà: da una cicatrice.