lunedì, ottobre 31, 2005

La canzone popolare di Ascanio Celestini

di Miriam D'Ambrosio

Ascanio Celestini ha un volto antico che sa di saggio e profetico e nelle foto appare più maturo dei suoi trentatre anni. Quando lo incontri, invece, ti trovi davanti a un ragazzo minuto, dai colori più tenui, meno mediterranei, con la faccia di un fanciullo e gli occhi color acqua di fiume. Definirlo uomo di teatro, antropologo, è vero ma non esatto: lui è un  ricercatore messaggero, uno che diffonde il verbo popolare, qualcosa di arcaico e contemporaneo che risveglia il senso di appartenenza.
La sua è letteratura orale, fiaba, leggenda e frammenti di storia, sogni contadini fatti di realtà, stupore e inalterato incanto. “Per me è un rito registrare le persone a cui sono legato, è un momento sacro, è il senso del mio lavoro e il teatro mi offre la possibilità di raccontare storie, ritrovare luoghi e atmosfere”, racconta Ascanio.
Aveva vent’anni quando ha cominciato a registrare la nonna materna, “la nonna di Anguillara, vicino al lago di Bracciano, che sapeva le storie di streghe, in apparenza fiabe contaminate con fatti accaduti realmente ottanta, cento anni prima – continua Celestini – in un tempo non precisato, remoto ma raccontato come un fatto vero che lasciava nel presente le tracce del passato. E le storie magiche si intrecciavano con le storie familiari. Nonna raccontava di un bisnonno suo che aveva salvato la vita a una strega e questa strega gli aveva promesso che l’avrebbe protetto, lui e le sette generazioni successive. E così si arriva fino alla mia (credo) e, forse, a quella dei miei figli. Devo capire, fare bene i conti per vedere se c’entro anch’io ”. La prima registrazione Ascanio la fece nel 1994, quando studiava già antropologia e storia delle tradizioni popolari all’Università La Sapienza di Roma, ma non gli interessavano tanto le culture remote, lontane nello spazio e nel tempo, quanto lo studio della propria cultura. Dopo qualche anno di teatro di strada, nel 1998 tornò a registrare e “dalla fine degli anni Novanta tutto il mio lavoro è costruito sull’intervista – spiega – ora, per esempio, sto registrando mia madre”.
Sono nati così i suoi spettacoli, da “Cecafumo” (una giostra di fiabe popolari) a “Radio Clandestina” (testimonianza sulla strage delle Fosse Ardeatine), da “Cicoria” (legame di padre e figlio che scavalca la morte) a “Scemo di guerra”, alba del 17 aprile del 1944,  raccontata da papà Gaetano Celestini, allora ragazzino, restauratore di mobili nato al Quadraro, periferia sud della capitale.
Nella narrazione di Ascanio c’è tutto: l’eco delle strade di Trastevere dove il nonno lavorava come carrettiere, le voci di Tor Pignattara, la borgata di mamma Piera, i racconti di un’anziana ciociara di Pico, le storie della prozia Fenizia, sorella della nonna d’Anguillara, “che guariva con l’imposizione delle mani, dicendo una preghiera che poteva essere insegnata solo la notte di Natale e a una persona soltanto, quella che veniva scelta per tramandare il dono”. “Per lo spettacolo “Fabbrica” che ha debuttato nel 2002 ho raccolto per due anni le voci degli operai lavorando poi sulle registrazioni, tagliando, scegliendo – continua Ascanio – a ottobre prossimo debutto con una Storia degli ospedali psichiatrici, piena di testimonianze di infermieri e pure di qualche paziente. Elementi concreti, fatti personali, storia costruita piano piano. Io ascolto e il mio ascoltare sollecita immagini. Quello che mi interessa è l’incontro umano, il mio è un po’ il ruolo del messaggero nella tragedia greca: non capisce bene quello che è successo, ma lo riporta fedelmente, lo ha visto. Può dire “Io c’ero”, “Io ce stavo coll’occhi mia”, si dice a Roma”.
Chi c’era, era lì a respirare e sentire quell’aria in quel momento, i suoni, il rumore dei bombardamenti sul quartiere di San Lorenzo, il 19 luglio del ’43, “un giorno che mia madre ricorda bene, anche se si trovava a Tor Pignattara a sentire le bombe. E’ la storia concreta particolare che dà concretezza alla storia generale”.
E quello che conta è la voglia, la necessità di riconoscersi, “la ricerca dell’identità culturale. Quando uno storico fa una lezione di storia si sta zitti a prendere appunti, le memorie personali, invece, sono anche collettive, non parlano alla sfera razionale ma fanno leva su qualcosa di più profondo. Il teatro racconta storie di persone e alla fine di uno spettacolo ognuno può ritrovare un po’ di sé, della propria personale memoria”.

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venerdì, ottobre 21, 2005

Bret Easton Ellis: tutte le bugie di Amleto
Vittorio Macioce

Bret Easton Ellis è uno scrittore e la sua arte è la menzogna. Il suo gioco è confondere l’autore con il personaggio, l’uomo che scrive con quello che viene letto. Qualsiasi intervista con lui è un atto, drammatico o goliardico, di schizofrenia. Lui parla, tu ascolti. Tu chiedi e lui risponde: concreto, gentile, disponibile, a modo suo sincero. Il problema è che non sai con chi stai parlando. E soprattutto non lo saprai mai. Il gioco non ha fine. L’unica cosa che puoi fare è stare sulla scena, insieme a lui. Il viaggio comincia.
Sono passati venti anni. Era il 1983 e Bret Easton Ellis, allora, era poco più che un ragazzo. Era al primo o al secondo anno di università. A tempo perso seguiva un corso di scrittura creativa. Un giorno consegnò al suo insegnante un manoscritto. Era Meno di zero. Nell’autunno del 1985 diventò un romanzo. Ellis aveva solo 21 anni e un destino che aveva preso l’incrocio giusto. Finì sulle copertine patinate, nei salotti televisivi, ovunque. Fu definito il simbolo della «generazione Mtv». Poi qualcuno disse che le sue storie ricordavano quelle di Raymond Carver e gli appiccicò addosso l’etichetta di neo-minimalista. Jay McInerney, che aveva appena pubblicato Le mille luci di New York, era il suo gemello letterario. Tama Janowitz, con una raccolta di racconti su una serie di personaggi carini e drogati intrappolati nel deserto grigio di Manhattan, era la loro sorellina intellettuale, la ragazza della band. Meno di zero è un romanzo corto e di facile lettura («una pasticca nera - scrisse il New York Magazine - da consumare in un paio d’ore») e racconta le vacanze di Natale a Los Angeles di uno studente ricco, alienato, con gusti sessuali ambigui, sesso, feste, coca, ragazzine di 12 anni violentate in gruppo, adolescenti strafatti di Nembutul, bionde su cabriolet che ricordano le scene di Lichtenstein, tossicodipendenza, prostituzione e smisurata apatia. Bret Easton Ellis era al centro dell’impero, sballottato qua e là da una forza centrifuga. Tutto stava accelerando, come se la storia, il mondo, il Novecento scivolassero lungo l’ultimo tratto di una lunga e ripida discesa.
Era un’altra era. Bret Easton Ellis ha messo su almeno venti chili. Ma forse non ha più voglia di correre. Parla lento, mangia piano, sorride come un gatto persiano con i capelli biondi e lo sguardo tenero. In questi anni ha scritto altre storie, Le regole dell’attrazione, American Psycho, Glamorama. Non è più un minimalista. Lunar Park(Einaudi, pagg. 332, euro 18), l’ultimo romanzo, quello che in questo momento continua a sfogliare distratto, è una riga tracciata sotto le pagine della sua vita. È una confessione, una resa dei conti, un faccia a faccia con se stesso e con i suoi fantasmi. Uno su tutti: suo padre. Bret Easton Ellis, qui, è una specie di Amleto, solo che non ha il tempo, la forza e il dramma di stare lì a chiedersi to be or not to be, essere o non essere. La risposta, per lui, è una striscia di coca. Solo che così i fantasmi non se ne vanno: «Mio padre è morto nell’agosto del 1992. E da allora la sua figura è quasi un’ossessione».
Il senso nudo di Lunar Park è qui, un figlio che ha troppa poca stima di un padre per poterlo vendicare. E senza vendetta, insegnano le tragedie, non si può dimenticare. «Mio padre - dice ora Ellis - ha sporcato la mia percezione del mondo. Il suo atteggiamento beffardo e sarcastico verso ogni cosa mi si è appiccicato addosso. Mi ha impregnato, mi ha impastato. Qualsiasi forma di ottimismo a cui mi sarei potuto aggrappare è stata spazzata via dalla natura del suo essere. Sono diventato scrittore per colpa sua». Questo Amleto post-moderno vede il fantasma del re e continua ad odiarlo. «È questo il mio paradosso. È vero, mentre scrivevo Lunar Park e c’è voluto tanto tempo, pensavo spesso al principe di Danimarca. Non per confrontarmi con Shakespeare, naturalmente, anche perché il mio obiettivo era scrivere una storia di spettri alla Stephen King, ma per capire se potevo odiare qualcun altro, magari mio zio o mia madre, per fare i conti con il signor Robert Ellis, mio padre. Ma la mia tragedia, credo, è senza uscita. O quasi».
Bret racconta di sé che si è fatto fino all’anima di cocaina. È mezzo gay e mezzo etero. Ha frequentato il mondo luminoso delle star. Si dichiara amico di Jay McInerney e George Bush, junior e senior. Solo che tu dubiti che lui esista. «È importante? - chiede sorridendo, come il gatto con Alice -. Sono uno scrittore. Lo sono da sempre. A cinque anni ho scritto una saga per bambini. A 15 avevo già finito due romanzi. Il mio destino è inventare vite, storie dietro i personaggi, tesso trame d’incontri e sentimenti. Quando vedo passare un cameriere o una ragazza mi chiedo che passato c’è dietro quel suo modo di camminare, chi incontrerà stasera e quali sono le sue parti oscure, quelle che non ha mai avuto il coraggio di dire a nessuno. Io sono questo. E lo faccio anche con me. M’invento ogni giorno». Ellis è lo scrittore che non c’è, un fenomeno letterario. E allora chiedi: è mai esistito il minimalismo? «Certo. Negli anni ’80 tutti abbiamo scritto come Carver. Tutti abbiamo raccontato storie piccole con uno stile scarno. Hai dubbi?». In questo mondo di carta e di giornali no. Il gioco va giocato fino in fondo. Lunar Park è un romanzo che ha tutto per essere autobiografico. C’è la vita di Bret Easton Ellis dentro, no? Ed è bello crederci. «Bisogna crederci - suggerisce lui - e i romanzi sono la verità».
Ellis forse è stato davvero un cocainomane. Lo racconta il romanzo. Lo hanno raccontato le cronache. «Ma è una storia d’amore che è finita. La cocaina ed io non stiamo più insieme». A questo punto bisogna parlare di Jayne Dennis, la moglie del Bret Easton Ellis personaggio, la donna del libro. Jayne è un’attrice. Ha avuto anche una storia con Keanu Reeves. Ha anche un volto. Era da qualche parte su un modo virtuale: bruna, fianchi stretti, bocca esotica, seni giusti. Tutti i newsmagazine americani hanno parlato della loro stramba relazione. Questo scrive Ellis. Jayne e Bret hanno anche un figlio. Lui non voleva riconoscerlo. Ma in questa storia ha un senso. «È lui il regalo o la vendetta di mio padre. È assennato, serio, intelligente. È il padre che mi spettava. E invece è mio figlio».
Bret Easton Ellis ha finito di mangiare. Si è spazzato via a mezzogiorno una caprese, pomodoro e mozzarella. Tra poco arriverà qualcun altro per un’altra intervista. Tu hai letto il libro. Ne avete parlato come se quella fosse la sua vita. Ora siete a un bivio. Bisogna decidere cosa fare. Lasciare tutto così e andare via. O lasciargli l’ultima domanda. Quella che avresti dovuto fare all’inizio. «Senti Bret, perché ti faccio domande su una vita privata che non è la tua, ma di quell’altro, il tuo personaggio?». «Dovresti dirmelo tu». «Salutami Jane e tuo figlio Robert, ovunque siano». «La domanda che volevi farmi è se in qualche modo mia moglie e mio figlio esistono». «Sì questa poteva essere la domanda». «Mi dispiace non c’è risposta». Bret Easton Ellis ha risposto al quesito di Amleto. Essere o non essere? La risposta è not to be.

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