mercoledì, novembre 30, 2005

I liberali non moriranno democristiani

Quando leggo i blog di destra, quelli controfirmati dall'etichetta di conservatori doc, mi chiedo se il destino di tutti i liberali sia poi morire democristiani. Deve essere un virus che colpisce un po' prima dei quarant'anni, con la caduta dei capelli. Leggo anche i blog di alcuni miei amici, e penso la stessa cosa. Mi parlano di fusionismo, della necessità di trovare un'intesa comune con tutte le anime della destra. Perfetto. L'unica intesa possibile è quella della responsabilità individuale. L'uomo è libero di scegliere. Ma quando sceglie si assume anche le conseguenze delle sue scelte. L'unica intesa possibile è che tutte le anime della destra si riconoscano nei principi del liberalismo. Tutto il resto è un bagno di mediocrità.

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martedì, novembre 29, 2005

Proibizionismo islamico

Due negozi di alcolici di Oakland, in California, gestiti da musulmani di origine araba sono stati assaltati da un gruppo di 12 musulmani neri che hanno ordinato ai proprietari di non vendere più alcolici agli afro- americani perchè contro i principi dell'Islam. Sei dei vandali sono stati arrestati.  Una delle due rivendite di bevande alcoliche è stata anche data alle fiamme e uno dei proprietari sequestrato per qualche ora. La polizia di Oakland non è ancora riuscita a dimostrare la probabile matrice comune dei due crimini.  Gli arrestati - accusati di terrorismo, atti vandalici e rapina - non fanno parte della Nazione dell'Islam, il gruppo nazionale di musulmani neri guidato da Louis Farrakhan, ma secondo la polizia è ancora «troppo presto» per dire se appartengano al gruppo dei Your Black Muslim Bakery di Oakland.  Gli aggressori indossavano giacca e farfallino, come i membri della Nazione dell'Islam e del gruppo di Oakland.  Secondo gli investigatori, si tratterebbe comunque di un crimine razziale compiuto da musulmani neri, più integralisti, contro i proprietari dei negozi originari del Medio Oriente e più aperti verso qualsiasi tipo di commercio (anche di alcool) pur essendo di religione islamica.

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lunedì, novembre 28, 2005

Francia, il Dizionario della pornografia

Un centinaio di accademici francesi si è seduto intorno a un tavolo e ha messo giù un dotto Dizionario della pornografia (Presses universitaries, pagg.581, 45 euro). Il curatore è Philippe Di Folco. E' un'opera monumentale che ha una vasta sezione linguistica (Fellatio, masturbazione, sodomia, sottomissione, Body art), una mappa planetaria, un viaggio pornografico nello spazio e nel tempo, per arrivare poi a un lungo discorso nello spazio filosofico e letterario. Nel dizionario finiscono così i nomi di Freud e Apollinaire, di Goya, Picasso o Courbet, di Bunuel e Pasolini. L'unica accusa è che tutto il volume è vagamente maschilista.

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lunedì, novembre 28, 2005

Sedici suore picchiate a sangue
nella provincia cinese dello Xian

Non è facile essere cattolici in Cina. Sedici suore della congregazione delle francescane missionarie del Sacro Cuore sono state picchiate a sangue, una di loro ha perso un occhio. Le suore stavano manifestando per impedire che fosse demolita una scuola della diocesi. Al suo posto, secondo l'amministrazione locale di Xian, dovrebbe nascere il capannone di una fabbrica. La scena ricorda alcune scene classiche di malavita western. Le suore difendono la loro fede e la cultura. I boss locali vogliono il progresso. Ma non si sporcano le mani. Mandano a malmenare le ribelli vestite di bianco da un gruppo di malviventi. Il governo locale resta con le mani pulite. La diplomazia è salva. Tutte le inchieste verranno insabbiate. La Cina ha scoperto i soldi, fatica ancora un po' con la libertà.

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venerdì, novembre 25, 2005

Ann-Marie Macdonald e le stagioni del corvo

di Vittorio Macioce

Il Canada – ti dice – non assomiglia agli Stati Uniti. E’ un’altra terra, un’altra cultura. Noi siamo un po’ come la Scandinavia o i Paesi Bassi. Solo che qui c’è più libertà. Ann-Marie Macdonald è una donna di tutte le età, sembra un elfo dai capelli scuri. Sorride, i suoi occhi indagano, si muovono, curiosi, quasi infantili. Sul volto ci sono i segni del passato, ci sono storie e ogni storia è un romanzo. E’ nata a Baden-Baden, in Germania. Tu pensi al gioco d’azzardo, alla roulette di Dostoevskij, ai giocatori che pensano sempre di avere una rivincita, a una nuova scommessa, alla fortuna di domani. Lei pensa a una base della Nato, a suo padre, ufficiale dell’aviazione, alle case tutte uguali di chi ogni quattro anni cambia dimora e destinazione, alla vita dei figli dei soldati, al villaggio globale delle caserme. Un po’ di questa vita c’è nel suo ultimo romanzo, “Come vola il Corvo” (Mondadori, pagg. 923, euro 12,40). “Ho deciso di rubare qualcosa al mio passato – dice – Di solito scavo in quello degli altri”. Il romanzo canadese, anche quando non pesca dalla tradizione ebraica, trova sempre qualcosa di cui sorridere, anche nel dramma. “E’ colpa dell’America – sostiene lei – noi abbiamo tutti i privilegi del centro dell’impero, ma ci troviamo un passo più in là verso la periferia. Questo stare un po’ dentro e un po’ fuori ci fa notare il lato comico delle situazioni. Siamo delle spie, ballerini di frontiera, che indugiano nella farsa”. “Come vola il corvo” narra la morte di un paese ideale. E’ la storia di una ragazzina di otto anni che viene strangolata in un bosco. E’ una favola nera. E’ un’adolescente, meticcio di pellerossa, facile da condannare. E’ un maestro elementare che fa strani giochi con le sue allieve. E’ una bambina, Madeline, che racconta tutto questo. E un giorno andrà alla ricerca della verità per fare pace con la propria innocenza. “Come vola il corvo” è un pezzo di storia dell’Occidente, una storia che comincia nel 1962 e finisce negli anni ’80. E’ un mondo che vive nell’incubo della grande catastrofe, congelato nelle certezze della guerra fredda. Un mondo che un giorno si sveglia e scopre che le vere paure sono altre, sottili, insidiose, indefinite, con un caos che non ha nulla di atomico, ma che viene dalle viscere di remote tradizioni. Ann-Marie Macdonald è una donna che non sa dire bugie e forse per questo non si è mai sentita al sicuro.

“Il 1962 è l’apice della guerra fredda. I sovietici mettono i missili a Cuba. L’America di Kennedy progetta l’attacco alla Baia dei Porci. Krushov tenta un audace bluff e Giovanni XXIII prega per la pace nel mondo. E’ questo il clima che ha respirato buona parte della mia generazione. Alla fine siamo cresciuti tutti un po’ schizofrenici. Siamo stati educati all’ottimismo, figli della televisione e degli spot commerciali che vendevano una realtà di famiglie sane, di merende felici, di un futuro senza confini. Qualcosa di simile a un’età del loro. Ma su tutto questo pesava l’ombra della catastrofe atomica, con l’idea che il mondo prima o poi sarebbe andato in frantumi. Noi con questa paura siamo riusciti a convivere, ma per farlo abbiamo dovuto raccontarci tante bugie. I nostri genitori hanno mentito per farci sentire sicuri e felici. Noi abbiamo fatto finta di crederci, per lasciarli nell’illusione che gli anni dell’orrore, quelli che loro hanno vissuto quando erano giovani, la guerra, le dittature, gli olocausti, fossero tramontati per sempre”. Per un frammento di tempo hanno sperato che la storia fosse arrivata al capolinea. E si potesse tornare a sognare. “Ancora una volta ci siamo sbagliati. Noi siamo invecchiati e abbiamo ripreso il vecchio gioco. Abbiamo fatto credere ai nostri figli che l’addio al Novecento era una fuga dalla paura, dalla vita sotto minaccia. Anche loro per un po’ hanno finto di crederci. Poi i grattacieli sono crollati e la paura è tornata”. Con una beffa in più. La risposta allo spettro atomico era l’illusione di un rifugio sottoterra, con tutti i viveri nel frigorifero e gli occhi chiusi per non guardare cosa c’era fuori. La risposta ai grattacieli che cadono, i binari che saltano, le metro che implodono è senza illusioni. Lì, allora, era l’attesa di un colpo solo, di un boato nel cuore dell’universo, ma nel frattempo vivevi. Qui, adesso, è la paralisi della vita quotidiana. E’ l’angoscia di aver preso il treno sbagliato. Quello che sta per essere decimato. “Ci vuole molta fantasia oggi – dice lei – per raccontarsi delle frottole”. E’ come nel suo romanzo, dove tutti hanno un bisogno disperato di protezione, ma più si proteggono e più sono nudi. E indifesi. L’unico modo per uscire fuori da tutto questo è dire, cercare, la verità. Invece è molto più facile sacrificare agli dei un capro espiatorio, uno in grado di rimettere il peccati del mondo. Il meticcio adolescente di “Come vola il corvo”.

Quando la paura si fa più intense si riscoprono le minoranze. Il Canada è un paese meticcio, dove basta fare qualche chilometro per essere minoranza di qualcosa. Ann-Marie Macdonald pensa a sua madre. “Era libanese. Emigra per lavorare come infermiera. Siamo alla fine della guerra. Lei chiede di fare un corso professionale. Ma le dicono che non può farlo perché la sua pelle è troppo scura. Dicono che è una negra e le negre non possono lavorare negli ospedali. Cambia città. Qui la sua pelle non crea problemi. Dicono che è bianca. Viene assunta e su un letto ferito incontra mio padre. Se non avesse cambiato città non si sarebbero incontrati. Il loro amore è la conseguenza di un atto di razzismo”.

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venerdì, novembre 25, 2005

Il processo Pamuk

“Signor giudice sono qui. Sono la vostra coscienza. Di cosa mi accusate?”. La casa resiste da più un secolo, una vecchia dimora, elegante, anche se un po’ decaduta. E’ stretta e alta, saranno tre o quattro piani. Di fronte c’è la moschea di Tesvikye. In basso si vede il palazzo imperiale di Dolmabahce e poi l’imbocco del Bosforo. Istanbul. Ma anche Bisanzio o Costantinopoli. Il quartiere si chiama Nisantasi, la Roccia del Bersaglio. L’ultima volta che lo hai visto è stato tre anni fa. Ricordi la penombra, la sigaretta sul portacenere, l’odore di caffè, i libri, ovunque. La casa del silenzio, come il titolo di un suo vecchio romanzo. E’ qui che abita Orhan Pamuk, lo scrittore, quello che ora chiamano il rinnegato.
I suoi libri bruciano in piazza. Sui giornali ci sono le sue foto. E’ un tiro a segno. I nazionalisti lo insultano. Lo insultano anche gli islamici. Il quotidiano popolare Gozcu scrive: “Pamuk ci ha venduto un’altra volta”. Hurriyet, il più autorevole foglio turco, dice: “Pamuk è un essere abietto”. Un linciaggio che rimbomba copia su copia e la colpa è sempre la stessa: l’infame ha detto la verità, quella che non si può dire, che non esiste, quella che i figli nascondono ai padri e i vecchi non hanno mai avuto l’orgoglio di raccontare, la storia rimossa, come uno stupro in famiglia, come una donna violentata nel giardino di casa. E’ un giorno di fine estate. Orhan Pamuk parla con un giornalista svizzero del Tages Anzeiger: “Non lo dice nessuno, lo dico io: i turchi hanno ucciso un milione di armeni e trentamila curdi”. Bastano queste parole per finire davanti a un giudice, sotto accusa per aver violato l’articolo 301 comma 1 del codice penale: “Chi insulta i turchi, la Repubblica, l’Assemblea o l’identità nazionale rischia fino a 36 mesi di carcere”. Tre anni in cella per un’intervista e il pubblico ministero che dice: ora lei deve stare zitto, non parlare in pubblico, non rilasciare alcuna dichiarazione. Pamuk è già stato condannato al silenzio.

E’ una storia vecchia. Ha almeno 116 anni. Il primo sterminio di massa è del 1894, nella regione di Sassun, ad Ovest del lago di Van. I morti sono trecentomila, in tre anni. Chi non ce la fa si converte all’Islam, chi può scappa. Poi l’impero ottomano, il grande malato d’Europa, ferma la sua furia. Nel 1909 tocca alla Cilicia, prima ad Adana, poi nel resto della provincia. Questa volta i morti sono trentamila. Ma il 24 aprile 1915 comincia la “grande retata”. Ed è l’atto finale del genocidio armeno, il primo del Novecento. Prima di Hitler e prima di Stalin. All’alba vengono arrestati tutti gli intellettuali armeni di Costantinopoli. Dopo un mese, in tutta la Turchia, saranno più di mille quelli rinchiusi in carcere. Poi tocca agli altri. Comincia la mattanza, uno ad uno vengono bastonati, calpestati, massacrati, fucilati, cancellati. Alla fine del 1916 non c’è quasi più nessuno. E’ inutile fare i conti. Qualcuno dice che i morti sono un milione e mezzo, gli archivi del patriarcato segnano più di due milioni di croci. E’ quello che resta di un regno cristiano sepolto nel 1375, quando fu conquistato dai turchi. Titolo e corona sono rimasti per secoli in eredità a una piccola dinastia sabauda, i Savoia. Forse neppure Pamuk se lo ricorda.
Suo nonno veniva da Manisa, città turco-greca, l’antica Magnesia del Silipo, non troppo lontana da Smirne. Tra la pelle olivastra e i capelli bruni di turchi, greci, armeni, azeri e siriaci, l’epidermide, gli occhi e i capelli chiari non potevano passare inosservati. Suo nonno era albino e per questo si guadagnò il soprannome di “Pamuk”, il signor “Cotone”. Erano i primi decenni del ‘900. C’erano da “europeizzare” elettricità, gas, telegrafo, poste, ferrovie. Pamuk, l’albino, si schierò con i Giovani Turchi, vide cadere Abdulhamit II, l’ultimo sultano ottomano, e brindò al trionfo di Mustafa Kemal, detto Ataturk, il modernizzatore. Queste sono le origini della famiglia di Orhan, alta borghesia, imprenditori che hanno costruito la linea ferroviaria turca. E’ tutto raccontato nel suo primo romanzo, La casa del silenzio. Anche quello che avviene dopo. La delusione del nonno, costretto in esilio in periferia, in rotta con i nuovi padroni, che hanno sostituito la religione di Maometto con quella dello Stato, l’assolutismo della fede con quello della ragione. Il nipote sembra avere lo stesso destino. Ha studiato in una delle migliori scuole americane di Istanbul, il Robert College. Poi è andato per qualche tempo in America. E’ tornato in Turchia e ha acquistato una casa sulla costa asiatica del Bosforo, dove d’estate si rifugia con la moglie e la figlia. Non ha mai smesso di amare Istanbul: “Ormai c’è rumore e cemento ovunque, ma i cambiamenti di superficie non significano nulla. Se la si conosce davvero, ci si rende conto che è la Costantinopoli di sempre. Il suo fascino è intatto”. E’ l’anima che resta divisa a metà, da sempre in bilico tra desiderio e nostalgia. E tutte e due rimproverano a Pamuk di averle tradite. Troppo occidentale per i tradizionalisti islamici, troppo legato alla tradizione per i nazionalisti. Troppo poco turco per entrambi. Qualche anno fa sorrise dei sogni europei di Ankara. “Siamo in lista d’attesa. Anch’io voglio una Turchia con un posto a Bruxelles, ma è un obiettivo difficile da raggiungere. Ci sono troppi ostacoli: i rapporti con la Grecia, la questione curda e poi i parametri economici. Siamo ancora un paese povero”. Uno dei suoi maestri è stato Yashar Kemal, madre curda e padre turco, uno in lista d’attesa a Stoccolma da almeno vent’anni. Ma si può dare un Nobel all’ultimo Omero di un popolo senza terra, disperso e offeso sotto tre bandiere diverse? Pamuk lo ha sostenuto: “E’ un mio amico. Riconosco i diritti dei curdi. Vorrei che i miei concittadini ne parlassero. Noi vogliamo il silenzio, loro rispondono con le bombe. Sono due modi orrendi di stare al mondo”.
Era l’11 settembre. Era il giorno delle due torri. Pamuk ricorda un piccola folla in un caffè di Isntanbul. Il secondo aereo era appena entrato nel ventre del grattacielo. “Ad un certo punto stavo quasi per alzarmi di scatto e gridare: ho passato tre anni della mia vita a Manhattan. Ho vissuto in mezzo a quei palazzi. Ho camminato tra quelle vie senza un soldo in tasca. Ho incontrato delle persone dentro quelle torrri. Ma come in quei sogni in cui ci si sente sempre più soli, non ho potuto fare altro che rimanere in silenzio”. Lui quella tragedia la vede così: “Il problema dell’Occidente non è solo scoprire quale terrorista sta preparando la prossima bomba, in quale tenda, in quale grotta, in quale città, ma anche comprendere la misera, disprezzata, maggioranza che non appartiene al mondo occidentale. Nulla può alimentare il sostegno agli islamici che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento nel comprendere i dannati della terra”.
Il volto di Pamuk nasconde i suoi cinquantatre anni. Una buona parte li ha passati a scappare dai due orizzonti della Turchia: “Alcuni politici hanno cercato di trasformarla in un paese totalmente islamico, altri in un paese totalmente occidentale. Queste spinte hanno prodotto più conflitti che armonia. Credo che questo essere in mezzo al guado sia per il mio popolo una sorta di stile di vita”. Le sue storie sono una via di fuga dall’est e dall’ovest, come se i punti cardinali fossero solo una sporca bugia e le due culture una faida antica senza più ragioni. Storie rubate al Mevlud, il poema che narra la nascita del Profeta, e alle liriche del Mesnevi, alla pittura rinascimentale e alla Vita Nova di Dante, a Borges e a Calvino a Kafka e De Lillo. Storie che vale la pena di raccontare solo perché sono storie, senza stare troppo a chiedersi da quale parte arrivino, se lì dove il sole nasce o lì dove tramonta. I suoi romanzi parlano di libri antichi e miniature, di destini in bilico tra Oriente e Occidente, tradizione e modernità. Parlano di città dove gli spiriti della storia s’incrociano e qualche volta si amalgamano, spesso combattono. E parlando, raccontano il senso di questi tempi e di quelli passati, con rifrazioni di voci e personaggi: mosaici, polifonie, dialoghi con il lettore. Ma soprattutto parlano di uomini in fuga da tutto questo.
Pamuk è come i personaggi delle sue storie. E’ come il Nero, l’uomo che cerca la verità nelle strade di Istanbul in quell’inverno del 1591. Il Nero che è la voce narrante del Il mio nome è rosso, romanzo sul talento e sulla tecnica, su comunità e individualismo. Romanzo sui colori della verità: quattro miniaturisti alle dipendenze di un Sultano, un predicatore che li accusa di tradire i precetti del Corano, di ritrarre gli esseri viventi così “come li vedono” e non “come li vede Allah”, un assassino, una bella donna, due delitti. Un maestro miniaturista che difende i precetti della tradizione e un ambasciatore ottomano a Venezia innamorato della pittura occidentale, a cui il Sultano ha affidato il compito di illustrare un libro con le “nuove tecniche”, quelle della prospettiva. Il doppio è l’ossessione di Pamuk. E’ l’illusione di mettere insieme i due volti della sua terra. E’ l’Est e l’Ovest che lottano per stare insieme o per non annientarsi. Due volti che stentano a riconoscersi. Accade nella Vita nuova. Accade nel Libro nero.  “Credo che ormai sia sterile parlare di Occidente e Oriente. Mi hanno definito un anti-americano. Non lo sono, anche se la trama di La vita nuova può farlo credere. Viviamo all’interno di culture ibride. Mi piace la semplicità con cui si mescolano i cibi di McDonald’s con quelli tipici del mio paese, le folle dei concerti rock e gli strumenti etnici, il matrimonio classico e la pornografia”.
Nelle strade di Kars, la città di Neve, di tanto in tanto arrivano le note di una vecchia canzone italiana. Le parole parlano di una ragazza, Roberta, un amore andato in fumo. La voce è di Peppino di Capri. “Tre anni fa sono stato a un suo concerto, a Istanbul. Credo che le sue note, il senso di solitudine, si adattino bene all’atmosfera di Neve. Roberta così è diventata la colonna sonora della città di Kars”. E’ una piccola città perduta, al confine con il Kurdistan e l’Armenia. L’inverno di questa storia è rigido con una nevicata che non sembra smettere mai, chiude le strade e isola le vecchie case tra i monti. Un gruppo di ragazze si suicida perché la legge turca le obbliga a lasciare il velo se vogliono entrare a scuola. Ka, il protagonista, è un poeta tornato a casa dopo un lungo esilio a Francoforte, dove ha vissuto di sussidi, letture pubbliche, lunghe giornate in biblioteca. E’ tornato per capire perché le ragazze muoiono, per rompere il silenzio di queste morti e per cercare un vecchio amore perduto. C’è un gruppo di attori teatrali che porta nelle cittadine di provincia piece ispirate ad Ataturk mescolate a sketch e danza del ventre, c’è un vecchio portiere della nazionale di calcio che racconta di quando prese dieci gol dall’Inghilterra. Ma Neve  è soprattutto la storia di un colpo di stato guidato da un attore che crede di essere Ataturk, di una città isolata dalla tormenta di neve, di uno spettacolo teatrale che finisce in un bagno di sangue, di una repressione feroce che coinvolge insieme integralisti islamici, nazionalisti curdi, vecchi e ormai stanchi oppositori di sinistra del regime autoritario turco. Un golpe e tante morti in nome di Ataturk, dell’Illuminismo e dell’Europa. E’ la ricostruzione di manoscritti e appunti lasciati dal poeta Ka, ucciso in una strada di Francoforte da estremisti islamici. E’ la storia di un paese che si sente moderno e per guardare ad Ovest ha calpestato le sue tradizioni, ma che al tempo stesso si sente giudicato e allontanato, disprezzato perché arretrato, incomprensibile. Un paese dove essere occidentali significa impedire alle ragazze di usare il velo, ma anche usare la voce dell’esercito per tenere a bada i poveri. Un paese dove gli intellettuali dopo ogni golpe si sentivano delle vittime, ma pensavano: almeno il peggio non è avvenuto. E il peggio era il ritorno all’Islam. Questo paese è la Turchia. Pamuk per troppe volte lo ha messo a nudo. Ed è per questo che va processato. “Signor giudice sono la vostra coscienza”.

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venerdì, novembre 25, 2005

Il mercato delle mogli
di Edwin Long

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venerdì, novembre 25, 2005

tiger_carter1Clemente Tafuri
Dalla boxe al noir sul ring della vita
di Vittorio Macioce

Ti chiedi da quale strada di Marsiglia sia sbucato fuori. Ha 29 anni. Clemente Tafuri cammina sotto la pioggia con un Borsalino nero. Le basette scendono lunghe sul volto. Sembra, mentre si avvicina, il sosia di Lupin III, saga animata del pronipote di Arsenio, ladro gentiluomo. Poi ricordi. Tafuri viene da Genova, e da molti luoghi diversi, dove la sua famiglia è approdata, di generazione in generazione, partendo da Napoli. Suo nonno era un pittore, suo padre anche, lui scrive. E fa teatro. Caino Lanferti. Una storia di Marsiglia, il suo romanzo d’esordio (Einaudi, pagg. 177, euro 8,50), è rimasto qui, sulla scrivania, per un po’ di tempo. Colpa di Marsiglia, di una certa antipatia per i film francesi, dell’odore del porto, di quell’aria da Napoli senza allegria, troppo noir, troppo scontata, colpa delle luci che vide Rimbaud prima di morire, con la poesia rinnegata e la gamba in cancrena. Poi leggi, e scopri che Marsiglia è un non luogo. E’ la città amata, studiata, vissuta dove Tafuri porta le maschere dell’immaginario noir: le didascalie di Marlowe e le rughe di Jean Gabin, la femme fatale e l’avvocato corrotto, la mala e la malinconia.

La Marsiglia di Tafuri sembra un videogame. E’ finzione, è gioco. Quasi nessuno dei personaggi in campo è ciò che appare. E tutti fuggono dal proprio stereotipo, perché sotto nascondono un’altra verità. Cosa accade se chi commissiona un caso all’occhio privato, magari smascherare un giro di gangster e di droga, è la fonte primaria dello spaccio? Cosa accade se il tuo cliente, la belloccia con cui vai a letto e il tuo amico avvocato hanno scelto te, come fesso di turno, da mandare al macello? Cosa accade se il mandante e la vittima di un omicidio coincidono? O se in giro ci sono troppi furbi, troppe puttane, troppi figli di, troppi morti, troppi soldi, troppi personaggi da film di serie B? Semplice - risponde Tafuri - tutto, qui, è taroccato. L’esistenza è una truffa. Tutti i personaggi lo sanno, tranne il protagonista. E allora si scopre che questo romanzo è un noir che parte da un presupposto tragico: “Su questo ring, chiamato vita, nessuno finisce con il braccio alzato. Alla fine perdono tutti”. Caino Lanferti. Una storia di Marsiglia è un romanzo sulla sconfitta.

Caino Lanferti non parla di boxe, solo perché - come dice Tafuri - tutta la vita è una parodia del ring. Non perché si combatte da homo homini lupus e il tuo mestiere è dare pugni cercando di prenderne il meno possibile, ma perché quel ring è un gioco a somma negativa, e anche quello che vince di più, sceso dal quadrato appare per quello che è: un perdente. Nel romanzo ci sono due personaggi, che rappresentano il fato futuro e passato del protagonista. Caino ama una ragazzina, egoista ed evanescente come tante: Lulù, la speranza che pian piano evapora. “Nella storia - dice Tafuri - è poco più di un’ombra, con pochi sprazzi di carne e sesso, ma è indispensabile per rimanere in vita”. L’altro è Matond, vecchio collega, investigatore di un’altra era e di un’altra schiatta. E’ ciò che Lanferti vorrebbe essere, ma che rimane alle sue spalle. François Matond, ex commilitone della legione straniera, è il passato, puzza già di morte.

Tafuri è arrivato al noir passando per la boxe. Non pensate ad un pugile. Niente gancio o uno-due. E’ il personaggio, elegante, che vedi coperto da un vecchio cappotto scuro laggiù, appoggiato al muro, in una serata dove combattono atleti minori. Uno che sogna un’epoca perduta quando ad applaudire un taglialegna grezzo e bianco potevi trovarci Jack London, svezzato compagno di strada di qualche balordo. Uno a cui un giorno, dieci anni fa, Fernanda Pivano ha detto: “Scrivi”. Uno che per laurearsi in lettere ha scritto una tesi sul pugilato raccontato dal cinema, con un elenco immenso di opere sconosciute e blockbuster da “Lassù qualcuno mi ama” a “Toro scatenato”. Uno che potrebbe parlarti per ore di Jack Dempsey e Joe Louis, di Roberto Duran e di Bruno Arcari, dell’indio Monzon e della libellula Alì.
Tafuri ha da poco portato a Milano uno spettacolo teatrale, scritto da lui, su un vecchio pugile “invitto” come un eroe di Faulkner, ma che non ha neppure i soldi per comprarsi una bistecca. Tafuri che in una Marsiglia dai sogni di plastica ha incarnato il disorientamento, senza rotta e senza mappa, della sua generazione e si è fatto beffe di un orizzonte vuoto, dove per sopravvivere al nulla ti aggrappi, come i pugili di mestiere, al riflesso di un antico ideale. Scopri nel passato uno stile di vita e lo fai tuo, lo rendi un imperativo morale, un dovere, un sentimento estetico, ci sudi accanto, lo fai diventare la bussola con la quale non smarrirti, pur sapendo che è maledettamente falsa, che i punti cardinali sono solo uno scherzo del magnetismo. Ma tu te ne freghi e continui a vivere così, perché senza l’illusione di una rotta è peggio. Finisci solo per crepare. E invece come Jack La Motta contro Sugar Ray Robinson dici: “Non mi butti giù”.

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domenica, novembre 20, 2005
Dieci penne per uno zar
(Le origini dell'autore collettivo)
Luigi Mascheroni
Altro che Luther Blissett e Wu Ming, altro che «Babette Factory» e la loro Italia del 2005 d.C., altro che "Romanzo totale" di Kai Zen o progetto Apparatchik, altro che collettivi narrativi e cooperazioni letterarie varie. Cari Raimo&Lagioia, carissimi Genna e indiani telematici, ci spiace: siete vecchi, vecchissimi. Pensavate di aver inventato il romanzo collettivo? Pensavate di aver (ri)scoperto la fantapolitica all’italiana? E invece siete stati superati, da destra, ottant’anni fa, nientemeno che da un gruppo di fascisti, anzi dal Gruppo: il Gruppo dei Dieci come si battezzarono gli scrittori - molto eterogenei, va da sé: futuristi, giallisti, intimisti... - che nel 1929 pubblicarono (così come da sottotitolo) il «Grande romanzo d’avventure» "Lo zar non è morto" che Giulio Mozzi, in qualità di editor sempre controcorrente di Sironi, ripropone oggi con un elegante - ma volutamente “scorretto” dal punto di vista filologico - répêchage.
Cos’è "Lo zar non è morto"? Ripetiamo, un romanzo d’avventure prima di tutto: divertentissimo, strampalato, a suo modo trascinante. Poi è uno dei primissimi esempi italiani di romanzo ucronico (o di «storia alternativa» se preferite), visto che si immagina che nel 1931, in Cina (meglio: in China, come da corretta grafia) appaia improvvisamente lo zar Nicola II che tutti credevano massacrato, insieme all’intera famiglia Romanov, a Ekaterinburg nel ’17; e soprattutto - salvo smentite di qualche specialista - è il primo romanzo collettivo nella storia delle patrie lettere (ma anche romanzo “di genere”, ossia del genere giallo-avventuroso-complottistico-popolare tanto di moda ultimamente: leggi Genna, Avoledo, certo Pincio...). Un grande libro di fantapolitica, anche. Che celebra - e prende in giro - il potere, ma pensato sotto il Potere, quello mussoliniano. E per di più scritto a venti mani, ossia: la “mente” dell’intera operazione Filippo Tommaso Marinetti (che nel ’29, anno d’uscita del romanzo per le improvvisate «Edizioni dei Dieci», sta rientrando strategicamente nell’area del regime dopo le incomprensioni con il Duce, al quale appunto dedica idealmente l’opera); Massimo Bontempelli, che tre anni prima fondò con Malaparte la rivista "900"; il fascistissimo Accademico d’Italia Antonio Beltramelli; lo scrittore e cineasta Lucio D’Ambra; il regista e giallista Alessandro De Stefani; il poeta, romanziere, critico e mutilato della Grande Guerra Fausto Maria Martini; il narratore “marinaro” Guido Milanesi; il «primo giallista italiano» Alessandro Veraldo; il commediografo Cesare Giulio Viola; e il “lussurioso” Luciano Zuccoli, alias Luciano von Ingenheim. Che fanno dieci, appunto.
Ora, sparare "Lo zar non è morto" come «il romanzo più misterioso del Novecento» (così recita la scheda editoriale) è eccessivo. Di sicuro però la sua storia è quanto meno singolare: uscì, come detto, nel ’29; fu gratificato - dicunt - da un istantaneo successo di pubblico (il volume conteneva, secondo una moda dell’epoca, la cedola di un concorso che premiava chi riuscisse ad attribuire ciascun capitolo al legittimo autore), poi il libro sparì dalle librerie, dalla memoria, dai repertori bibliografici ed è pochissimo conosciuto persino dagli antiquari (si dice però che esista un’edizione con sovracopertina firmata da Prampolini...). L’intuizione di Mozzi e di Sironi è quindi ottima. Tanto più che questo fantaromanzo, lontano da essere un semplice divertissement o pura «letteratura-svago» come indicato da qualche vecchio dizionario letterario, è in realtà modernissimo: nel programma di scrittura collettiva naturalmente, ma anche nell’idea-base (fantapolitica), nell’intreccio (un tourbillon di spie, diplomatici, femme fatale, doppiogiochisti tutti al centro di un gioco più grande di loro, tra raduni situazionisti, missioni segrete, sparatorie e party esclusivi tra Pechino e Istanbul passando per le segrete stanze del Vaticano), e persino nella scrittura (non sappiamo di chi sia il secondo capitolo, ma è splendido con quell’entrata in scena di Oceania World - già il nome dice tutto - «la più bella donna del mondo»...).
Già, com’erano moderni quei dieci scrittori capaci di commuovere anche il lettore più impassibile descrivendo - ad esempio - la morte del diplomatico e camerata Paolo degli Orti. Peccato ch’eran fascisti...
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sabato, novembre 19, 2005

Gli anarchici greci imitano Parigi

Un gruppo anarchico si è divertito con le molotov ad Atene. Sono state lanciate venerdì notte da quaranta militanti contro tre banche. Molto casino e molti danni. Le tre filiali colpite sono la Banca Generale di Grecia, la Attiki Bank e la cipriota Hellenic Bank. Una settimana fa avevano colpito obiettivi francesi: un concessionario della Renault, un supermercato e un po' di Citroen parcheggiate lungo la strada. Il vento antimodernista si sta diffondendo dalla Francia al altri paesi europei. La jacquerie è in cerca di un'ideologia. Chi ci mette la firma?

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