martedì, dicembre 13, 2005

L'America e la grazia perduta
(In morte di Stanley Williams)

La vena non ne voleva sapere di saltar fuori dal braccio da ex culturista di Stanley Williams.
La morte non ha avuto fretta con l'uomo che ha costretto l'America a scuotersi dalla ruotine delle esecuzioni e a interrogarsi di nuovo sulla pena capitale. Quando l'ago con il veleno è riuscito finalmente a compiere il proprio lavoro, erano passati 34 lunghissimi minuti di tensione e imbarazzo nella camera della morte del carcere californiano di San Quintino. Due pugni alzati nel segno del potere nero hanno dato l'addio a Williams. Più ancora del traguardo dei giorni scorsi del millesimo morto da quando è stata reintrodotta nel 1976 la pena capitale, l'esecuzione del fondatore della gang dei Crips ha scosso le coscienze e diviso gli Usa, oltre a suscitare reazioni nel resto del mondo. Non ci sono state le temute esplosioni di violenza nelle strade di Los Angeles, quelle dove Tookie Williams negli anni '70 imperversava con i suoi Crips e dove avrebbe ucciso nel 1979 le quattro persone per le quali è stato condannato.  Ma l'esecuzione, per la quale i media hanno messo in campo lo schieramento dei grandi eventi, ha riacceso il dibattito in un paese che mantiene una solida maggioranza dell'opinione pubblica a favore della pena capitale (66% secondo gli ultimi sondaggi), ma sta ripensando nelle aule di giustizia la sua applicazione, come dimostra il drastico calo delle condanne.  Nel frattempo, però, la macchina delle iniezioni letali prosegue: nella notte tra mercoledì e giovedì toccherà in Mississippi a John Nixon, che dovrebbe diventare il morto numero 60 negli Usa nel 2005, uno in più rispetto al 2004. A 77 anni, Nixon sarebbe anche il più anziano detenuto a venir messo a morte da oltre un secolo.
 - UNA MORTE LENTA: Williams, 51 anni, è stato condotto nella camera della morte alle 11:59 locali, sdraiandosi sul lettino sotto gli occhi degli addetti all'esecuzione e di 39 testimoni.  Due minuti dopo è cominciata la procedura per l'iniezione letale. Il condannato è rimasto in silenzio, evitando qualsiasi dichiarazione finale, mentre gli infermieri cercavano con sempre maggior agitazione di individuare una vena utile. Dopo 11 minuti, Williams ha alzato la testa, visibilmente irritato: «State facendo le cose nel modo giusto?», ha chiesto. Le tre sostanze usate per le esecuzioni hanno cominciato a venir pompate alle 12:18. Il gigantesco Williams ha tremato, il respiro si è fatto affannoso, poi si è interrotto. La morte del detenuto numero C29300 è stata decretata 35 minuti dopo la mezzanotte (le 09:35 di martedì in Italia). «Williams è sembrato frustrato dal fatto che le cose non siano andate con la velocità che sperava», ha commentato in seguito il direttore del carcere, Steven Ornoski.  Due amici neri di Williams presenti tra i testimoni hanno alzato il pugno in segno di saluto. Poi è partito un grido che ha fatto sobbalzare tutti, nel silenzio del camera della morte: «Lo stato della California ha appena ucciso un innocente!».
 - PROTESTE E LACRIME: All'esterno del carcere, circa 2000 persone hanno manifestato a lume di candela e cantato 'Swing Low, Sweet Chariot con Joan Baez. Il governatore della California, Arnold Schwarzenegger, che a poche ore dall' esecuzione ha rifiutato la grazia, è stato chiamato «assassino a sangue freddo» da Barbara Becnel, che con Williams aveva scritto negli anni scorsi libri contro la violenza giovanile, indicati dai sostenitori del condannato come una delle ragioni per le quali meritava il perdono.
 - UNA DEDICA FATALE: Schwarzenegger è stato durissimo nelle cinque pagine con le quali ha motivato il proprio rifiuto a intervenire. La 'redenzionè che Williams sosteneva di aver intrapreso nell'ultimo decennio è stata ritenuta «vuota di contenuti» dal governatore. L'assenza di rimorso per i quattro omicidi del 1979 - dei quali il condannato si proclamava innocente - per Schwarzenegger era un ostacolo insormontabile.  Ma Williams sembra essersi giocato la grazia anche per una dedica inserita all'inizio di un libro del 1998, 'Life in Prison', a Nelson Mandela, Malcolm X, Angela Davis, Mumia Abu-Jamal e molti altri «che hanno sperimentato l'infernale oppressione della vita dietro le sbarre». Schwarzenegger ha dedicato ampio spazio a questa dedica, nelle sue motivazioni, sottolineando che Williams aveva scelto anche killer spietati.  Il governatore si è detto particolarmente indignato dalla scelta di inserire anche George Jackson, un attivista nero protagonista nel 1970 di una sanguinosa rivolta a San Quintino.
 - UN'AMERICA CHE CAMBIA: Il dibattito innescato dalla morte di Williams ha fatto però emergere, nelle analisi di molti esperti, come nonostante casi che scuotono le coscienze di tanto in tanto, gli Usa siano in realtà in un periodo di netta frenata e di ripensamento sulla pena capitale.  Proprio nei giorni del millesimo morto e dell'esecuzione di Williams, si sussegono prese di posizione di procuratori distrettuali e di comitati editoriali dei quotidiani che sprimono a chiare lettere il proprio disagio. Secondo gli esperti, quella del primo scorcio del XXI secolo non è più l'America degli anni Novanta, quella delle 152 esecuzioni decretate da George Bush come governatore del Texas o quella del governatore dell'Arkansas Bill Clinton, pronto a orrere a dare il via libera a un'esecuzione duranta la campagna presidenziale del 1992, per non rischiare di perdere contro Bush padre.

(Fonte Ansa)

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martedì, dicembre 13, 2005

Alessandro Piperno, laziale atipico

Alessandro Piperno su Nuovi Argomenti racconta la sua lazialità. Teoria e pratica di una fede biancazzurra. Scrive: "Possedevo collezioni complete delle divise della Lazio, ma anche le tute di allenamento, per non parlare delle maglie dei portieri. In quegli anni la Lazio era una squadra disgraziata, derubata, degradata (un'allitterazione che vale perfettamente quel dramma). Ma a me piaceva così. Anzi, avevo il vezzo di acquistare la maglia dei giocatori più mediocri. Mi si poteva incontrare per Roma con la maglia di Arcadio Spinozzi, un libero all'antica il cui viso sembrava essere divorato dalla barba. (...) Arcadio Spinozzi era la Lazio. La rappresentava molto più di campioni del calibro di Giordano e Manfredonia, che l'avevano svenduta senza ritegno. Quella maglia d'un blu assai più elettrico di quanto apparisse in tv era tutta per Arcadio. La mia Arcadia...".

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giovedì, dicembre 08, 2005

C'era il rock a Vittulla

di Vittorio Macioce

Vittula è molto a nord, sospesa nel Tornedal, la valle del fiume Tornio che segna un tratto del confine tra la Svezia e la Finlandia. Qui il resto del mondo è lontano. E sembra che nulla possa cambiare le abitudini dei silenziosi taglialegna, neanche l’arrivo dell’asfalto e dei supermercati, forse neppure il cinema o la televisione. Ma qualcosa prima o poi arriverà a travolgere i destini delle persone. E c’è sempre qualcuno a cui tocca raccontarne la storia. In questo caso il narratore è Mikael Niemi e la sua storia s’intitola “Musica rock da Vittula” (Iperborea, pagg. 260, euro 13).
A Vittula più o meno si vive così: «Col tempo capimmo che la nostra regione in realtà non faceva parte della Svezia. In un certo senso vi eravamo stati inclusi per caso. Eravamo diversi, un tantino inferiori, un tantino incolti, un tantino poveri di spirito. Non avevamo caprioli, né porcospini, né usignoli. Non avevamo montagne russe, né semafori, né castelli e manieri. Non sapevamo conversare, né declamare poesie, né impacchettare i regali. Fu un’infanzia di carenze. Non in senso materiale, da quel punto di vista non avevamo di che lamentarci, ma nel senso d’identità. Non eravamo nessuno».
C’è un momento in cui lo spirito della modernità bussa perfino all’unica porta d’ingresso di paesi piccoli e lontani. E lo fa senza neppure troppo clamore, con uno di quei sussurri che fanno più rumore delle rivoluzioni. La modernità, di solito, non bussa mai una volta sola, quando arriva poi ritorna, e se pensi di aver raggiunto un equilibrio, ti accorgi che i tempi continuano a cambiare, come se il mutamento fosse un inesorabile moto perpetuo. Poi ognuno ricorda la sua storia e si mette a raccontare di quando in fondo al viale alberato, dove la strada s’incurva e si apre la prima periferia, qualcuno ha aperto un’officina meccanica. Un altro ha messo la scritta bar sull’insegna del suo vecchio caffè e c’è qualcosa che assomiglia ad un comò di metallo con una serie di tasti numerici e lettere, e suona se paghi. Musica nuova, che arriva dal centro dell’Occidente, con una lingua che dicono sia facile da imparare e non ha nulla dei fonemi dei vostri padri. Si andrà avanti così e ci sarà sempre un nuovo tempo da raccontare, che ormai non sarà più una risposta alla tradizione, ma solo alla vecchia modernità. I ragazzi del flipper verranno sostituiti da quelli dei videogame, e ci sarà qualcuno che ricorderà quando nel solito locale del paese arrivò uno strano gioco che tutti chiamavano «il nuovo flipper» e invece era Space invaders, tutta un’altra cosa, la linea di confine tra la tecnologia meccanica, elettronica ed il virtuale. E poi di tanto in tanto c’è chi scopre che il paese è troppo piccolo, troppo anonimo e va via.
Musica rock da Vittula ha da poco raggiunto in Svezia le 700mila copie vendute. Ed è un buon risultato per un quasi sconosciuto. Anche se il suo esordio risale al 1988 con la raccolta di liriche Näsbold under högmässan («Sangue dal naso durante la messa»). Niemi è nato a Pajala, nel Norbotten, una delle più isolate regioni svedesi. La sua bibliografia conta una quindicina di titoli: raccolte di poesie, romanzi per ragazzi, opere teatrali. Tutti parlano delle sue terre, con amarezza,  disincanto, amore, ironia e giocando con i vari registri della skröna, la storia improbabile, l’episodio gonfiato ai limiti del grottesco, che appartiene alla tradizione orale e contadina del Tornedal (e di tanti altri posti nel mondo. Vittula, che Niemi vede così diverso dal resto della Svezia, alla fine finisce per assomigliare a qualcosa di noto, ad uno dei tanti piccoli paesi che resistono su un qualche colle dell’Appennino, nella più lontana valle alpina, nel cuore della Sicilia o della Sardegna. Basta riconoscerne l’odore. «Nel Tornedal la creatività è sempre stata rivolta alla sopravvivenza. Si poteva rispettare sì, perfino ammirare l’ingegnoso familiare che a partire da un tronco d’albero sapeva ricavare qualsiasi cosa, da una paletta per il burro a un orologio a pendolo, o il taglialegna rimasto in panne che riusciva a far andare per nove chilometri la sua motoslitta con miscela di gocce per il cuore e grappa fatta in casa, o la vecchietta senza secchio che raccoglieva trenta chili di more artiche nei suoi mutandoni annodati». E al vertice della piramide sociale ed economica ci sono i muratori, «uomini evasivi, assenti nella conversazione, irrequieti, impazienti, con lo sguardo vagante. Solo quando hanno un martello in mano diventano persone normali, riescono perfino a dire una gentilezza alla moglie con una fila di chiodi tra le labbra». Il rock è tutt’altra cosa. Non ha decisamente alcuna utilità. «Nessuno ci vedeva alcun valore - scrive Niemi - neppure noi». Però il rock è la modernità e chi la sceglie perde Vittula. Non può più restare. «C’era - si arrende Matti, alter ego dello scrittore - un’unica possibilità di diventare qualcosa, fosse pure la più insignificante. Fuggire. Imparammo a non vedere l’ora d’andarcene, e ubbidimmo». Si torna solo per seppellire i morti.

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martedì, dicembre 06, 2005

L'olanda dice addio ai Coffee shop
di Nino Materi

Il coffee shop olandesi i negozi dove da almeno 15 anni vengono vendute e consumate legalmente le droghe derivate dalla Cannabis, verranno chiusi in tempi stretti: lo ha deciso il governo olandese, secondo quanto ha riferito stamani Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell' Ufficio delle Nazione Unite contro la droga e il crimine (Unodc), aggiungendo che ora l' attenzione è puntata sugli smart shop. Già ieri il ministro della giustizia, Roberto Castelli, aveva accennato alla decisione del governo olandese, costretto a uniformarsi a una deliberazione presa dall' Unione Europea nel corso del semestre di presidenza italiana.
I coffee shop, ha spiegato Costa, «violavano le convenzioni internazionali; il rifornimento della merce, inoltre, avveniva attraverso canali illegali». Ora l' attenzione degli organismi internazionali e dei singoli Paesi si sta appuntando, ha riferito il direttore dell' Unodc, sui cosiddetti smart shop, quei negozi cioè che vendono prodotti di erboristeria che possano talvolta sconfinare in sostanze farmacologiche, come ad esempio la 'salvia divinorum' un farmaco psicotropo ad effetto allucinogeno.
Già da tempo, ha riferito Costa, in Olanda si era registrata una consistente diminuzione del numero di coffee shop, che dai circa 1.700 dei «tempi d'oro» sono scesi a circa 700. Anche la quantità massima di cannabis vendibile legalmente in questi caffè è scesa da 5 a 3 grammi. Molti gestori di coffee shop, ha riferito sempre Costa, cominciano a considerare l'affare antieconomico, in quanto molta gente preferisce rifornirsi sul mercato illegale perchè i prezzi sono più bassi. Anche altri Paesi europei come la Svezia, ha riferito il direttore dell'Unodc, hanno fatto o stanno facendo un'inversione di tendenza rispetto alle politiche sulla droga. Ora, quindi, l'attenzione si sta concentrando sugli smart shop, ma anche sulla vendita di sostanze stupefacenti via Internet, talvolta «mascherate» da un volto innocuo, come ad esempio alcuni tè alle foglie di coca non cocainizzate.
Un mercato, secondo Gilberto Giarre, responsabile dell'Osservatorio nazionale sulle tossicodipendenze, che sta assumento proporzioni sempre più preoccupanti: «Negli Stati Uniti - ha riferito - la vendita via on line ha forse superato il mercato tradizionale di vendita delle droghe».
Governi e organismi internazionali stanno quindi studiando forme di controllo più efficaci contro questo nuovo «nemico», come ad esempio un accordo con i gestori di carte di credito, che potrebbe aiutare a individuare i canali, ma che pone problemi di conflitto con la legislazione sulla privacy. «Non c'è alcuna discussione parlamentare ma solo la dichiarazione di un ministro che non ha presentato atti formali in merito alla chiusura dei coffee shop in Olanda. Quei locali non chiuderanno». Lo dice l'eurodeputato di Prc, Giusto Catania, ribattendo alle dichiarazioni di Costa.
«La maggioranza del Parlamento olandese - aggiunge - e l'opinione pubblica hanno invitato quel ministro ad abbandonare questo folle tentativo. Il dibattito olandese in questo momento verte sulla proposta del sindaco democristiano di Maastricht che ha proposto di legalizzare l'accaparramento delle sostanze da vendere nei coffe shop

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giovedì, dicembre 01, 2005

La mattina dopo di Adriano Sofri

Il caso è chiuso. La cella è piccola, metà dello spazio è occupato dalla doccia, il resto è una pila di libri, che sembra sempre sul punto di crollare. Le guardie carcerarie all’inizio erano preoccupate: “ci sono troppi libri”. Lui rispondeva: “non mi danno fastidio”. “Possono bruciare”. “Non è facile che accada”. “Possono caderti in testa”. “Anche questo i libri non lo fanno quasi mai”. E’ qui, nel carcere Don Bosco di Pisa, che Adriano Sofri ha dormito per nove anni: da galeotto, da intellettuale, da martire, santo, assassino, da colpevole o da innocente. E’ da qui che usciva la mattina per andare alla biblioteca dell’università per catalogare carte e manoscritti. Ed è qui che ha sfiorato l’ultimo respiro. Il caso Sofri si può raccontare tutto in una cella, e forse un giorno qualcuno lo farà, magari in teatro, con una scena spoglia e una voce che parla di fatti lontani. La storia di una bomba che dilania la banca dei contadini, in una Milano grigia di anni e di piombo, in una piazza Fontana a due passi dal Duomo. Una deflagrazione che lacera l’aria e lascia in terra pezzi di carne e di uomini, e mette a nudo la cancrena di un secolo, con le metastasi dell’ideologia, con un’orgia di utopie, conflitti, parole, spranghe, pistole, simulacri di rivoluzioni, masturbazioni giovanili e trame segrete o deviate. Con Piazza Fontana, assicura chi ha vissuto quella stagione, cambia tutto. Le parole e i girotondi diventano piombo e terrore. In questa storia c’è un commissario che deve dare un volto agli assassini. Si chiama Luigi Calabresi. Ha una moglie, due figli e uno in arrivo. E’ un poliziotto e in quegli anni fa il suo lavoro. Mette giù una lista di sospetti. Il primo sguardo cade sugli anarchici, come sempre, come al solito, dalla Spagna di Palmiro Togliatti all’America di Sacco e Vanzetti. Tra questi anarchici ci sono un ballerino, Pietro Valpreda, e un ferroviere, un pover’uomo che si chiama Giuseppe Pinelli e fai fatica a immaginarlo cattivo. Pinelli viene interrogato. Pinelli è lasciato solo davanti a una finestra aperta. Pinelli cade giù e muore.
Fuori fa caldo, si sogna la rivoluzione. Il regime ha fatto un’altra vittima. Pinelli è un martire. Serve un colpevole. E indicare il commissario è la cosa più facile del mondo. L’anarchico e il poliziotto sono due figure allo specchio. In tempi di disordini e ideologie su di loro cadono i peccati del mondo. E il mondo grida: “Calabresi boia”. Qualcuno urla un po’ più forte degli altri. Qui entra in scena Sofri. E’ il capo carismatico di Lotta Continua. E’ uno degli intellettuali che fanno politica a sinistra del Pci. Uno di quelli che lui raccontava così: “Assomigliavamo ai cospiratori del primo Ottocento. In ogni città ce ne erano due o tre che avevano i nomi degli altri in agenda, si facevano riunioni di diciassette persone in cui uno annunciava fieramente di aver conosciuto un ferroviere. Incontravamo a ogni passo i trotzkisti che venivano a distribuire i loro opuscoli, gente proba che aveva atteso cento anni ed era pronta ad attenderne altri cento”.
Nel ’68 è un giovane professore di liceo. A Pisa organizza una sezione di Potere Operaio, il movimento di teorici post-marxisti che ha Toni Negri come maestro. Ma Adriano se ne va presto per la sua strada. Fonda Lotta Continua, che all’inizio è forte soprattutto a Torino, dove aveva trovato rifugio, in una mansarda di via Bligny 10, insomma dove c’è l’Einaudi, Raniero Panzieri, fondatore dei Quaderni Rossi, la rivista dove scrive anche Mario Tronti, il teorico dell’operaio massa, uno dei punti di riferimento intellettuali di quella galassia extraparlamentare. Sofri è una di quelle persone che le guardi negli occhi e ti conquista. Uno coerente, un moralista, come molti rivoluzionari, ma è soprattutto uno che sa fare rete, mette in comunicazione personalità diverse, le aggrega, le fa dialogare. Lotta Continua è una famiglia di cognomi illustri. Ci sono tutti i figli dell’intellighentia azionista e comunista, i Bobbio, i Gobetti, i Levi, i Casalegno, i Garavini. Chi non è ancora famoso lo diventerà. Lotta Continua è una lobby. Nasce al confine con il terrorismo, qualcuno ci cade, Nap e Prima Linea sono figli illegittimi di quell’esperienza. Cresce ai confini del potere, del giornalismo, della letteratura. Sofri, visto da lontano, e dopo tutto questo, appare come un personaggio da grande romanzo. Uno alla Dostoevskj, per chi lo sente colpevole, Kafka, per chi non ha mai smesso di chiedere la grazia, un eroe di Conrad, per i suoi vecchi amici, un carbonaro allo Spielberg per i suoi lettori.
Il quotidiano di Lotta Continua non risparmiò nulla a Calabresi. Scrive: “Agente del Sid (ex Sifar) e della Cia. Torturatore di alcuni compagni, assassino di Giuseppe Pinelli, complice degli autori della strage di Milano”. Quando il commissario querela il giornale, la risposta è questa: “Forse abbiamo fatto un errore: siamo stati troppo teneri col commissario aggiunto di Ps Luigi Calabresi, abbiamo permesso che su di lui si ridesse, si ammiccasse, nascesse il luogo comune, si sviluppasse l’ironia, abbiamo consentito che la cosa venisse scambiata per un gioco… e lo deve aver pensato anche Luigi Calabresi, perché altrimenti non si sarebbe permesso di fare quello che invece ha fatto, continuare a vivere tranquillamente, continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, girare indisturbato per Milano”. Calabresi morirà, assassinato. Questo è l’incrocio di due vite.
Sofri è in cella. Lì scrive sempre, quasi tutti i giorni. Quando ha smesso di essere libero la sua voce è diventata più forte. E’ il Sofri quotidiano della Piccola posta, antenato cartaceo (sul Foglio) del blog. E’ il Sofri settimanale dell’ultima pagina di Panorama, attento ai casi letterari e alle questioni del secolo: “Preferisco rileggere grandi romanzi dell'Ottocento, per un pregiudizio a favore di quegli anni e per l'impressione che mettano meno alla prova la mia cervicale. Sbaglio, naturalmente, e così quando mi decido a leggere un autore di oggi, come questo Safran Foer, resto a bocca aperta”.  E’ il Sofri opinionista di Repubblica. O quello che racconta il carcere e il suo micromondo. E’ il Sofri nostalgico di un calcio da cortile: "Se tu guardi una partita di ragazzini incontrati al parco, dopo dieci minuti già ricostruisci il modo di essere di ciascuno, li distingui, ti diverti nel vedere le loro fisionomie e le loro reazioni". E’ il Sofri che si è lasciato alle spalle il Novecento, con il distacco o il disincanto di chi ha capito. E’ il Sofri che ricorda i suoi viaggi a Sarajevo o a Grozny: "Succede di ricordare i propri anziani genitori nella coppia di coniugi in abiti dignitosamente lisi che escono, sostenendosi l'un l'altra, dall'androne di un palazzo bombardato in cui si distribuisce un chilo di farina e mezza bottiglia di olio, di vedere il proprio professore di liceo nel signore avvilito che offre libri vecchi, una penna stilografica, un cappello, a un angolo di mercatino". E’ un uomo che ha più di sessant’anni e non sa quanto distante sia la fine.
Quando la sbornia passa restano i cocci di bottiglia. E’ l’eredità degli anni ’70. Su Sofri ha pesato, come su molti altri. Purtroppo nel suo caso a scoppio ritardato, come un beffa, come un giudice distratto, come il  controllore che ti chiede il biglietto quando il treno è già arrivato. E’ come sentirsi in quella serie di quadri di Munch intitolati La mattina dopo, disse in un’intervista Sofri parecchi anni dopo, nel 1993: “In paesi in cui la gente la sera si ubriaca, la mattina dopo si ha un gran mal di testa, vergogna di sé, spirito suicida, cerchio alla testa”.
La mattina dopo di Sofri è Leonardo Marino. “E’ troppo facile ritenersi responsabile solo dei propri amici di oggi. Si è responsabili, in modo più labile ma profondo, anche dei nostri amici di ieri. Per questo non posso sbarazzarmi di Marino dentro di me”. Marino è un uomo deluso. Fa il venditore ambulante. E’ carico di debiti. Non ha mai perdonato agli altri la fama e i debiti: “E’ facile fare il rivoluzionario con il conto in banca. Poi quelli che predicavano a un certo punto ci hanno detto: abbiamo scherzato. E sono diventati senatori e direttori di giornale”. E’ lui che racconta. E’ lui che confessa: “Adriano mi disse: fatela questa cosa e speriamo che vi vada bene”. La tesi è semplice. Bompressi è quello che ha sparato. Marino ha fatto il palo e l’autista. Sofri e Pietrostefani sono i mandanti.  Marino accusa, Sofri e gli altri si dichiarano innocenti. Ci sono voluti sette processi, cento giudici e migliaia di carte per arrivare a una sentenza. La verità giudiziaria è che Sofri, Bompressi e Pietrostefani erano colpevoli. Chi conosce un’altra verità non l’ha mai rivelata. Forse la diranno un giorno, come ha promesso Erri De Luca. Sofri è un uomo molto malato. E questa è una verità che merita rispetto. La sua pena è sospesa. Non ha mai chiesto la grazia e non gli è stata concessa. Se esiste un giudice ultimo ne terrà conto, dando un senso alle parole dei vivi e dei morti. Quello che resta ai posteri è un pezzo di Novecento ancora tutto da decifrare.

postato da: mercuzio10 alle ore 21:52 | Permalink | commenti
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