giovedì, agosto 31, 2006

UNA GENERAZIONE INDECISA A TUTTO
di Vittorio Macioce

C’è una terra dove gli uomini non sanno scegliere. Qualcuno può pensare che sia una delle tante città invisibili di Calvino o un viaggio di Gulliver. Questa terra invece è molto più vicina e la gente che ci vive passeggia con te lungo le stesse strade, negli uffici dove lavori, davanti alla mappa della metropolitana, mentre segue con il dito le linee gialle, verdi o rosse. È la ragazza con cui stai a cena incantata davanti alla carta del cibo che dopo un quarto d’ora di ipotesi e ripensamenti ti chiede: «Tu che prendi?». E in quel momento vorresti ucciderla. È il neo laureato su cui cade la vera domanda metafisica di questi tempi, che non ha nulla a che fare con Dio, l’origine dell’uomo, il principio o la fine: «Cosa farai da grande?». Lui, l’ex studente, ti guarda e come il computer di Douglas Adams in Guida galattica per gli autostoppisti (Mondadori) risponde: «La risposta a tutto è 42. Se non vi sembra una risposta soddisfacente, è perché non conoscete la formulazione esatta della domanda».
L’eroe di questa terra e di questi tempi si chiama Dwight B. Wilmerding, ha ventotto anni, una buona famiglia alle spalle (i genitori divorziati da poco, un’amata - anche troppo - sorella maggiore, Alice). È laureato in filosofia e risponde all’help desk del colosso farmaceutico Pfizer. Vive a New York insieme a tre amici, ha una ragazza molto bella, si impasticca parecchio ed è indeciso a tutto. Non sa scegliere cosa mangiare, cosa fare, con chi stare, dove andare. Come Rosencrantz e Guildenstern prima di qualsiasi scelta si limita a lanciare in aria una monetina (ma per i due servitori di Amleto, nel testo di Tom Stoppard, la moneta diceva sempre croce).
Dwight è il protagonista di Indecision, il romanzo di Benjamin Kunkel. Il suo ritratto è più o meno questo: «Mi sentivo più lento che stupido, e avevo il sospetto che quello fosse sempre stato il mio problema. Forse il mio metabolismo temporale lento non era attrezzato per digerire efficacemente la vita moderna; o postmoderna».
DWIGHT VS OBLOMOV. La malattia di Dwight è una forma di abulia cronica. Kunkel, l’autore, si racconta come testimone della nascita di una nuova razza umana, precaria e metropolitana, con pochi interessi e nessuna passione, in cui la libido è ridotta e il senso di responsabilità non esiste. La soluzione, suggerisce il romanzo, è un farmaco, l’Abulinix. Il suo principio attivo è una truffa. L’Abulinix infatti è un placebo e il sospetto è che funzioni come una qualsiasi ideologia. L’abulia di Dwight ricorda un suo antenato del XIX secolo, Il’jà Il’ic Oblomov, l’eroe di Goncarov. Oblomov è ozioso come solo un filantropo in tempi di mercantilismo può esserlo. Il suo non è ozio, ma è un lento vagare dell’anima, è il torpore di chi guarda, con gli occhi semichiusi, l’agitazione inutile del mondo, senza esprimere giudizi, ma rallentando i ritmi del cuore per poter sognare.
Oblomov evoca la parola oblomok, scheggia, frammento. Un termine forse rubato da una lirica pubblicata da Evgenij Baratynskij nel 1842: «La superstizione: questa scheggia di un’antica verità. Crollò il tempio e in quelle rovine il postero legge un muto enigma privo di senso». Dwight e Oblomov vengono da un mondo che ha visto crollare i suoi templi. Ma fra di loro c’è la differenza del tempo. Dwight è un Oblomov che ha attraversato il Novecento. L’abulia dell’eroe di Goncarov nasce da un annichilimento della volontà. Il pallido eroe di Kunkel ha frantumato il pensiero. Non sceglie non perché non vuole scegliere, ma semplicemente perché non sa scegliere. Dwight ha troppi desideri, troppe suggestioni, ma non ha identità. In un mondo frantumato l’io deve essere forte, ma la filosofia di Dwight, e dei suoi cloni, ricorda il modo in cui Hegel liquidò il pensiero di Shelling: una notte scura in cui tutte le vacche sono nere.
IL LICENZIAMENTO DI ADAMO. La generazione di Dwight ha subito il tradimento di Dio. Quando Adamo fu cacciato dal paradiso terrestre, il creatore lo liquidò con un patto-maledizione: ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte. Il lavoro era fatica, ma anche l’ormeggio dopo l’addio all’Eden. Dio strappava Adamo dall’assoluto e lo faceva cadere nel mondo dell’incertezza, alla navigazione senza bussola. Il lavoro avrebbe contribuito a definire la sua identità. La società chiusa, tradizionale, era radicata alla terra. L’uomo si identificava con il suolo, con i confini dei campi, con la venerazione dei padri. Il passaggio successivo è la piazza, luogo di scambi e di opinioni, dialogo e commercio, politica e denaro. È la nascita della polis, il passaggio dalla comunità alla cittadinanza. La modernità s’identifica, come luogo, con la fabbrica, che segna l’ingresso delle moltitudini nella storia, l’emancipazione dell’operaio massa.
Dwight, che ha studiato filosofia, queste cose le sa. Pensa di essere arrivato tardi all’appuntamento con la storia. E ha nostalgia di qualcosa che non ha conosciuto. Ha capito comunque che il principio d’identità, al tramonto della modernità, è il call center, il santuario del Dio dell’incertezza, il lavoro come dimensione precaria della vita, qualcosa che non ti accompagna dalla culla alla tomba, ma limita i tuoi orizzonti al quotidiano. Dwight non vede il futuro, non ricorda il passato e ha un’idea del presente confusa e frammentaria. E a un suo amico chiede: chi possiamo incolpare per tutto questo schifo? «Potremmo incolpare la generazione immediatamente precedente. Etichettandola come malvagia usurpatrice di un regime buono e giusto durato per un lunghissimo tempo. E poi potremmo ucciderli».
ITACA ADDIO. Le relazioni che regolano la terra di Indecision si basano sul principio della liquidità di Zygmunt Baumann. La famiglia non garantisce più stabilità, la comunità di amici ha le stimmate dell’adolescenza infinita, i sentimenti sono un universo ambiguo. Le donne di Indecision pensano, amano e si muovono come cloni di Sex and the City e come Bibbia hanno Vanity Fair. Le ragazze sono quasi per definizione bisex. Ed è una scelta che non ha nulla a che fare con l’omosessualità. L’amore saffico è solo un’alternativa al «piacere maschile».
Dwight avrebbe poi anche serie difficoltà a definire cosa sia un essere umano. Come tutti sembra interrogarsi sul grado di coscienza e di vita dell’embrione. Nutre dubbi sulla selezione genetica, ma ha fiducia nelle capacità biotecniche della scienza (non nella sua etica). Ha letto abbastanza fantascienza da poter disquisire per ore sulle conseguenze della clonazione, parlando di doppio, immortalità, identità. Ma non ha idea di dove finisca l’uomo e cominci il post-umano.
Benjamin Kunkel ha definito se stesso e i personaggi del suo romanzo «indecisi a tutto». Il commento rubato su un blog di una sua coetanea: «Tu pensi che il nostro problema sia navigare. Credi che siamo troppo immaturi per affrontare il mare aperto. Tu ci accusi di non avere il coraggio di Ulisse. Nulla di tutto questo. Il problema non è il mare, ma la casa. Non sappiamo dove e cosa sia quell’isola chiamata Itaca».

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giovedì, agosto 31, 2006

Vivarelli: «L’Occidente ucciso da Voltaire»
di Vittorio Macioce

Roberto Vivarelli ha 77 anni e sta vivendo una vecchiaia controcorrente. Sembra un uomo di un altro secolo. Non ha mai spedito una mail. Non ha un cellulare. Il suo numero di telefono, escluso il prefisso, è di cinque cifre. È un pensionato che non si fida dei giornalisti. «Se proprio vi viene voglia di pubblicare una mia foto - ti dice - state attenti a non confondermi con mio fratello. È facile: lui ha la barba, io no». Ma Vivarelli è soprattutto uno storico e le sue parole, ogni volta che scrive, finiscono per toccare i nervi sensibili della cultura italiana. Ha passato una vita in cattedra. È stato docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa. I conti con il passato li ha fatti sei anni fa, quando in La fine di una stagione (Il Mulino) rivelò il suo passato repubblichino. «Avevo 13 anni. Mio padre, ufficiale, era stato ucciso dai partigiani di Tito. Vivevo l’8 settembre del ’43 come un tradimento. Ho scelto l’onore e il dovere». È solo un ragazzo, forse un po’ troppo testardo. Chiede di arruolarsi nella Rsi e gli dicono no. Va a Roma e gli rispondono sempre no. Alla fine ci riesce e finisce a fare la guardia davanti al quartiere generale di Pavolini. Quando racconta tutto questo, dopo una carriera da storico al di sopra di ogni sospetto, tanto da insegnare a Pisa e lavorare in Toscana all’Istituto storico della Resistenza (la roccaforte della storiografia antifascista) molti suoi colleghi smettono di salutarlo. Quelli che leggono il libro sbiancano. Vivarelli, infatti, non rinnega il suo «errore» di gioventù, ma pone sul piatto della storia italiana un quesito: quali erano le ragioni dei vinti? Insomma, non rinnega, ma spiega. I partigiani avevano i loro ideali, ma anche gli altri, i fascisti, avevano i loro. L’onore, appunto. Il dovere, appunto. E se proprio bisogna biasimare qualcuno guardate alla «zona grigia» di chi è tornato a casa. La maggioranza. «La vedo scettico su quest’ultima considerazione», dice Vivarelli. «Abbastanza. Quelli che sono tornati a casa hanno fatto la scelta più saggia. Niente sangue e hanno pensato alla famiglia. Sono gli stessi che hanno ricostruito l’Italia, più delle due minoranze bellicose». Vivarelli scuote la testa: naturalmente non è d’accordo. Comunque sia la pubblicazione delle sue memorie genera turbolenza. Polemiche e dibattiti. L’accusa di revisionismo. Come si fa a mettere sullo stesso piano i padri della Repubblica con gli alleati del nazismo? Sono passati sei anni e Vivarelli dice: «Non ho cambiato idea». Sapeva dell’Olocausto? «No, né io né gli altri. Ma chi ha scelto di continuare la guerra dalla stessa parte dove l'aveva iniziata l’ha fatto per altre ragioni». Si aspettava attacchi personali così duri? «No, e mi fanno ancora male». Il suo merito è di aver parlato di ciò di cui non si doveva parlare.
Questo è Vivarelli. Qualche tempo fa il professore, che il 10 giugno riceverà il premio «Cherasco», ha pubblicato il saggio I caratteri dell’età contemporanea (Il Mulino). È una riflessione sul destino dell’Occidente, sulla sua storia, sugli incroci che ne hanno definito l’identità, su quello che è stato, su quello che ha perso, su quello che rischia di perdere. Vivarelli parte da lontano, dalle radici di un universo culturale che lui vede, oggi, in bilico, come smarrite. La sua tesi è chiara e ricorda, in alcuni punti, le parole di Ratzinger sul rischio del relativismo. L’Occidente, per Vivarelli, nasce dall’incontro, non facile, tra l’etica cristiana e l’economia di mercato. È questo che rende l’Occidente diverso, anzi superiore, rispetto alle culture che vengono da Est, islamica, indiana o cinese. «Questo - sottolinea il professore - dovrebbe farci riflettere sull’idea di esportare la democrazia dove ancora non ci sono le condizioni storiche e sociali per farlo. Bisogna rispettare i tempi della storia».
L’Occidente ha bevuto fino in fondo il calice della modernità, solo che a un certo punto ha faticato a riconoscersi. La svolta, per Vivarelli come per Ratzinger, non avviene nel Novecento, ma qualche secolo prima. Il Papa indica come momento di rottura l’Illuminismo, la ragione che diventa religione, l’uomo che si affida alla scienza e relega Dio nello sgabuzzino della superstizione, la modernità che recide il cordone ombelicale con la tradizione. Il nuovo, l’eterno nuovo che si ripresenta in forme sempre più estreme, che non accetta il dialogo con il vecchio. Questo è il Papa. Vivarelli, il vecchio allievo di Federico Chabod, lo studioso che ha curato le opere di Gaetano Salvemini, lo storico anti-fascista che ha confessato la sua militanza adolescenziale nei repubblichini di Salò, ci aggiunge nomi e cognomi. L’Occidente si è smarrito quando il cattolicesimo «libertario» di Erasmo da Rotterdam è stato sostituito dal «laicismo illuminista» di Voltaire.
Voltaire è un nome sacro della nostra cultura. Toccarlo, bisogna riconoscerlo, è ancora un tabù. Lo è per molti liberali, lo è senza dubbio per gli eredi dell’azionismo, lo è perfino per gli orfani del marxismo. Voltaire è lo «sguardo altro». Voltaire è la tolleranza. Voltaire è il secolo dei Lumi. Voltaire è il padre del relativismo culturale. Ed è qui che Vivarelli punta l’indice. La morale di Voltaire apre la strada al libertino De Sade, la sua politica porta a Rousseau, e da qui a Robespierre e al terrore, al germe del totalitarismo, al sangue che chiama sangue, lì dove il tutto annega l'individuo. Nuove polemiche. L’accusa di «oscurantismo» è quasi scontata. Il più duro, sulle pagine del Corriere della Sera, è un suo ex allievo: Sergio Luzzatto. La sua delusione si può riassumere più o meno così: il Vivarelli che ricorda i suoi giorni di Salò non era una parentesi. La replica arriva da Gaetano Quagliariello. È uno scontro tra storici. «Quel che non si può sopportare è che a questi temi e a questi confronti venga preventivamente tolta dignità culturale. Quando Luzzatto getta il ridicolo sulla tesi e sugli argomenti del Vivarelli dimentica la distinzione tra liberali illuministi e liberali tradizionalisti, che non è stata inventata oggi». È il tema di fondo del referendum sui temi della bioetica, sulla questione shakespeariana dell’embrione, quell’essere o non essere che ha diviso di nuovo i liberali. La stessa che ha messo in difficoltà l’Ulivo post-marxista da quello post-democristiano. La questione politica e filosofica che definisce i confini dell’umano (e del post-umano). «Massimalisti e moderati. Le ricorda niente questo?». Lo schieramento classico di tutte le battaglie intellettuali e politiche del Novecento. «Non solo del Novecento. Io direi di molto, molto, prima». Professore, lei si definirebbe antimoderno? «Io non mi definirei. E comunque la modernità non è un dato che si può cambiare. La storia ha il suo corso. L’unica cosa che si può fare è non smarrire le radici. Non interrompere il filo con il passato. La cura peggiore nei confronti della modernità è la rivoluzione, l’utopia di poter cancellare tutto e ricominciare da zero».
Il XXI secolo è iniziato sei anni fa. Questo studioso di quasi ottant’anni, in poco più di un lustro, è stato trattato come un fascista non pentito, uno che ha messo in discussione i principi fondanti della Repubblica, un rinnegato, allievo degenere di Chabod, uno che ha parlato troppo tardi (ed era meglio se stava zitto), un reazionario, un papalino, un collega scomodo, uno che ha “scapezzato” quando era troppo giovane e troppo vecchio, un anti-illuminista. «Quello che mi fa più male - dice - è la critica alla persona, non alle idee. La verità è che la tribù degli storici italiani è malata di conformismo. E quando tocchi questioni di confine ti saltano addosso. Ma sono vecchio e posso permettermelo. L’unica cosa che mi preoccupa è vedere questa fede assoluta nella scienza, come se fosse il paradigma di tutte le verità. Ogni tanto sarebbe utile ricordare che la scienza senza etica è cieca. Avanza al buio e può fare danni». Ancora una volta l’Occidente torna a fare i conti con la modernità. È il suo destino.

postato da: mercuzio10 alle ore 00:34 | Permalink | commenti (1)
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