giovedì, settembre 07, 2006

Quando stavamo sempre in coda Amarcord di un Paese meno libero

di Vittorio Macioce


Le odiavi. Ore fermo, un passo alla volta, la schiena di chi ti stava avanti studiata con interesse isterico, come le ali di una farfalla per un entomologo. Il caldo, perché quando sei in fila fa sempre caldo, anche d’inverno, che trasformava l’attesa in gocce di sudore. La signora all’ufficio postale, in banca o all’anagrafe lenta, snervante, come un film russo sulla rivoluzione. Lei non aveva mai fretta, tu e gli altri troppa. Le conversazioni rubate, che ti entravano in testa senza difesa, anche se non volevi, frammenti indesiderati della banalità del mondo: «Quanti anni ha tua figlia? Dodici? Sembra già una donna»; «Sì, ho appena cambiato moto. Questa è uno schianto»; «Mio figlio ha la varicella»; «Del Piero è bollito. Per me fanno bene a tenerlo in panchina». E accanto a te c’erano quelli che ti sbadigliavano in faccia, quelli che si asciugano con il fazzoletto bianco. C’erano le gambe e il seno e altro della ragazza otto posti più in là. C’era quello che ti passava accanto con aria distratta e puntava al sorpasso: «Ma siamo duecento, stai buono, stai lì, fai il furbo per una manciata di minuti?». C’erano quelli che starnutivano, tossivano, puzzavano. C’era l’Italia che si barcamenava con il buco nero della burocrazia. Un’Italia ferma, statica, rassegnata all’attesa. La fila era una dimensione del quotidiano. Potevi anche incazzarti, ma l’accettavi come si fa con un lungo giorno di pioggia. Sapevi, come certa è la morte, che una bolletta da pagare o un certificato all’università ti costava tempo, fatica e mal di piedi. Poi qualcosa, lentamente, è cambiato. Le file sono diventate un’anomalia, una disfunzione, un gene corrotto che viene dal passato. La società ha trovato l’antidoto tecnologico per decimare i tempi morti. Numeretti e telepass, prenotazioni on line e call center, autocertificazioni e carte di credito hanno debellato code e file, quelle che gli italiani, troppo anarchici e troppo furbi, non sapevano fare. La gente in fila è un’immagine del Novecento, prima della caduta del Muro, prima di internet, prima dei precari senza sindacato. La fila è così il ricordo di un giorno a Budapest nel 1987, in un’Ungheria ancora comunista ma che già aveva importato il marchio e i negozi Benetton. Sotto le insegne dell’United Colors e oltre le vetrine un serpentone di ragazze di vent’anni aspettava il suo turno per accalappiare un sogno chiamato jeans. La fila è la foto in bianco e nero dell’Italia fascista, con le tessere annonarie, le scarpe robuste, i calzettoni di lana arrotolati ai polpacci delle donne, la guerra e ancora prima l’autarchia. La fila sono la Sandrelli e Manfredi di C’eravamo tanto amati, il bivacco notturno davanti alla scuola dove devono iscrivere il figlio. La fila è l’autostrada del Sole a Ferragosto con le Giuliette e le ’500 degli anni ’70 con le targhe quadrate a cinque cifre e il canotto sulla capote. Quelle di oggi sono un’altra storia. Sono i lavori in corso di una rete stradale in perenne allestimento. E forse è davvero qui il segreto per capire lo stato di salute di un Paese. Le file sono un punteggio ad handicap come nel golf. Misurano il grado di libertà di un popolo, la sua civiltà, la sua distanza dal Novecento. Un popolo in coda è ancorato al passato, al secolo breve e tumultuoso delle masse in armi e delle ideologie.

Nel 1927 un filosofo e sociologo spagnolo scrisse una serie di articoli, pubblicati tre anni dopo con il titolo: La ribellione delle masse. Si chiamava Ortega y Gasset. Lanciava l’allarme contro la dittatura della folla che avrebbe segnato il resto del secolo. Diceva: «Io la chiamo sindrome dell’affollamento, del pieno. Le città sono piene di gente. Le case piene di inquilini. Gli alberghi pieni di ospiti. I treni pieni di viaggiatori. I caffè pieni di clienti. Le sale dei medici pieni di malati. I teatri pieni di spettatori. Le spiagge piene di bagnanti. Ciò che prima non era solitamente un problema ora incomincia ad esserlo: trovare posto». Le masse ci sono ancora, ma si sono disperse. Solo gli ultimi, i senza speranza, si ritrovano in fila. Se guardate le ultime grandi code di questi anni troverete, se siete fortunati, un permesso di soggiorno.

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giovedì, settembre 07, 2006

Su Il Giornale del 4 agosto 2006 è stato pubblicato questo reportage da Washington di Giuseppe De Bellis. E' un viaggio nel potere nero dei repubblicani. De Bellis li ha chiamati afro-conservatori. Credo che sia un'analisi lucida di ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti in questi anni.

Afro-conservatori, il nuovo potere nero in Usa
di Giuseppe De Bellis

L’unico che non ha capito è Carl Lewis. Lui correva e parlava: ora che non corre più, ma continua a parlare, questa storia lo irrita. Gli fa ancora male la battuta di Reagan: «Ho fatto tanto per voi, dovreste ringraziarmi». Noi neri? «No, voi ricchi». Non poteva capire allora, non capisce oggi. La rincorsa è cominciata quando lui girava il mondo con la bandiera a stelle e strisce. Era il 1986 e i neri che votavano partito repubblicano erano meno del 5%. Stavano tutti dall’altra parte, come Carl. Vent’anni dopo Lewis si sente un po’ più solo. Dal 5 al 13%: voti raddoppiati, anzi di più. Nelle prossime elezioni di mid-term, i neri repubblicani saranno quanti non sono mai stati: verrà superato anche il record dell’11% delle presidenziali 2004. È una rincorsa non veloce, ma costante: gli afroamericani cominciano a lasciare i democratici che li avevano corteggiati dai tempi di Franklin Delano Roosevelt, trent'anni prima che ottenessero il diritto di voto. Passi precisi: otto punti percentuali in più per i repubblicani tra le presidenziali del 1996 e le previsioni per l’appuntamento di metà mandato del prossimo novembre.

I protagonisti

Nomi, cose, città. Allora i giornali si chiedono se il 2006 sia l'anno dei repubblicani neri. Washington Post si dà anche la risposta: sì. Aggiunge dettagli attraverso la voce di Ken Mehlman, segretario del partito repubblicano: «È come il 1992. Quello era il momento delle donne, questo è quello degli afro-americani. E io sono contento che molti di loro siano repubblicani». Volti: Kenneth Blackwell, Lynn Swann, Michael Steele. La strada passa per questi tre personaggi. Due candidati a governatore, uno a senatore. Pennsylvania, Maryland e Ohio, gli Stati. Due roccheforti democratiche, più uno diviso a metà. Tutti e tre punti fermi per l’elettorato di colore che ha sempre scelto l’Asinello e boicottato l’Elefante del Grand Old Party. Stavolta potrebbe non essere così: i sondaggi sono in bilico, la corsa è aperta, il risultato incerto. È già una mezza vittoria per chi ha sempre preso meno del dieci per cento. Allora questa è una strada nuova. Affascinante. Forse è il futuro.

Le corse chiave

Quello che sta messo peggio è Lynn Swann. Può diventare il governatore della Pennsylvania. È un ex giocatore di football americano. Era famoso: giocava nei Pittsburgh Steelers, è entrato nella Hall of fame, il meglio del meglio dello sport Usa. Poi s’è messo una giacca e s’è appuntato una coccarda del Gop. Pronto a vincere. Non ce la farà: troppo forte l’avversario. Anche Ken Blackwell parte svantaggiato. È il segretario di Stato dell'Ohio. Corre contro il democratico Ted Strickland. Blackwell era sotto di 15 punti. Troppi per farcela. Ora ha ridotto il margine: otto punti. Fino a novembre può arrivare al testa a testa. È un uomo potente: è stato il capo della macchina elettorale repubblicana in Ohio alle elezioni del 2004. E l'Ohio era lo Stato chiave per la Casa Bianca. Parla già al futuro, Blackwell: «Per me non conta vincere adesso. Stiamo costruendo le basi per il domani». E quello che gli chiedeva il partito lui l'ha fatto: i sondaggi dicono che tra i neri raddoppia i voti.

Poi c’è Michael Steele. Avvocato con laurea a Georgetown, ex vice-governatore del Maryland. È candidato per il Senato a un passo da Washington, laddove ogni nero vota sempre e soltanto democratico. Forse non il prossimo novembre. All’Associated press gli studenti di Georgetown di oggi dicono di essere indecisi per la prima volta: «Ehi, io sono democratico. È così che sono cresciuto. Però poi ho sentito parlare Michael e ho capito che potrebbe piacermi». Dovesse vincere, Steele sarebbe il sesto senatore nero della storia degli Stati Uniti. Sarebbe anche l’anti Barack Obama.

Il ruolo della tv

I neri che cominciano a spostarsi a destra si siedono davanti al televisore e guardano Fox, la rete di Rupert Murdoch considerata vicina ai conservatori. Lo dice un sondaggio commissionato dal Center for American Progress, un think tank centrista diretto da John Podesta, l'ex capo di gabinetto di Bill Clinton. Percentuali: 55 afro-americani su cento sono devoti spettatori della rete di zio Rupert. La guardano tutti i giorni, contro il 30% degli ispanici e contro ovviamente gli arabo-americani: al 52% loro preferiscono la Cnn. Solo che questo si sapeva, mentre che i neri guardino la rete di Murdoch è una novità. Il dato sugli afro-americani è quello giudicato più significativo dagli esperti di mass media. Preoccupante, anche. Per i democratici. Il presidente dell'Asinello, Howard Dean, l’ha detto più volte: il suo partito dà il voto della comunità nera troppo per scontato e questo rischia di essere un errore. Poi, però, l’ex governatore del Vermont ed ex candidato trombato alla Casa Bianca è caduto in una delle sue clamorose gaffe: ha detto che i repubblicani sono «un partito di bianchi cristiani». Tutte le associazioni di black conservatives lo hanno preso di mira, su internet è arrivata la versione di questa frase mixata con l'urlo che tradì Dean durante le primarie democratiche 2004. Tutti hanno fatto notare al povero Howard che in fondo anche lui è un bianco cristiano.

Il futuro: i giovani

La rincorsa degli afro-repubblicani passa per una scelta strategica. All’inizio del 2004 il partito ha reclutato diecimila team leader neri e li ha messi in cammino. Chiese, comunità, campus. Poi candidati ovunque, alle elezioni comunali, in quelle circoscrizionali, in quelle di quartiere. Tanto per far capire ai ragazzi che i repubblicani di oggi non sono più quelli degli anni ’60 che stavano zitti sulla discriminazione. Oggi parlano e i neri del Gop hanno spazio. Condoleezza Rice ha fatto la sua parte: è un modello di riferimento per le ragazze, ma anche per i ragazzi. Condi è seconda nella classifica del gradimento degli afro-americani, una graduatoria annuale fatta su un campione standard e indicativo. Prima di lei c’è solo il reverendo Jesse Jackson. La Rice mette sotto anche Oprah Winfrey e vince tra i giovani. Hanno letto la sua storia a puntate su The Black Republican, una rivista piccola e combattiva. È l’organo ufficiale dell’associazione dei neri repubblicani. Target: uomini e donne tra i 25 e i 50 anni. Neri e tendenzialmente conservatori. Giovani, allora. Giovani perché è là che pesca più voti il partito. L’Howard College è la storica università dei neri: oggi secondo il liberal Boston Globe è diventata la roccaforte dei nuovi repubblicani. Ragazzi, studenti, laureati o laureandi. Cultura medio alta. Li ha convinti uno slogan inventato da Ken Mehlman: «Dateci una chance e noi vi daremo una scelta». Il 13% è un pizzico, ma è il doppio di sei anni fa. Non importa se il 2006 è l’anno dei repubblicani neri: possono prendersi un governatore e portare un senatore a Washington. Give us a chance, dicono. Eccola. Questa è una possibilità.


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giovedì, settembre 07, 2006

L'origine della schiavitù in America

Un gruppo di investigatori e di studenti universitari ha risolto un intricato giallo storico che ha per lungo tempo catturato l'attenzione di esperti e curiosi. Si tratta della dinamica e della storia dell'arrivo dei primi schiavi di origine africana sulle coste americane nel 1607, quando gli Stati Uniti diventarono una colonia del vasto impero britannico. È quanto rivela il Washington Post, che spiega come per ben 400 anni le teorie sull'arrivo dei primi deportati, ritenevano che questi gruppi di africani fossero
stati deportati per mezzo di una nave da guerra olandese che li trasportò delle Indie Occidentali alla Virginia.
Secondo la ricostruzione più recente invece è emerso che il gruppo di "schiavi"fu caricato in fasi successive dalle coste dell'Angola e del Sudafrica, su una nave portoghese adibita appositamente a questo compito. La nave fu poi intercettata e sequestrata in alto mare da un gruppo di pirati britannici, e quindi portata sulle
coste della Virginia. 
Inoltre dagli esami storici compiuti è emerso che il gruppo di deportati apparteneva a una singola etnia e non a diverse, come si credeva precedentemente.
La scoperta ha portato a una rivisitazione di un ampio filone storico che sarà resa pubblica il prossimo mese al Jamestown Settlement. Il museo della Virginia inaugurerà il nuovo programma in occasione dell'inizio delle celebrazioni del 400esimo anniversario della fondazione di Jamestown.

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