Mab, il sogno di Mercuzio

Un viaggio nella narrativa italiana e straniera, un territorio da esplorare lungo la cultura del XXI secolo: cercare idee, suggestioni, informazioni, parole. Un non luogo, un confine, dove magari parlare di letteratura, filosofia politica, videogame, fumetti, calcio.
lunedì, marzo 14, 2005

I critici del blog
letterati allo sbaraglio

di Luigi Mascheroni

Miserabili lettori, indiani telematici, dissidenti digitali, antagonisti online, web-oppositori, dilettanti militanti, critici improvvisati, recensori antiaccademici, scrittori arrabbiati. Tutti, a loro modo, "internettuali". Nella Rete, alla voce «letteratura&dintorni», c’è di tutto. Le riviste letterarie online, i siti delle case editrici, i “diari di viaggio” degli scrittori, i blog di narrativa, poesia e polemica culturale. È qui che oggi - secondo le indicazioni di quella stessa Carla Benedetti che già a suo tempo denunciò il «tradimento dei critici» - si può trovare l’unica e vera «critica militante». Tra le “provocazioni” nate dalla recente discussione sui rapporti tra letteratura popolare e cultura di sinistra, quella che più ci ha colpito è stata proprio questa: che la critica «più combattiva e analitica» - come ha scritto Carla Benedetti sul Corriere della Sera - non va cercata sulle pagine dei giornali, ma in Rete. Per verificare l’idea che la battaglia oggi si faccia coi byte e non più con l’inchiostro, abbiamo vestito i panni dell’inviato nella blogosfera cercando di capire quali sono le differenze tra la critica “cartacea” e la critica “telematica”.

Abbiamo volutamente ignorato i siti delle case editrici (minimum fax, ad esempio, o Sironi, Fanucci, Marsilio, tutti interessanti ma “viziati” dal loro carattere promozionale) e ci siamo concentrati su tre macroaree: prima di tutto la comunità della cosiddetta «cultura antagonista», e cioè Carmilla, I Miserabili e gli altri ospiti della piattaforma Macchianera (il blog multiautore fondato e governato da Gianluca Neri), Eymerich, Wu Ming e, chiusa nel suo “splendido isolamento”, Nazione Indiana, l’unico a non avere link; poi una serie di siti e blog “individuali” tra i più noti e frequentati, come FaM, Maltese, Daemon, Paginazero, Inchiostro, Letture e riletture a cura di Giulio Pianese, Ellittico, Vibrisse, bombacarta o Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini, giusto per fare qualche nome; e infine i blog di alcuni scrittori, tra i quali spiccano Matteo B. Bianchi (la rivista ’tina) e soprattutto Giulio Mozzi, il quale ci ha regalato un utile consiglio prima di iniziare il nostro viaggio, e cioè quello di distinguere nel mare magnum del web tra: 1) coloro che pur avendo accesso a vario titolo ai giornali e al sistema editoriale e accademico scelgono di affidare al web recensioni, polemiche, riflessioni, provocazioni che non riescono a far passare nei media tradizionali e nelle università confidando nel fatto che la Rete sia più libera e meno rigida; 2) coloro che sono nati nella Rete e si sono “inventati” critici letterari: dilettanti, magari anche molto colti, che non si pongono neppure il problema di confrontarsi con altri mezzi; 3) coloro che scelgono la Rete come una sorta di missione e che ne fanno un uso consapevolmente “alternativo” - quasi una scelta politica - preferendo rimanere al di fuori del giro dei giornali, dei salotti, delle accademie (e qualcuno potrebbe aggiungere: anche perché non riescono a entrarci...). Indicazioni preziose prima di cliccare enter.

Gli antagonisti

Il “maestro di cerimonie” della contro- cultura telematica è Giuseppe Genna, romanziere, critico, saggista, e motore immobile di due siti ormai storici: Carmilla («Letteratura, immaginario e cultura di opposizione» recita il “sottotitolo”) e I Miserabil («Giornale di letteratura e mondo»). Onnivoro lettore e prolifico polemista, Genna ha creato - e questo è il suo grosso merito - una «zona franca» delle patrie lettere menando fendenti a destra e a manca, santificando quando c’è da santificare e stroncando quando c’è da stroncare (Il Codice Da Vinci, ad esempio, «merda totale in carta non ecologica», ma ce n’è anche per tanti mammasantissima della «sottocultura italiana»: Andrea De Carlo, Giorgio Faletti, Margaret Mazzantini, Simonetta Agnello Hornby, Ken Follett tutti insieme «una debordante ondata di materia organicamente utile a rivivificare i campi di coltura del mais»). Gli elementi più interessanti del suo lavoro? Il primo - ci sembra - è un’idea forte di cosa significhi «fare rete», e cioè dare vita a una comunità: una comunità di autori (da Genna allo stesso Mozzi, da Valerio Evangelisti ai Wu Ming, dai sopravvissuti della tribù cannibale come Aldo Nove e Tiziano Scarpa agli emergenti della scuderia di minimum fax come Nicola Lagioia e Christian Raimo, da alcuni anarchici della narrativa come Vincenzo Pardini o Piero Colaprico a illustri sconosciuti della carta stampata) e soprattutto una comunità di lettori. La vera Rete, in effetti, è proprio questa: parlarsi l’un l’altro, parlare l’uno dell’altro, confrontarsi, linkarsi a vicenda, proporre nei siti gli interventi che il singolo scrittore pubblica sui giornali o sulle riviste cartacee (dal Manifesto all’Unità a Liberazione, dall’Espressoa Thriller Magazine) e – come da miglior tradizione – recensirsi l’un l’altro. Il secondo elemento è un lavoro continuo e impietoso di analisi critica sui romanzi di massa: smontare e rimontare i bestseller per capirne meccanismi, funzioni, perversioni e ragioni del successo (in queste settimane ovviamente sotto i ferri della critica è finito Alessandro Piperno). Il terzo elemento – sempre da un punto vista di analisi critica – è uno strano amore-odio per la letteratura di genere, in primis fantascienza e thriller in tutte le loro varianti e contaminazioni (è proprio in Rete che ultimamente il mito della letteratura di genere come salvatrice del romanzo ha ricevuto i colpi più duri...). Il quarto è un’attenzione particolare per autori e romanzi che gravitano attorno all’orbita del cosiddetto post-moderno (Thomas Pynchon e Tommaso Pincio sono due autori culto) e dell’avant-pop (molto gettonati i titoli della omonima collana di Fanucci) e in genere l’americanistica: sia quella più celebrata, da Dave Eggers al gruppo di McSweeney’s, sia quella dimenticata o a lungo emarginata (le riscoperte della collana “mimimum classics” di minimum fax, ad esempio, come Donald Barthelme, Richard Yates, Mary Robison, piuttosto che Appunti di un tifoso di Frederick Exley, secondo Genna «il romanzo straniero più innovativo che sia stato pubblicato in Italia nell’ultimo anno, insieme a Gli Schwartz di Matthew Sharpe. Ed è un romanzo di quarant'anni fa: riflettiamo su ciò»). Ultima caratteristica: seguire da vicino i nostri giovani esordienti o semi-esordienti (molto battute sono le opere prime che escono da peQuod e Sironi): alcuni nomi sono quelli di Sandro Volpe, Enzo Fileno Carabba, Danilo Arona. Ma attenzione soprattutto a Leonardo Colombati che ad aprile, dopo 11 anni di lavoro, pubblicherà da Sironi "Perceber", un «romanzo eroicomico sul nulla» scritto in 11 anni (con tanto di sito apposito linkato al diario di Giulio Mozzi).

Byte vs inchiostro

Abbiamo detto pochissimo, ma è già molto per farsi un’idea di che cosa orbita in questa parte della blogosfera. Il fatto è che – a parte l’idea di fare comunità e di battere costantemente su alcuni temi e autori – non si tratta di corpi estranei rispetto al pianeta della carta stampata. Tutti i romanzi e gli scrittori che spuntano nella Rete si trovano con poche eccezioni anche sulle pagine culturali dei quotidiani (e spesso molto tempo prima). L’impressione insomma è che la Rete non sia fatta da alieni, anzi: le voci che risuonano nel web sono note anche al lettore che frequenta solo le edicole. Bisogna però riconoscere le differenze che separano questi due mondi: in Rete si trovano romanzi a puntate (ad esempio Imperium di Fabio Ciabatti e Luca Nutarelli su Carmilla), si dedica molto spazio – cosa che sul web non manca - alla poesia; si contamina la critica letteraria con la saggistica, si rompe il calendario delle scadenze editoriali per recensire libri non necessariamente appena pubblicati (lo fa in un’apposita sezione I Miserabili visto che «non si capisce perché si debba soprassedere dal recensire Tolstoj per fare posto all’ultimo disgustoso McEwan»).

Comunque, per capire qualcosa in più dello “stile di comportamento” adottato in queste plaghe del web, basti leggere il manifesto sottoscritto dalla tribù di Nazione Indiana (a cui appartengono, tra gli altri, la stessa Carla Benedetti, Raul Montanari, Antonio Moresco, Giulio Mozzi, Aldo Nove, Christian Raimo, Tiziano Scarpa, Dario Voltolini): «Nella cultura italiana vige la pratica dello scambio di favori. Ci impegniamo a non accettare nessun clientelismo. Non solo i do ut des immediati, ma anche le soggezioni, gli atteggiamenti reverenziali in vista di futuri tornaconti o per timore di essere esclusi o danneggiati dai “padrini della cultura”: boss grandi e piccoli del giornalismo e dell’editoria, amministratori pubblici, funzionari, giurie di premi, organizzatori di eventi ecc...». Insomma, dopo “comunità”, la seconda parola chiave è “libertà”.

E a proposito di recensioni, più ancora di un manifesto valgono le “Note sui recensori di romanzi” redatte da Tiziano Scarpa che sempre su Nazione Indiana paragona la maggior parte dei recensori cartacei ai beejay. Come nessuno si sognerebbe di dire che Linus o Albertino sono musicologi, o critici musicali, ma semplici deejay, allo stesso modo «non sono sicuro che si possa parlare di critici letterari per una parte delle persone che recensiscono romanzi sui giornali. Sono esperti di letteratura? Non mi sembra. Che cosa hanno dato alla letteratura italiana, alla saggistica, all’interpretazione dei classici o dei grandi scrittori contemporanei? Nulla. Semplicemente, scrivono sui giornali. Esprimono pareri personali su un libro. Sono giornalisti che si occupano di romanzi. Niente di più. Perciò eviterei di fare confusione. Gran parte di coloro che chiamiamo critici letterari sono semplicemente beejay. Sono book-jockey, fantini del libro... il beejay ha un sistema: prendere un esordiente che nessuno ha ancora letto, recensirlo tempestivamente il giorno stesso dell’uscita del libro, e incensarlo. Se l’esordiente avrà successo, tutti diranno che la recensione del beejay ha fatto la differenza decretando il successo di quel libro. Nessuno ne aveva parlato prima, l’autore era sconosciuto: è stato il beejay a tirare fuori il coniglio dal cappello!». Chapeau.

Pettegoli e Professoroni

E gli altri? I siti e i blog letterari non-professionisti? Qui, come è facile intuire, si trova di tutto, a tutti i livelli, spaziando dall’iperaccademismo al dilettantismo puro in cui impazzano i “recensori della domenica”: mi piace questo, mi piace quello (e chi se ne frega?, viene da dire: spiegami la tua idea di letteratura, piuttosto). Anche i post ondeggiano tra il raffinato e il pettegolezzo. Impossibile pensare di monitorare tutto, difficilissimo “schedare” il materiale per poter trovare delle linee comuni. La libertà, in questo caso, sconfina nell’anarchia. L’impressione, prima di tutto, è che le riviste letterarie online legate alle università abbiamo una qualità leggermente inferiore a quella delle riviste di critica letteraria cartacee; mentre le altre difficilmente reggono il passo rispetto alle tradizionali pagine culturali dei giornali. Qualche esempio: Il tempo di leggere, quotidiano on line di critica letteraria mette in Rete molte recensioni, ma si tratta soprattutto di brevi schede, anche ben fatte, rigorose, ma non ci sono “colpi d’ala”, tagli particolarmente originali o critici, non si scopre nulla, non si stroncano i mostri sacri, non si gioca d’anticipo, si seguono comunque ritmi, autori e temi imposti dal mercato editoriale. Un buon sito di informazione libraria, nient’altro. Letture e riletture lo si “sfoglia” anche volentieri, ma come recita il cartello di ingresso posto da Giulio Pianese: «Questo è uno spazio pensato per chi dopo ogni lettura desidera condividere le proprie impressioni o le proprie emozioni. Scrivetemi e le pubblicherò». È come se un quotidiano buttasse in pagina tutto ciò che arriva in redazione. Vaglio critico: zero. Puri ma ingenui. Poi c’è Fam-Frenulo a mano guidato da un gruppo di ragazzi intelligenti con (foto)racconti, interventi, interviste, ma dove sinceramente è difficile seguire un percorso preciso. Così come Inchiostro, «rivista di storie e racconti da leggere e da scrivere»: tante cose, forse troppe; oppure Ellittico, «rivista di racconti inediti urbani». Tutte esperienze interessanti: ma ci chiediamo: davvero si trovano interventi e riflessioni migliori rispetto - poniamo - a un elzeviro sul Corriere o a una doppia paginata di Repubblica? Dovendo scegliere, scelgo la “banalità” del quotidiano. Ancora. Paginazero, «Quadrimestrale di letterature, arti e cultura è un esempio di rivista fatta molto bene, sicuramente fuori dagli schemi, comunque per specialisti. GiallodiVino, invece, è giusto per gli amanti del thriller&dintorni, null’altro. E ci fermiamo qui.

Problemi telematici

Conclusioni? Le nostre impressioni - e ci teniamo a sottolinearlo, non di critici letterari ma di cronisti culturali - sono: 1) che troppo spesso ci si imbatte in recensioni di critici improvvisati, scritte da lettori ambiziosi e non da professionisti; 2) è difficile trovare differenze sostanziali rispetto ai giornali: libri e autori recensiti sono gli stessi; spesso la rete arriva addirittura dopo la carta stampata; le “marchette” sono molto più frequenti sui siti e nei blog che nei giornali; 3) soprattutto nei blog di scrittori è evidente la tendenza “a parlarsi addosso”, a spingere il compagno di cordata, elemento inevitabile visto che i blog sono gruppi di discussione, e i gruppi sopravvivono solo se c’è apprezzamento reciproco, ma l’effetto per un visitatore di sentirsi tagliato fuori; 4) per sostenere che la critica letteraria “si svolge in rete” bisogna prima stabilire cosa è la critica letteraria: se pensiamo alle varie tradizioni critiche (stilistica, strutturalista, simbolista, psicoanalitica, sociologica) non si può dire che nei blog vi sia qualcosa del genere, insomma non si tratta di professionisti ma di gente che discute con competenza di cose con le quali ha dimestichezza. Ma questa non è critica, e d’altronde gli stessi blogger probabilmente non aspirano a tanto (anzi, spesso rigettano la critica perché paludata) 5) la lingua dei blog è in genere più informale e colloquiale, più varia (dagli insulti agli osanna) ma anche molto personale, poco “scientifica”; 6) incredibile a dirsi ma c’è più narcisismo in Rete che nelle redazioni dei giornali.

Ultima considerazione. Ma qual è - ci domandiamo - la permanenza, l’incisività di quanto si scrive sul web? Qualcosa rimane oppure muore tutto? Cosa vuol dire parlare di letteratura se ciò che si (ri)elabora non lascia traccia? Qualcuno obbietterà che la carta di giornale la mattina dopo serve ad incartare il pesce, ma rimane il fatto che noi abbiamo un armadio pieno di ritagli che sono preziosissimi (e pochissime pagine stampate da Internet). Insomma, la blogosfera ci sembra più un’enorme «palestra» dove allenarsi prima di scendere nell’arena (leggi: giornali) o un campetto di periferia per “amatori”, piuttosto che la vera alternativa alla riflessione estetica e intellettuale di quest’epoca difficile.

da Il Giornale

postato da mercuzio10 alle ore 21:35 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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Commenti
#1   17 Marzo 2005 - 18:43
 
Il punto 4 dell'ultimo capoverso è il più discutibile. Che cosa distingue un critico professionista da un dilettante? Un esame all'università, un master a Gottinga, la discendenza da un cugino di Samuel Johnson? Giacomo Debenedetti che qualifica di critico meritava, per dire?
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#2   17 Marzo 2005 - 20:28
 
Ma purtroppo, miei cari, nella società del “fare ciò che serve” questa è la realtà. E la scuola italiana da tempo ne è un classico esempio, con studenti che imparano a usare a menadito il computer ma che, secondo recenti statistiche sono ultimi in materie scientifiche. Loro, gli studenti, obiettano che sono ultimi nelle materie scientifiche ma primeggiano in quelle umanistiche. Davvero? Domanda dell’insegnante di lettere “Chi ha scritto Le ultime lettere di Jacopo Ortis?”. Risposta dell’allievo “Jacopo Ortis”…
utente anonimo

#3   18 Marzo 2005 - 07:40
 
Non ho chiesto che ora è per sentirmi rispondere Josè Altafini. Poco mi importa della scuola, delle materie scientifiche, dei computer: tutto questo, sapevàmcelo. La domanda era ed è: che cosa distingue un critico professionista da un dilettante? Chi lo sa, alzi la mano e risponda, grazie.
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#4   18 Marzo 2005 - 20:25
 
Mio caro e fantomatico Giovanni, ecco che mi paleso. Sono l’”utente anonimo” di cui sopra che ora si è materializzato. Non c’entra la mia riflessione? Come osi? C’entra eccome: è relativa alla chiusura del pezzo del buon Luigi Mascheroni secondo cui “la blogosfera è una palestra dove allenarsi prima di scendere nell’arena”, cioè i giornali. A prescindere da quella che è e resta la TUA domanda (critico professionista, critico dilettante), la mia considerazione nasceva dal fatto che il web è l’ARENA e non una palestra. E che sia l’ARENA lo si deve anche a ciò che ho scritto: i giovani (e non solo loro) leggono sempre meno e magari può essere utile farli leggere su Internet. È vero, lo sappiamo. Ma ogni tanto è bene rinfrescarci la memoria.
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#5   18 Marzo 2005 - 21:38
 
Gentile Valerio Borghini, non sono così fantomatico. Mi chiamo Giovanni Choukhadarian, sono armeno, scrivo per l'Indice dei libri del mese e Repubblica-Genova (e altro, ma l'altro non è in topic), suono la bossa nova, mi piace Godard.
Che i blog siano l'arena è un punto di vista meritevole di attenzione. Se i giovani e i vecchi non leggono, a me poco importa. Ci sono tante cose nella vita. Imparassero, i giovani e i non giovani, a farne una soltanto, ma bene, quello sarebbe un sollievo per la rantolante economia del paese. Anche queste son robe note, ma la memoria va allenata, altrimenti scompare.
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Vi racconterò della REGINA MAB... Lei è la levatrice delle fate e viene in forma non più grossa di una pietra d'agata sull'indice di un assessore ed è tirata da un equipaggio di piccoli atomi sui nasi degli uomini mentre sono addormentati (...) Ella galoppa tutta la notte dentro i cervelli degli amanti, che poi sognano AMORE, sulle ginocchia di cortigiani, che subito sognano riverenze, sulle dita di avvocati, che poi sognano parcelle, e sulle labbra delle signore, che subito sognano Baci. Ma basta, basta. Io parlo di niente! Anzi, di sogni, che son figli di un cervello pigro, da niente generati se non dalla vana fantasia, che è di sostanza sottile come l'aria e più incostante del vento, che ora corteggia il petto gelato del Nord e poi, irritato, sbuffa via di lì e volge il lato al rugiadoso Sud.


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