domenica, maggio 01, 2005

La cartavelina di Mercuzio

"Bisogna essere assolutamente moderni" ha scritto Arthur Rimbaud. Sessant'anni più tardi Gombrowicz non era affatto sicuro che fosse davvero necessario. In Ferdydurke (publicato in Polonia nel 1938), la famiglia Giovanotti è dominata dalla figlia, "la liceale moderna". Ama follemente stare al telefono; disprezza i classici; in presenza di un signore che è venuto in visita, "si limita a guardarlo e, ficcatasi tra i denti un piccolo cacciavite che teneva nella mano destra, gli tende la sinistra con estrema disinvoltura".
Anche la mamma è moderna; è membro del "comitato per la protezione dei nenonati"; milita contro la pena di morte e per la liberalizzazione dei costumi; "va al gabinetto con ostentazione e con passo disinvolto" per poi uscirne "più fiera di quanto non vi fosse entrata"; man mano che invecchia, la modernità diventa per lei indispensabile in quanto unico "sostituto della giovinezza".
E papà? Anche lui è moderno; non pensa ma fa di tutto per piacere alla figlia e alla moglie [...].
Accusato da Sartre e dai suoi di essere un reazionario, Camus pronunciò una celebre battuta a proposito di coloro che "avevano sistemato la loro poltrona nella direzione della storia"; Camus ha visto giusto, ma non si rendeva conto che quella preziosa poltrona era dotata di rotelle e che, già da qualche tempo, tutti quanti la spingevano avanti: le liceali moderne, le loro mamme, i loro papà, così come tutti i militanti contro la pena di morte, tutti i membri del Comitato per la protezione dei neonati e, ovviamente, tutti gli uomini politici che, senza smettere di spingere la poltrona, rivolgevano i loro visi sorridenti al pubblico che li rincorreva e che a sua volta rideva, ben sapendo che solo colui che si compiace di essere moderno è autenticamente moderno.
Ed è a questo punto che una certa parte degli eredi di Rimbaud ha capito una cosa inaudita: oggi,il solo modernismo degno di questo nome è il modernismo antimoderno.

da Il sipario di Milan Kundera (Adelphi, 2005, pagg. 183, euro 12,75)

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lunedì, aprile 11, 2005

La cartavelina di Mercuzio

Uno scettico onesto sa sempre apprezzare uno stoico. All'epoca del crollo del mondo antico - come in ogni altro periodo di profonda crisi - gli uomini migliori si rifugiavano nello stoicismo, unico approdo possibile per chi ancora desiderasse conservare la dignità umana. Gli scettici, se non avevano forza di morire - "di partire per quel luogo da cui nessun viaggiatore è tornato" - diventavano epicurei.
La morte di Amleto è senza dubbio commovente, e altrettanto quella di Don Chisciotte, ma quanto sono diverse una dall'altra. Sono mirabili le ultime parole di Amleto. Egli si rassegna, si placa, ordina a Orazio di vivere, pronuncia le sue ultime parole di moribondo in favore di Fortebraccio, incorrotto rappresentante del diritto di successione. Ma il suo sguardo non è rivolto in avanti. "Il resto è silenzio", afferma lo scettico morendo, e in effetti tace per sempre. La morte di Don Chisciotte colma l'anima di un indicibile sentimento di pietà. In quell'attimo tutta la grandezza del personaggio diventa accessibile a ognuno di noi. Quando colui che è stato il suo scudiero, nel desiderio di confortarlo, gli dice che presto ripartiranno per nuove imprese cavalleresche. "No - risponde il moribondo - tutto questo è passato, e io chiedo perdono a tutti; non sono più Don Chisciotte, sono ritornato Alonso il buono, come mi chiamavano un tempo...

Amleto e Don Chisciotte, Ivan Turgenev, il melangolo, pagg. 71, euro 7

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sabato, aprile 09, 2005

La cartavelina di Mercuzio

Comincia oggi una piccola rubrica di Mercuzio. Sono brani letti, copiati, da mettere in cantina, su un foglio di appunti. Brani di altri, che per qualche motivo ti ronzano nella testa, riflessioni rubate. Si parte con un volumetto minore di Guido Ceronetti.

Per quel che è dello scrivere, prego di considerarmi uno Zombi. In giro ce n'è tenti, uno di più. Ho raggiunto un punto ambito: essere una firma. Questo fastigio mi umilia. L'aggettivo "prestigioso" mi tende i suoi agguati dozzinali. Una delle peggiori insolenze che mi tocca subire, per effetto del Prestigio, è che posso dare "qualsiasi  cosa", non importa il tema, lo stile, purchè sia un pezzo fregiato dal sovrano prestigio della firma. Mi sento una cravatta.

Oltre Chiasso, Libreria dell'Orso, pagg. 214, euro 10

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