venerdì, aprile 29, 2005

Dario Fo alla descoverta delle Americhe

di Miriam D'Ambrosio

Un uomo semplice, eroe o antieroe suo malgrado, un montanaro che attraversa l’oceano, dietro a un destino vorticoso che lo spinge verso imprese che non avrebbe mai sognato di vivere. “Johan Padan a la descoverta de le Americhe” è un uomo del XVI° secolo che incontra i cannibali, si improvvisa medico e sciamano, insegnerà il Vangelo agli Indios e la sua storia sarà raccontata da bocche diverse di marinai e “zozzoni di truppa”, quei “nullagonisti” che equivalgono a un coro. Scritto e diretto da Dario Fo, “Johan Padan” rivive nei racconti portati sul palco da Mario Pirovano, al Teatro Carcano dal 26 al 30 aprile. Sono cinque anni che Pirovano vive questa avventura, portandola in Italia e all’estero (Londra, Buenos Aires, Madrid, Vancouver, Melbourne e ultima, Hong Kong), e “si è tradotto il testo in inglese, recitandolo in tutti i luoghi possibili – racconta il nostro Premio Nobel – in Cina è stato un trionfo, la situazione di sfruttamento che trovavano rappresentata era vicina alla loro. Mario ha imparato a Londra la lingua popolare, ha appreso l’inglese dai matti perché lavorava in un manicomio, e così ha ottenuto vivacità e credibilità, trasportando il racconto da un linguaggio composito, fatto di lombardo e veneto, a una lingua che contenesse gli stessi umori. E lo slang londinese, quello delle periferie, è perfetto, è fatto di suoni, è l’onomatopeica in inglese”. “Ho osservato i marinai sul Tamigi – interviene Mario – il loro modo di parlare, il gergo. Mi sono fatto spedire da Londra manuali di marineria che risalgono al Cinquecento, al Seicento e ho imparato alcuni modi di esprimersi”. Ha imparato per costruire uno spettacolo che, nel tempo, ha acquistato in “leggerezza e semplicità”, come dice lui stesso. Un testo scritto dal suo “maestro” con cui mantiene da ventidue anni un rapporto bellissimo, filiale, e che cura la regia, seguendo un Johan diverso da quello che lui (Dario) portò per tre anni nelle piazze d’Italia. Un giullare con uno stupore infantile intatto, meno “sulfureo” del suo “padre spirituale” che aggiunge: “Mario è uno di quegli attori che si accosta a un testo con umiltà e che si rende conto che andare sopra le righe è distruggere il testo stesso e il ritmo. Pirovano sa che il segreto è quello di riuscire a respirare con lo stesso andamento del pubblico. Se oggi fa l’attore lo deve a Franca che lo sentì mentre raccontava “Mistero buffo” ad amici e capì il suo talento”.“Stabilire una sintonia con gli spettatori è fondamentale – dice Mario – all’estero, specie a Hong Kong, ho avuto applausi ed entusiasmo che mi hanno sorpreso. Dopo cinque anni è sempre stimolante far vivere questo testo”. Johan Padan, un uomo antico e contemporaneo con la sua odissea, un “figlio del sole che nasce”, come lo chiamano gli Indios. Uno che insegna loro la parola di Cristo portata dai conquistatori, che “sa che il Vangelo non divide amore fisico e spirituale – conclude Fo – e che considera l’amore, la sensualità, il piacere, come dono di dio. E comprende che è l’amore il significato della vita secondo i Vangeli”.

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lunedì, aprile 18, 2005

Uccidono un uomo morto

Il produttore di "Submission", l'ultimo lavoro di Theo Van Gogh, ha deciso di ritirare il video dalla circolazione dopo le continue minacce dei fondamentalisti islamici. Rabbì invita tutti i blog di TocqueVille a non cedere al ricatto e a diffondere il link del film. UPDATE. I dettagli (e anche di più) su JimMomo.

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sabato, aprile 16, 2005

Silvia Kramar racconta sul Giornale 50 anni di McDonald's

Mezzo secolo di Big Mac

Sfogliando gli annali di storia americana si legge che, nel 1955, la Casa Bianca ha votato a favore dell’annessione della Germania Ovest alla Nato. Che Washington era rimasta a guardare mentre Peròn era stato cacciato da un colpo di stato, che la Cia aveva fatto progettare l’aereo spia U-2, con cui sarebbero poi stati scoperti i missili sovietici di Cuba. Tennessee Williams aveva vinto il premio Pulitzer con La gatta sul tetto che scotta, milioni di cittadini Usa leggevano Buongiorno tristezza di Françoise Sagan, il buonismo regnava ancora in televisione con la serie I love Lucy e, nel paesino di Des Moines, alle porte di Chicago, un rappresentante di frullatori aveva aperto il suo primo chiosco. Chiamato McDonald. (Continua)

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giovedì, aprile 07, 2005

Elogio dell'artista di strada

di Miriam D'Ambrosio

Un artista di strada appare sul palcoscenico, da solo. Ha inventato la sua musica usando percussioni “particolari”, come piatti, piccoli legni, lattine. Esegue ogni giorno il suo concerto per sopravvivere. Fa fatica, ma è libero.

Così inizia The busker’s opera, ideazione e regia del canadese Robert Lepage, al Piccolo (Teatro Strehler) da questa sera a domenica 10 aprile (spettacolo in inglese con sottotitoli in italiano).

“Busker”, artista di strada appunto, mimo, statua vivente, musicista errante: uno che cerca il contatto diretto proteggendo il talento da ogni comodo “business”. Lepage (Quebec City, 1957) si ispira all’ “Opera del mendicante” di John Gay, ambientata nei bassifondi di Londra e messa in scena nel 1728, non senza clamori.

Gay fu anche l’ispiratore di Brecht e della celebre “Opera da tre soldi”, stessa visione della corruzione, stesso soccorso della musica.

Come John nel XVIII° secolo, pure Robert mantiene il medesimo luogo, il quartiere londinese di Soho, ma poi migra, attraversa l’oceano e raggiunge New York, Atlantic City, New Orleans e arriva in Texas, a Huntsville, la città delle esecuzioni capitali, la civiltà che educa con la morte.

E “The busker’s opera” è un viaggio tra vita e morte dell’uomo e dell’arte, un inno alla libertà di ogni forma artistica detto alla maniera di Lepage,  in un’ora e cinquanta minuti di puro spettacolo senza intervallo, tra frammenti tratti dalle musiche originali scritte per Gay da John Pepusch, e brani di musica reggae, rock, rap, disco, con massicce presenze blues, country, jazz. Un mosaico di note, di stili mescolato alla satira del racconto che procede oscillando tra musical sontuoso in versione Broadway e roadmovie. Teatro – immagine concepito da un regista teatrale e cinematografico che ama rivelare la tecnologia allo spettatore. Lepage usa le sue “macchine” a vista, come rito evidente e comprensibile, possibile da seguire. Ambienta la sua storia nel mondo dell’industria discografica, tra agenti senza scrupoli, avidi produttori e star o aspiranti tali, pronti a vendersi e a svendere la propria arte.

Spietatezza che avvolge le vittime di un sistema, tutto detto tra i colori e le note. In questi nuovi luoghi del potere si muovono Macheath, Polly, Lucy, Jenny. Banditi e prostitute, umanità degradata. E una cabina telefonica in scena diventa dimora, locale a luci rosse, prigione. Trasformazione a vista che accoglie riti, figure e forme nuove di uno show. Sul palco cantanti, musicisti, attori e un dj, tutta la ciurma di Robert Lepage, sulla cui idea Kevin McCoy (che si trova anche in scena) ha creato una drammaturgia.

La direzione musicale è affidata a Martin Bélanger, altro artista, pure lui sul palco. Membri di “Ex machina”, la struttura teatrale e multimediale fondata nel 1994 dal regista canadese, che ha dato vita anche a una società di produzione cinematografica chiamata “In extremis images”.

Ora Lepage torna al Piccolo per cinque sere dopo l’esperienza di “The far side of the moon”, per raccontarci con i suoi strumenti che l’arte non può essere inglobata dentro una cornice, in una gabbia asfittica, macinata dallo show business che genera forme ibride di spettacolo, commestibili, niente di più. E toglie scampo alla purezza dell’arte che non vuole briglie.

Uscire dalla finzione televisiva per recuperare l’autenticità è il trionfo della libertà creativa. Elogio dell’artista di strada e della sua fantasia.

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sabato, aprile 02, 2005

C'era una volta la Pop Art

La Pop Art – dicono – è solo una lattina di Coca-Cola. E’ una bionda fumetto su una spider. E’ una bandiera americana. E’ Marilyn che cambia colore. E’ un poster pubblicitario con il sorriso di JFK. E’ una pennellata di foto e titoli rubati ai giornali. E’ il consumismo che diventa arte. E’ Warhol e Lichtenstein. E’ Johns e ancora Wahrol e Rosenquist e Rauschenberg. E’ tutto questo, certo, ma anche un mondo in cui gli dèi hanno lasciato l’Olimpo. E gli eroi sono di cartapesta. La Pop Art è il racconto di un’epoca. Il Novecento aveva fatto il suo giro di boa. Si era lasciato alle spalle il suicidio dell’Europa, con le sue guerre nichiliste, il macello di carne delle trincee e l’incubo dei lager e dei gulag. Il secolo, era chiaro, stava diventando americano, con i suoi pregi e i suoi difetti. La Pop Art li ha raccolti in uno specchio da luna park, deformandoli, facendoli diventare lunghi o grassi, trasparenti o colorati. Frantumandoli, prima. Replicandoli, poi. Lo specchio non si prende mai sul serio, gioca, e ti rimanda immagini fin troppo reali o sfacciatamente false. La Pop Art ruba dall’americano medio i suoi oggetti, quelli con cui convive tutti i giorni, sorride dei suoi sogni, delle sue certezze, dissacra i giornali che legge ogni mattina, replica all’infinito i volti delle sue star. “Quel che c’è di veramente grande i questo paese – è ancora Wahrol che parla – è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il presidente beve Coca Cola, anche Liz Taylor beve Coca-Cola e anche tu puoi berla. Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro può procurarti una Coca migliore di quella che beve il barbone all’angolo della strada. Tutte le coche sono uguali e tutte le coche sono buone. Liz Taylor lo sa, lo sa il presidente, lo sa il barbone e lo sai tu”.

La forza della Pop Art è appunto questo: fa entrare l’arte nei supermarket e le toglie addosso quella patina di sacralità. L’artista non è un mago, ma uno che vuole le stesse cose che vuoi tu: soldi, fama, belle donne, quella dose di potere che soddisfa il tuo egoismo, vanità. “Una buona ragione per essere famoso – diceva Wahrol – è che conosci tutti quando leggi le storie sulle grandi riviste. Pagina dopo pagina sono tutte persone che hai incontrato. Io amo questo tipo di lettura, ed è il miglior motivo per essere famosi”. Wahrol lo diceva con il suo tono banale, lasciando l’interlocutore sempre un po’ incerto: mi sta prendendo per i fondelli o crede davvero a quello che dice. Naturalmente, tutte e due le cose. Wahrol sapeva che non c’è mai fine a ciò che il mondo può inventarsi.

Quando disse “spero che un giorno ognuno abbia il suo quarto d’ora di celebrità” magari stava solo buttando lì una frase celebre da tramandare ai posteri. Una di quelle che funzionano, fanno titolo. Il problema è che aveva fatto centro. Il guaio e il bello della Pop Art era che non stava solo raccontando il mondo senza dèi ed eroi intorno a sé, ma aveva fotografato il futuro. L’obiettivo deformante ha avvicinato cose che erano ancora lontane. Loro pensavano di narrare un mondo vuoto. Non sapevano che la realtà era peggiore. Il mondo non solo era un oggetto vuoto, ma pieno di gente che ci passeggiava sopra. Wahrol aveva preso la zuppa Campell per portarla al centro dell’universo, per dire: questi sono i nostri miti, questa è la nostra cultura. Aveva puntato il suo obiettivo sull’oggetto, lasciando sullo sfondo l’uomo. Aveva teorizzato il sex appeal dell’inorganico. Ma alla fine l’oggetto ha perso. Ha vinto la massa, la gente, l’uomo senza qualità. Ha vinto il consumatore della zuppa Campbell. E’ lui il centro dell’universo. E’ lui il mito, è lui l’eroe, è lui, l’uomo del reality show, il simbolo della nostra cultura. Ha vinto l’uomo, ha perso la zuppa. Non è l’eroe di cartapesta e neppure di celluloide. E’ il virtuale che s’incarna nell’umano. Se Wahrol per nascere avesse aspettato qualche decennio non si sarebbe messo a litografare e riprodurre i volti di Elvis Presley, di John Wayne, di Che Guevara, Mao, Marilyn o Jacqueline Kennedy, ma quelli di Costantino o di Katia, di Taricone o della Canalis, di Briatore o di Naomi. L’unica star che si sarebbe potuto permettere era il grugno da naufrago di Adriano Pappalardo.

E’ per questo che quando andremo a Milano a vedere la mostra su Andy Wahrol e sulla Pop Art avremo nostalgia di quel mondo di star in confezione Blade Runner, faremo fatica a riconoscere nei macroscopici collages di immagini pubblicitarie di James Rosenquist qualcosa di diverso da ciò che vedremo per strada, per questo i cibi di cartapesta di Oldenburg non ci sembreranno una provocazione e ci chiederemo se il mondo di Lichenstein, l’amato Lichenstein, sia davvero un fumetto, o se la bionda con i capelli al vento non abbia il volto plastificato di una appena uscita dal chirurgo plastico. La Pop Art non può più essere l’espressione della nostra epoca. Forse bisogna fare un salto indietro o avanti, o magari tutte e due le cose insieme. L’America ha scoperto negli ultimi anni che la cultura popolare ha bisogno di bagnarsi nel classicismo: Superman e Spiderman devono incrociare e contaminarsi con il Talmud e i miti omerici. Lo sta riscoprendo anche l’Italia, che la cultura di massa non significa abbassare il livello dei contenuti per farsi leggere o vedere da tutti, ma portare le masse ad ascoltare Dante. Senza, con questo, trasformare la cultura in un Luna Park. Il futuro dell’arte popolare è tutto qui. Con la speranza che qualcuno sia stanco di mangiare zuppa Campbell. Neppure a Wahrol piaceva. Ma ha raccontato i miti che aveva.

La mostra su Wahrol è  curata da Daniela Morera, una donna che dal 1969 fino alla morte (1987) è stata vicina all’artista di Filadelfia. Qualcuno dice che è stata la sua ultima musa. Lei risponde: ero solo un’amica. Lavorava per “Interview”, la rivista di Wahrol. Lei ti racconta del Wahrol italiano, quello che andava in spiaggia a Fregene e si meravigliava della bellezza di tutti quei corpi nudi, belli, in massa, ognuno dei quali avrebbe potuto avere successo in televisione. E’ il Wahrol che si compiace di frequentare l’aristocrazia romana, che chiede di incontrare il Papa, che non nasconde il suo lato religioso. Il Wahrol che affitta una villa sull’Appia Antica e vive ormai alla fine della sua vita il suo quarto d’ora abbondante di celebrità. “Cosa ricordo di Andy? – ripete lei – Il modo geniale con cui riusciva ad essere banale”. E’ questo il segreto?

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mercoledì, febbraio 16, 2005

I capelli di Migone

di Miriam D'Ambrosio

No, non è un “impiegato della comicità”, e non lo sarà mai. Lo dicono i suoi occhi, i gesti, i capelli. Si, i capelli, che per Paolo Migone non sono un vezzo d’artista, ricci e scarmigliati, con il biondo cenere che cede il passo al grigio. Sono la sua essenza, lo rappresentano in pieno, tenerezza e follia, amarezza e genialità dell’improvvisazione, pane quotidiano per la sua arte. Paolo con le parole ci gioca, le inventa, le accarezza, le ribalta, le scompone, le usa come vuole, le accosta con armonia.

E giocando con visioni, pensieri e realtà, ha creato “Completamente spettinato”, regia di Riccardo Zinna, al Teatro Ciak da martedì 8 a domenica 13 febbraio. “E’ uno spettacolo molto sincero perché parlo della mia vita, la gente ci si riconosce e così io mi arricchisco”, dice Paolo. Tema dominante è il rapporto uomo – donna “che per me è sempre stato conflittuale. Sono anni che sono in prima linea  e ora reagisco, mi ribello – scherza serissimo – uscendo dal “domesticus” mi sono accorto di quello che subisco ogni giorno e ne parlo. Cerco di variare un po’ sul tema delle liti, sui motivi. Mi piace cambiare”. Intelligente, caustico, disarmante, Migone  è un cabarettista – attore con un grande senso dello spazio scenico, dettato dall’esperienza e dal grande amore per il teatro che lo porta a rinunciare a strade più facili per godere del calore e della risposta immediata degli spettatori. “Il teatro è il mio habitat naturale – aggiunge – e poi dico sempre che ci sono due strade per gli attori comici: una è continuare con la televisione che fa crescere smisuratamente il tuo ego, è gratificante, comoda, tutti ti riconoscono subito, ti lodano. Eppure restare sempre in tv per un artista è un errore. L’altra è la via più difficile, quella scelta da Antonio Albanese per esempio, che fa un lavoro molto più artigianale”. Mimo, attore per bambini, regista teatrale, autore: dalla sua Livorno è passato a Roma, con una puntatina in Svezia per poi arrivare a Milano. Nei periodi più bui vendeva i suoi disegni, ora colora le parole rivestendole di sensi nuovi, quasi svelandole agli spettatori, dalla Sicilia (dove è già stato in tournée con questo spettacolo) a Milano, a Roma (nel mese di marzo), a Bologna (a maggio) .

“Il problema dei cabarettisti è che di solito il pubblico vuole vedere “dilatati” i pezzi che ha visto in tv. Io li faccio, ma poi ci metto altro e comunque mi diverto. Gli spettatori più difficili sono quelli del sabato sera: i fidanzatini. Ridono alle battute più scontate”.

Paolo scrive i suoi testi (come usavano gli attori della Commedia dell’Arte) seguendo un “metodo istintivo”, nel senso che non lo sceglie, gli viene così, naturale. “Tutto parte dal fatto che non ho assolutamente memoria – spiega – io sono come una videocamera, mi restano in mente i particolari. Non ricordo nemmeno una canzone di Battisti, che adoro. Con un pubblico davanti riesco ad essere suggestionato e mi arrivano una serie di diapositive nella testa, io le chiamo “flashiate”. Racconto quello che vedo come fanno i bambini”. Surreale, malinconico giullare (ma non cortigiano), Paolo in scena non ha necessità di scenografie, è padrona la parola: “La gente dovrebbe immaginare quello che racconto”. Gli fanno compagnia delle statue disegnate da lui e realizzate dallo scultore Emidio Bosco. “Io le tiro giù dall’alto con una corda. Ci sono anche una campana e un’amaca e c’è una certa similitudine tra il palco e una nave. Le statue sono uomini e donne - “l’altra metà del gelo”, come dice lui – in metamorfosi continua, tra l’inquietante, il divertente, l’imbarazzante. Nel finale c’è un colpo di scena, anzi due. Ma non si può dire, si deve vedere!”.  
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giovedì, gennaio 20, 2005

 Marras, un antropologo in passerella

di Miriam D'Ambrosio

“Vengo da una terra dove ci sono le impronte di tutti i popoli che l’hanno attraversata: Arabi, Spagnoli, Portoghesi, Fenici, Romani. Io devo solo trovare queste impronte e riconoscerle”. Antonio Marras procede nel suo lavoro con la cura di un antropologo per le tradizioni popolari, attingendo dagli inesauribili pozzi di una memoria che si rinnova ad ogni racconto recuperato. Il forte senso di appartenenza a una radice, la nostalgia feroce del perduto, il viaggio, i ritorni e gli addii, la fuga: tutto è nel suo teatro di abiti, vestiti di anime vagabonde che si mettono in salvo sulle passerelle del mondo. Lui è stato sempre posseduto dalla “voglia di raccontare, di costruire una trama per tessere un tappeto di abiti”. “Sono uno che è stato “prestato” alla moda, mi sento così – dice Antonio – ho sempre coltivato dentro di me altre passioni altrettanto forti, come la danza, il teatro, il cinema, costanti fonti di ispirazione. Ricordo la prima volta che ho visto uno spettacolo di Pina Bausch, fu una folgorazione. Faccio un lavoro che mi permette di invadere gli altri campi che amo”. Per la collezione uomo autunno – inverno 2005 – 2006, Marras ha “rubato” lo spirito di un film del 1961, “Banditi a Orgosolo” del siciliano Vittorio De Seta, regista documentarista che scelse per l’occasione tutti attori non professionisti, ma veri pastori sardi. “Mi interessava la figura romantica del bandito, colui che combatte contro l’ingiustizia sociale – racconta Antonio – la trama non è quella del film: il mio bandito è fuggiasco per un delitto d’amore. Ha ucciso il suo rivale, lasciato la sua casa, la donna che ama, e sua mamma”. E durante la sfilata, in sottofondo, una voce femminile legge la lettera di una madre al figlio in fuga. Ma ci sono anche alcune strofe di “Hotel Supramonte” di Fabrizio De André, “un mio mito da sempre”, sottolinea Marras. E c’è il fuoco. Il fuoco come elemento che domina, protagonista del rito propiziatorio del giorno di Sant’Antonio abate, quando si saltano i falò. “E’ una festa grande, anche i banditi tornavano al paese e venivano catturati quasi sempre. Paesani e turisti, l’uomo mediterraneo scuro, barba incolta, e il tipo imberbe, chiaro, in tinte pastello”. Sulle magliette è stampata la faccia di un brigante, “un vero bandito dell’Ottocento”. “La tradizione orale è stata fondamentale per me – continua – non ho conosciuto nessuno dei miei nonni, ma ci ha pensato la mia tata a tramandare i “racconti di paura” sui banditi”. Una magia fatta di realtà e mistero che diventa stoffa, cuore, volto. Magia che invade ora anche il palcoscenico, perché Antonio ha pensato i costumi per l’ultimo spettacolo di Lella Costa, “Alice. Una meraviglia di paese”, che debutta mercoledì 26 gennaio al Teatro Archivolto di Genova, per la regia di Giorgio Gallione. “Con Lella c’è un rapporto di amicizia, ci siamo conosciuti durante una mia sfilata ispirata ad “Alice nel paese delle meraviglie”. L’abito che porterà in scena è composto da segni, da tanti frammenti di vita, appiccicati addosso, una sorta di cassetto pieno di ricordi da indossare”, di un passato che ci sta sopra, dentro e che portiamo a spasso sulla pelle. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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giovedì, gennaio 06, 2005

Genna Spa

Giuseppe Genna si muove con pazienza, come un ragno, nel mondo dell'editoria. E' un uomo che conosce i suoi orizzonti, la rete è la sua dimensione, sa dove dirigersi, conosce la fatica, è bravo ad applaudire e fischiare, gioca con i potenti, qualche volta li invita a cena. ha buone conoscenze. Sa dove sedersi nella comunità letteraria. Il suo blog, I miserabili, è un ottimo esempio di giornalismo culturale sul web. Lui forse non è simpatico, ma non importa. Ora Genna annuncia la nuova politica editoriale di Miserabili. Leggiamo:

Se siete Miserabili Lettori, l'avrete notato: la grafica e la distribuzione dei contenuti di questo giornale elettronico sono cambiate. Cambierà anche la tipologia degli articoli? Non nell'oggetto, ma nelle modalità sì.
i Miserabili diviene una delle pochissime testate nazionali dedicate integralmente e approfonditamente alla letteratura.
E' probabile che, in allegato (settimanale o mensile), prossimamente i Miserabili esca anche in formato pdf, impaginato con grafica a sé e stampabile su carta.
Non è detto che i Miserabili non approdi, in formato cartaceo mensile, in libreria e in edicola: sono in corso contatti, si vedrà.
i Miserabili, fondato e gestito dal sottoscritto, diventerà probabilmente multiautore (cosa che già è, solo che sono io a fare il taglia&incolla di pezzi altrui). L'invito a diventare un autore de i Miserabili sarà a mia esclusiva discrezione.
Cambia anche lo stile de i Miserabili: è terminata, a mia detta, una fase in cui, dallo stile paradossale si passava al rovesciamento dell'"opinione" attraverso iperboli. Ora si adotterà una concisione maggiore, in precisa imitazione dello stile delle recensioni giornalistiche di Pier Paolo Pasolini, recuperabili nel
Meridiano degli scritti critici. La concisione non significherà lettura piana. i Miserabili sviluppa un linguaggio tecnico a cui ci si abitua continuando a frequentarli.
Qui di seguito, le istruzioni per l'uso del lupo: il lupo, si sa, è un Miserabile.

 







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giovedì, gennaio 06, 2005


Peter Pan, lo specchio del Novecento

 di Vittorio Macioce

Seconda stella a destra e poi dritti fino al mattino. Neverland, l'isola che non c'è, è ancora da qualche parte, nei sogni, nelle utopie, di questi cento anni. Peter Pan forse non è invecchiato, ma ha qualche speranza in meno. Quando si è guardato allo specchio si è accorto, giorno dopo giorno, di
assomigliare sempre un po' di più al suo vero doppio, alla sua parte cattiva, al suo demone, a Capitan Uncino. Il Coccodrillo non la smette di battere il suo tempo e manda avanti la storia, con le sue pagine nere, le sue illusioni cadute, con tutto quello che si chiama vita. Wendy,
naturalmente, lo ha capito. È lei quella che in questo secolo è cresciuta di più. Spugna beve, come sempre. Campanellino ha avuto il suo quarto d'ora di celebrità, e vola come un prezzemolino tra un Grande Fratello e un'Isola dei famosi. Non è tempo questo, per credere alle fate. Noi, bambini perduti, siamo tutti invecchiati. Ci resta la nostalgia, malattia di questi anni, che ci fa tutti collezionisti di ricordi: dalle figurine Panini ai telefilm degli anni '80. Siamo come Peter davanti alla finestra chiusa dei suoi genitori. Nessuno, in fondo, è più nostalgico di lui. È strano, finito il
Novecento, e la sua corsa verso il futuro, ci siamo voltati tutti indietro, come naufraghi che si affannano a recuperare pezzi di quella che un tempo era una nave, carica di illusioni. E ti chiedi se nell'era del disincanto ci sia ancora posto per l'isola che non c'è. O, peggio, se tutto ciò che era
reale non sia diventato illusione, rifugio virtuale, gioco di specchi.
Era il 27 dicembre 1904 e al Duke of York di Londra va in scena «Peter Pan, o la storia del bambino che non voleva crescere». L'autore è James Mattew Barrie. Ha più di 40 anni, ma sembra un adolescente. Ha smesso di crescere all'età di 14 anni e arriva al metro e cinquanta. La sua storia assomiglia a quella di Peter. Il fratello maggiore David è morto mentre pattinava sul
ghiaccio. E lui si è sentito rifiutato da sua madre, come il figlio sopravvissuto, indegno, incapace di cancellare il lutto. Rifiutato. Da giovane Barrie ha lavorato come giornalista freelance per il Nottingahm Journal e per la St. James Gazette. Ha alle spalle un matrimonio fallito, una mezza dozzina di romanzi, un paio di testi teatrali e un saggio, My Lady Nicotine, in cui fa un elogio della nicotina come antidoto per il mal di testa. Nel 1902 aveva scritto un breve racconto in cui per la prima volta appare la figura di Peter Pan: The Little White Bird. Ma è in quella sera post natalizia che lui e il suo personaggio conquistano la fama. La storia di Peter Pan è un successo e verranno anni e anni di repliche. E due racconti: Peter Pan in Kensigton Garden e Peter and Wendy. Verrà anche altro. Peter Pan diventa uno dei simboli del Novecento. Non è solo una favola per bambini, ma un modo di essere, il rifugio di un'infanzia perduta, di un'età dell'oro dimenticata e soprattutto rappresenta quella paura di crescere che accompagna tutto il secolo. Peter Pan diventa così una
maschera e la ritrovi nella generazione on the road che cerca una fuga dalle responsabilità, dal matrimonio, dalla casa con giardino, dal posto in banca, da una vita che ha gli stessi occhi e la stessa noia dei padri.
Peter Pan è l'illusione del '68. È la fantasia al potere. È Il giovane Holden. È il
motivo per cui gli adolescenti leggono ancora Herman Hesse. È il volto di Michael Jackson e le sue mille plastiche, è Valentino Rossi che irride il pirata Max Biaggi, è il rigore sbagliato da Roby Baggio nella finale di Pasadena, la scelta inconsapevole di restare un campione incompiuto. È James Dean e Amici miei, è L'ultimo bacio di Muccino. È la Playstation rubata ai figli. È la prima generazione per cui giocare da adulti non è un tabù. È quella sindrome di Peter Pan che Dan Kiley teorizzò nel 1985 come malattia del maschio contemporaneo. È il Mark «Rent Boy» Renton di Trainspotting, il romanzo di Irving Walsh. È Achille che preferisce la gloria alla vita. È Arthur Rimbaud che a vent'anni smette di scrivere e uccide se stesso e la sua poesia, per continuare a vivere come mercante d'armi e di schiavi nei panni di Capitan Uncino. È la paura che non ti fa superare la linea d'ombra di Conrad. È forse il rifiuto della modernità, perché Peter è il dio Pan, il mondo della natura, il sogno di qualcosa d'incontaminato che sta fuori dalla storia, è
l'istinto selvaggio - con radici che portano a Rousseau - che rifiuta la civiltà dei grandi. È il sentirsi orfani di una fede, di una religione, di un'ideologia, di un mondo chiuso che ritiene caldo. È la madre che ha chiuso la finestra e ci ha lasciato in balia di un mondo che non c'è. E allora
quando tutte le grandi chiese ti hanno detto no ti rifugi nel tenero egocentrismo, un po' guascone, del bambino che non vuole crescere. Peter non sa cosa siano le regole, non si lascia ingannare dal tempo, e per lui l'esistenza è solo un gioco che dura in eterno. È insofferente quando Wendy
gli ricorda i suoi doveri e la fa ingelosire flirtando con Giglio Tigrato, l'amore senza problemi, l'amore esotico. Ma il rischio maggiore, in questa storia di paure e speranze, non è
invecchiare, ma subire l'unica metamorfosi possibile per Peter: diventare Hook. Capitan Uncino e i suoi pirati non rappresentano gli adulti, ma sono solo l'altra faccia di Peter, quella sopravvissuta a se stessa, quella che pensava di poter rimanere bambino in eterno, ma non si è accorta che stava
invecchiando. E ha perso i sogni, la fantasia, si affanna a volare ma non ci riesce, è carica di astio e di desideri non realizzati, cinica, disillusa, ossessionata dallo scorrere del tempo. Quella maschera che odia Peter perché rivede se stesso, ciò che voleva essere e non è stato. Capitan Uncino è uno
dei tanti Peter Pan che non ha saputo convivere con le proprie illusioni. Senza rinnegarle. Crescendo.

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mercoledì, gennaio 05, 2005

Maddalena Crippa e il Sud dell'Anima

di Miriam D'Ambrosio

A sud dell'alma, giù nel profondo dello spirito, dove vivono le passioni contrastanti, la lotta mai inutile, il dolore. Dove, nonostante tutto, è impossibile guarire dalla speranza. E amore, disperazione, perdita, diventano parola potente, incarnata nel corpo di un'attrice misurata e straripante, perfetta, statica e mobile.
Ferma sul palco Maddalena Crippa rende visibili i moti interiori dell'anima e, disarmata, entra piano nella parola nuda, se ne riveste, la restituisce pura. A sud dell'alma è la sua ultima creatura, ultima contaminazione fra teatro e musica, dopo Sboom!e Canzonette vagabonde, un lavoro collettivo svolto insieme a Letizia Quintavalle che ne cura la regia, e ad Alessandro Nidi a cui è affidata la parte musicale.
Nella scelta di autori, testi e canzoni, Maddalena è stata determinante: «Il taglio dello spettacolo è proprio mio, chiaro, diretto, intimo. Ho scelto autori del Sud America perché hanno la capacità di parlare con semplicità, nel rispetto totale per i sentimenti. Associo i Sudamericani ai Greci con il loro dàimon, non sono distanti. Ci dicono che puoi diventare fautore della tua felicità e puoi rendere feconde le tue relazioni con gli altri».
Pablo Neruda, Silvio Rodriguez, Eduardo Galeano, Xavier Mantsalvatge, Mario Benedetti, Mariangela Gualtieri, Violeta Parra, Daniel Viglietti, Eladia Blasquez, Feliz Luna e Ariel Ramirez: un lavoro di setaccio iniziato un anno e mezzo fa, un percorso dentro l'anima intera «che va di pari passo con la mia crescita personale - aggiunge Maddalena - il mio crescere come attrice procede con il mio crescere come donna. Continuo la mia ricerca, la mia voglia di parlare dell'amore per la vita, per l'essere umano come creatura sociale. A questo occidente ricco e infelice propongo uno spettacolo confortante». Confortante perché supera il dolore attraversandolo, resistendo al vento, cantando comunque un costante inno alla vita «che mi ha dato tanto». Cita Violeta Parra: «Mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi, mi ha dato il cuore che si agita nel suo spazio, mi ha dato le risate e il pianto». E la felicità e il fallimento, la nascita e la morte di un essere umano o di un amore, sono il tessuto dei giorni, da indossare, da celebrare in ogni caso. «È stata Letizia a portare in questo spettacolo le parole di Mariangela Gualtieri - continua l'attrice -. A sud dell'alma ha il valore di un incontro vero, autentico, di un'intesa forte con Letizia che ha accettato di seguire questo mio cammino. La Gualtieri me l'ha fatta conoscere lei». L'infanzia da preservare, l'innocenza del cuore che non trova direzione, la tristezza di un affetto perduto, l'angoscia di una giovane donna che sceglie di annullare nel mare il dolore, la tenera ninna nanna per un bambino di colore, tutto pulsa sulla scena, vibra forte nella voce e nel corpo di Maddalena, leggera come respiro, solida come terra nello spazio scuro del palco illuminato da una grande luna giallo-arancio che è anche sole al tramonto di un giorno di fatica, o alba di un giorno nuovo intriso di speranza. A sud dell'alma ha debuttato a Milano, al Filodrammatici, e ora è in viaggio verso altre città italiane, in una tournée lunga, perché «questo spettacolo voglio godermelo fino in fondo».
La sua vocazione al palcoscenico Maddalena Crippa l'ha sentita e capita presto: aveva dodici anni quando il padre la coinvolse in uno spettacolo (di cui era il regista) messo in scena in un oratorio maschile e femminile della sua Brianza. «Presi una papera e provai un'emozione così violenta da sentire che quella era la mia strada - racconta -, il mio incontro con il teatro è stato scevro da ogni miraggio, non ho mai pensato, come molte ragazze oggi, di passare per le facili vie dell'apparizione televisiva». Poi arrivò Strehler. Maddalena esordì ne Il Campiello di Goldoni. Aveva diciassette anni.

postato da: mercuzio10 alle ore 23:07 | Permalink | commenti
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