Dario Fo alla descoverta delle Americhe
di Miriam D'Ambrosio
Un uomo semplice, eroe o antieroe suo malgrado, un montanaro che attraversa l’oceano, dietro a un destino vorticoso che lo spinge verso imprese che non avrebbe mai sognato di vivere. “Johan Padan a la descoverta de le Americhe” è un uomo del XVI° secolo che incontra i cannibali, si improvvisa medico e sciamano, insegnerà il Vangelo agli Indios e la sua storia sarà raccontata da bocche diverse di marinai e “zozzoni di truppa”, quei “nullagonisti” che equivalgono a un coro. Scritto e diretto da Dario Fo, “Johan Padan” rivive nei racconti portati sul palco da Mario Pirovano, al Teatro Carcano dal 26 al 30 aprile. Sono cinque anni che Pirovano vive questa avventura, portandola in Italia e all’estero (Londra, Buenos Aires, Madrid, Vancouver, Melbourne e ultima, Hong Kong), e “si è tradotto il testo in inglese, recitandolo in tutti i luoghi possibili – racconta il nostro Premio Nobel – in Cina è stato un trionfo, la situazione di sfruttamento che trovavano rappresentata era vicina alla loro. Mario ha imparato a Londra la lingua popolare, ha appreso l’inglese dai matti perché lavorava in un manicomio, e così ha ottenuto vivacità e credibilità, trasportando il racconto da un linguaggio composito, fatto di lombardo e veneto, a una lingua che contenesse gli stessi umori. E lo slang londinese, quello delle periferie, è perfetto, è fatto di suoni, è l’onomatopeica in inglese”. “Ho osservato i marinai sul Tamigi – interviene Mario – il loro modo di parlare, il gergo. Mi sono fatto spedire da Londra manuali di marineria che risalgono al Cinquecento, al Seicento e ho imparato alcuni modi di esprimersi”. Ha imparato per costruire uno spettacolo che, nel tempo, ha acquistato in “leggerezza e semplicità”, come dice lui stesso. Un testo scritto dal suo “maestro” con cui mantiene da ventidue anni un rapporto bellissimo, filiale, e che cura la regia, seguendo un Johan diverso da quello che lui (Dario) portò per tre anni nelle piazze d’Italia. Un giullare con uno stupore infantile intatto, meno “sulfureo” del suo “padre spirituale” che aggiunge: “Mario è uno di quegli attori che si accosta a un testo con umiltà e che si rende conto che andare sopra le righe è distruggere il testo stesso e il ritmo. Pirovano sa che il segreto è quello di riuscire a respirare con lo stesso andamento del pubblico. Se oggi fa l’attore lo deve a Franca che lo sentì mentre raccontava “Mistero buffo” ad amici e capì il suo talento”.“Stabilire una sintonia con gli spettatori è fondamentale – dice Mario – all’estero, specie a Hong Kong, ho avuto applausi ed entusiasmo che mi hanno sorpreso. Dopo cinque anni è sempre stimolante far vivere questo testo”. Johan Padan, un uomo antico e contemporaneo con la sua odissea, un “figlio del sole che nasce”, come lo chiamano gli Indios. Uno che insegna loro la parola di Cristo portata dai conquistatori, che “sa che il Vangelo non divide amore fisico e spirituale – conclude Fo – e che considera l’amore, la sensualità, il piacere, come dono di dio. E comprende che è l’amore il significato della vita secondo i Vangeli”.



