giovedì, agosto 31, 2006

UNA GENERAZIONE INDECISA A TUTTO
di Vittorio Macioce

C’è una terra dove gli uomini non sanno scegliere. Qualcuno può pensare che sia una delle tante città invisibili di Calvino o un viaggio di Gulliver. Questa terra invece è molto più vicina e la gente che ci vive passeggia con te lungo le stesse strade, negli uffici dove lavori, davanti alla mappa della metropolitana, mentre segue con il dito le linee gialle, verdi o rosse. È la ragazza con cui stai a cena incantata davanti alla carta del cibo che dopo un quarto d’ora di ipotesi e ripensamenti ti chiede: «Tu che prendi?». E in quel momento vorresti ucciderla. È il neo laureato su cui cade la vera domanda metafisica di questi tempi, che non ha nulla a che fare con Dio, l’origine dell’uomo, il principio o la fine: «Cosa farai da grande?». Lui, l’ex studente, ti guarda e come il computer di Douglas Adams in Guida galattica per gli autostoppisti (Mondadori) risponde: «La risposta a tutto è 42. Se non vi sembra una risposta soddisfacente, è perché non conoscete la formulazione esatta della domanda».
L’eroe di questa terra e di questi tempi si chiama Dwight B. Wilmerding, ha ventotto anni, una buona famiglia alle spalle (i genitori divorziati da poco, un’amata - anche troppo - sorella maggiore, Alice). È laureato in filosofia e risponde all’help desk del colosso farmaceutico Pfizer. Vive a New York insieme a tre amici, ha una ragazza molto bella, si impasticca parecchio ed è indeciso a tutto. Non sa scegliere cosa mangiare, cosa fare, con chi stare, dove andare. Come Rosencrantz e Guildenstern prima di qualsiasi scelta si limita a lanciare in aria una monetina (ma per i due servitori di Amleto, nel testo di Tom Stoppard, la moneta diceva sempre croce).
Dwight è il protagonista di Indecision, il romanzo di Benjamin Kunkel. Il suo ritratto è più o meno questo: «Mi sentivo più lento che stupido, e avevo il sospetto che quello fosse sempre stato il mio problema. Forse il mio metabolismo temporale lento non era attrezzato per digerire efficacemente la vita moderna; o postmoderna».
DWIGHT VS OBLOMOV. La malattia di Dwight è una forma di abulia cronica. Kunkel, l’autore, si racconta come testimone della nascita di una nuova razza umana, precaria e metropolitana, con pochi interessi e nessuna passione, in cui la libido è ridotta e il senso di responsabilità non esiste. La soluzione, suggerisce il romanzo, è un farmaco, l’Abulinix. Il suo principio attivo è una truffa. L’Abulinix infatti è un placebo e il sospetto è che funzioni come una qualsiasi ideologia. L’abulia di Dwight ricorda un suo antenato del XIX secolo, Il’jà Il’ic Oblomov, l’eroe di Goncarov. Oblomov è ozioso come solo un filantropo in tempi di mercantilismo può esserlo. Il suo non è ozio, ma è un lento vagare dell’anima, è il torpore di chi guarda, con gli occhi semichiusi, l’agitazione inutile del mondo, senza esprimere giudizi, ma rallentando i ritmi del cuore per poter sognare.
Oblomov evoca la parola oblomok, scheggia, frammento. Un termine forse rubato da una lirica pubblicata da Evgenij Baratynskij nel 1842: «La superstizione: questa scheggia di un’antica verità. Crollò il tempio e in quelle rovine il postero legge un muto enigma privo di senso». Dwight e Oblomov vengono da un mondo che ha visto crollare i suoi templi. Ma fra di loro c’è la differenza del tempo. Dwight è un Oblomov che ha attraversato il Novecento. L’abulia dell’eroe di Goncarov nasce da un annichilimento della volontà. Il pallido eroe di Kunkel ha frantumato il pensiero. Non sceglie non perché non vuole scegliere, ma semplicemente perché non sa scegliere. Dwight ha troppi desideri, troppe suggestioni, ma non ha identità. In un mondo frantumato l’io deve essere forte, ma la filosofia di Dwight, e dei suoi cloni, ricorda il modo in cui Hegel liquidò il pensiero di Shelling: una notte scura in cui tutte le vacche sono nere.
IL LICENZIAMENTO DI ADAMO. La generazione di Dwight ha subito il tradimento di Dio. Quando Adamo fu cacciato dal paradiso terrestre, il creatore lo liquidò con un patto-maledizione: ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte. Il lavoro era fatica, ma anche l’ormeggio dopo l’addio all’Eden. Dio strappava Adamo dall’assoluto e lo faceva cadere nel mondo dell’incertezza, alla navigazione senza bussola. Il lavoro avrebbe contribuito a definire la sua identità. La società chiusa, tradizionale, era radicata alla terra. L’uomo si identificava con il suolo, con i confini dei campi, con la venerazione dei padri. Il passaggio successivo è la piazza, luogo di scambi e di opinioni, dialogo e commercio, politica e denaro. È la nascita della polis, il passaggio dalla comunità alla cittadinanza. La modernità s’identifica, come luogo, con la fabbrica, che segna l’ingresso delle moltitudini nella storia, l’emancipazione dell’operaio massa.
Dwight, che ha studiato filosofia, queste cose le sa. Pensa di essere arrivato tardi all’appuntamento con la storia. E ha nostalgia di qualcosa che non ha conosciuto. Ha capito comunque che il principio d’identità, al tramonto della modernità, è il call center, il santuario del Dio dell’incertezza, il lavoro come dimensione precaria della vita, qualcosa che non ti accompagna dalla culla alla tomba, ma limita i tuoi orizzonti al quotidiano. Dwight non vede il futuro, non ricorda il passato e ha un’idea del presente confusa e frammentaria. E a un suo amico chiede: chi possiamo incolpare per tutto questo schifo? «Potremmo incolpare la generazione immediatamente precedente. Etichettandola come malvagia usurpatrice di un regime buono e giusto durato per un lunghissimo tempo. E poi potremmo ucciderli».
ITACA ADDIO. Le relazioni che regolano la terra di Indecision si basano sul principio della liquidità di Zygmunt Baumann. La famiglia non garantisce più stabilità, la comunità di amici ha le stimmate dell’adolescenza infinita, i sentimenti sono un universo ambiguo. Le donne di Indecision pensano, amano e si muovono come cloni di Sex and the City e come Bibbia hanno Vanity Fair. Le ragazze sono quasi per definizione bisex. Ed è una scelta che non ha nulla a che fare con l’omosessualità. L’amore saffico è solo un’alternativa al «piacere maschile».
Dwight avrebbe poi anche serie difficoltà a definire cosa sia un essere umano. Come tutti sembra interrogarsi sul grado di coscienza e di vita dell’embrione. Nutre dubbi sulla selezione genetica, ma ha fiducia nelle capacità biotecniche della scienza (non nella sua etica). Ha letto abbastanza fantascienza da poter disquisire per ore sulle conseguenze della clonazione, parlando di doppio, immortalità, identità. Ma non ha idea di dove finisca l’uomo e cominci il post-umano.
Benjamin Kunkel ha definito se stesso e i personaggi del suo romanzo «indecisi a tutto». Il commento rubato su un blog di una sua coetanea: «Tu pensi che il nostro problema sia navigare. Credi che siamo troppo immaturi per affrontare il mare aperto. Tu ci accusi di non avere il coraggio di Ulisse. Nulla di tutto questo. Il problema non è il mare, ma la casa. Non sappiamo dove e cosa sia quell’isola chiamata Itaca».

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lunedì, marzo 27, 2006

Salman Rushdie e l'islamismo totalitario

Il Kashmir era il paradiso. L'estate di Salman Rushdie cominciava a luglio, quando partiva per la terra di suo padre. Era un bambino annoiato di Bombay, che cercava le montagne oltre le grandi pianure. Era il luogo del sogno. «Il Kashmir - racconta Rushdie - nasconde qualcosa di magico. Quando gli indiani della città arrivano lì, scoprono la neve. Scendono dall'aereo e guardano i cumuli ai bordi della pista. È neve sporca di asfalto e cherosene, ma loro si inginocchiano, la afferrano e la guardano come fosse oro.  Il Kashmir è l'Islam che non ha tabù. L'erotismo delle donne è arte antica. È qui che Sherazade ha rubato le sue storie e le ha raccontate per mille e una notte al nobile Shahriyàr. Chi vive qui guarda all'India e all'Islam con lo stesso sguardo distante, un atteggiamento che si riduce a tre parole: lasciateci in pace».
Le storie di Shalimar il Clown (Mondadori, pagg. 400, euro 18,50) hanno il profumo del Kashmir, sanno di amore e di oblio, di tradimento e passione. È la storia di un clown che vuole volare e di una ballerina che lo sprofonda nell'abisso.  È la storia di un clown che diventa terrorista per vendetta, per rabbia, perché l'amore che s'infrange non fa prigionieri. Sono le storie, di terrore e identità, di personaggi che attraversano il secolo e il mondo con in tasca sempre la stessa domanda. È la domanda che assilla ebrei e musulmani, ambasciatori a stelle e strisce, vergini pandit e irrequiete meticce che hanno paura di sognare.
L'orgoglio dell'identità, l'illusione dell'identità, la maledizione dell'identità, un demone che tormenta tutti, tranne i falsari.
Salman Rushdie il reietto, l'apostata, l'uomo colpito dalla fatwa, che fugge una condanna a morte compagna di vita, sta comodamente seduto su una poltrona dell'hotel Bulgari a Milano. Da tempo ha imparato a sorridere dell'Islam e dei suoi spettri. Forse gli scrittori come i falsari non hanno l'assillo dell'identità. Rushdie non ha pene d'amore. Non ha vendette. Ha vissuto molte vite, più di quanto sia lecito immaginare. Ha il cinismo giusto per non chiedersi più: chi sei? 

Chi è Salman Rushdie?

«È un personaggio complesso. È originario del Kashmir, ma è cresciuto a Bombay. È un musulmano che ha saputo integrarsi in Gran Bretagna. È un cittadino di New York, un padre, un marito, uno scrittore, un tifoso del Tottenham, che in America ha scoperto il baseball, uno insomma confuso anche dal punto di vista sportivo. E sì, d'accordo, uno che ha anche imparato a convivere con la fatwa e sta bene con se stesso».

Tutti i suoi personaggi, invece, sono in crisi d'identità. 

 «È vero, loro più di me riflettono lo spirito del tempo. Tutti hanno bisogno di ritrovarsi. Shalimar ha il sogno del volo, che è una definizione ma anche una fuga. Noi stiamo vivendo in un'era in cui la ricerca dell'identità è diventata una questione centrale. Siamo precari, indefiniti, indefinibili, senza certezze e con orizzonti che sono troppo grandi per il nostro piccolo cuore. La paura del vuoto genera fanatismo».

La soluzione?

«La soluzione, appunto?».

Trovare identità forti.

«È un'illusione, un'utopia. Non è più possibile identificare qualcuno con un solo aspetto. Dobbiamo arrenderci alla bellezza, e alla libertà, dell'uomo politeista. Non nel senso di un uomo che crede in numerosi dei, ma di un uomo che convive con le sue molteplici identità. Non è più vittima di una definizione monocromatica di se stesso. Quest'ansia di appartenenza ha conseguenze politiche drammatiche. La monoidentità esclude la tolleranza».

Benedetto XVI è stato definito un Papa dell'identità. Magari questa è la chiave di lettura per trovare il dialogo con l'Islam? 

«Non credo. Anche se non seguo con attenzione le parole del Papa. Diciamo che non è uno dei miei interessi quotidiani...».

Shalimar, il clown, diventa terrorista per un amore tradito.

«Shalimar è un terrorista finto. Non ha ideali. Non agisce per idologia. L'obiettivo della sua vita è prendersi la sua vendetta. Il suo obiettivo è l'uomo che ha rubato l'amore della sua donna. Sceglie di entrare in un gruppo di fanatici solo perché il loro obiettivo coincide con il suo. Shalimar è un uomo d'onore colpito nel suo orgoglio.  Non accetta l'immagine di maschio sconfitto. Quando incontra la madre alla vigilia dell'attentato si lamenta e dice: “sei fortunata a non essere uomo. Non ti sentirai mai così umiliata”. E lei risponde: “Sei fortunato a non essere donna, così non devi vedere tuo figlio morire”. Ma quello di Shalimar non è il ritratto di un terrorista. Il vero figlio del terrore è il fratello Anis, ispirato dal nazionalismo, dalla fede religiosa, dall'ideologia. Shalimar è un figlio del passato, una vittima della tradizione. Anis è figlio del suo tempo, del nostro tempo».

Qualche tempo fa lei ha firmato il manifesto dei dodici.

«Sì, dopo la pubblicazione delle vignette».

C'è scritto: dopo aver vinto il fascismo, il nazismo, lo stalinismo, il mondo ha di fronte una nuova minaccia globale di tipo totalitario: l'islamismo.

«Le suona strano?»

L'islamismo è totalitario?

«Quello politico sì. È un'ideologia totalitaria che usa in modo mediatico la figura di un super-leader carismatico. L'opinione pubblica occidentale fatica a rendersi conto di questo.  La vedo titubante, sempre preoccupata di offendere il sentimento religioso di chi usa Dio come scusa per il terrore. Siamo arrivati a mettere sullo stesso piano le vignette satiriche e le intimidazioni, le minacce. È assurdo dire: “Vabbè, ci minacciano, ma li abbiamo provocati”. Si confonde il cattivo gusto con la violenza».

Ma lei le vignette le avrebbe pubblicate?

«Ne avrei pubblicata solo una, perché è l'unica davvero divertente».

Quale?

«Il Profeta parla a un kamikaze pronto a morire:  “Fermati, ho finito le vergini”. Mi fa ridere e come direttore l'avrei pubblicata. Le altre erano un po' tristi come umorismo».

La Turchia voleva processare Orhan Pamuk per aver parlato del genocidio armeno. È questa la Turchia che vuole entrare in Europa?

«Speriamo di no. Il caso è archiviato e Pamuk non finirà in carcere. Ma resta assurdo che nel codice penale turco ci sia una norma che vieti di dire la verità».

Salman Rushdie ha mai cercato il paradiso?

«Qualche volta».

E l'ha mai trovato?

«Tanti anni fa. Nel Kashmir».

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martedì, maggio 31, 2005

Intervista a David Leavitt

Un americano nella maremma toscana

di Vittorio Macioce

È stato per anni nascosto su un colle della Maremma toscana, un borgo medioevale di mille persone, rimpolpato da un manipolo di inglesi e americani che come Machiavelli s'ingaglioffano con le carte e il vino. David Leavitt due anni fa viveva ancora a Semproniano, provincia di Grosseto, un piccolo pezzo di storia tra le colline e il mare. Se si viaggia per qualche chilometro, circa nove, verso sud s'incrociano le terme di Saturnia. Semproniano è un buon rifugio dell'anima. È qui che Mario Luzi passava le estati del primo Novecento,  a casa dei nonni.
David Leavitt è arrivato qui per amore del suo uomo e ci è rimasto un paio di stagioni. Ora è tornato a vivere in Florida. Anche lui è finito a insegnare scrittura creativa. Se in questi giorni è in Italia è solo per presentare il suo ultimo romanzo, Il corpo di Jonah Boyd (Mondadori, pagg. 232, euro 16,50), al Massenzio di Roma.
Ventun anni fa, era il 1984, un ragazzo di 23 anni viene scovato a Palo Alto da Stanley Flint, una superpotenza tra gli editor americani. Leavitt pubblica una raccolta di racconti:  Ballo di famiglia. Lui è ebreo, laureato a Yale e gay. E racconta vita, amori, estetica, passioni della comunità omosessuale yankee. Il primo racconto è la storia del suo coming out, la rivelazione delle sue scelte sessuali a padre, madre, amici, famiglia. Per i critici è una mezza rivoluzione, su cui cade in fretta un'etichetta, che diventa moda. In Italia Fernanda Pivano parla, in un articolo sul Corriere della Sera (5 febbraio 1986) di «postminimalismo». Leavitt finisce nello stesso calderone di Jay McInerney (Le mille luci di New York), Bret Easton Ellis (Meno di zero), Tama Janowitz (Un padre americano). Non hanno tantissimo in comune, tranne l'età. «Il minimalismo - racconta ora Leavitt - è un concetto che ognuno interpreta a modo suo. Non so se è mai stata una corrente letteraria. Ma se lo è stata io non ne faccio parte. Trovo incantevole la scrittura di Mary Robison. Qui da voi è uscito un suo libro, Dimmi (Minimum fax), di cui ho scritto la prefazione. Bellissimo, ma io non scrivo come lei».
Il successo, quello da copertina,  è durato un lustro. Poi Leavitt è fuggito dal rumore americano, dalle riviste patinate, dai salotti televisivi e, soprattutto, da New York: «È una città che non amo. Ci sono tante, troppe voci. E io non riesco a sentire la mia». La narrativa americana ha messo sul mercato nuovi astri, nuovi enfant prodige: «So che a Roma c'è Jonathan Safran Foer, ma ancora non ho letto il suo secondo romanzo». David ha continuato a scrivere, senza il clamore degli anni Ottanta: «Sono stato fortunato. Sono riuscito a sopravvivere al mio quarto d'ora di celebrità.  Ero molto giovane e non è stato facile. Parlavano tutti di me. Avevo conosciuto Flint quando avevo 19 anni. Era stato appena licenziato dalla famosa rivista e non ancora assunto dal famoso editore. Viaggiava da un'università all'altra con il suo celebre seminario di scrittura creativa, quattro ore, una sera a settimana. Su di lui circolavano varie leggende. Si narrava che chiedesse agli studenti se fossero pronti a dare un braccio o una gamba pur di scrivere una riga bella quanto quella d'apertura di Ritratto dell'artista da giovane.
Si diceva che avesse con sé una pistola e sparasse un colpo ogni volta che uno studente leggeva una frase che lui giudicava formidabile».

 

L'incontro con il suo editor Leavitt l'ha raccontato in Martin Bauman, pubblicato in Italia due anni fa. E qualcosa di Flint, forse, c'è anche nel suo ultimo romanzo. Il corpo di Jonah Boyd è la storia di una famiglia che nasconde i suoi dolori sotto un velo d'ipocrisia. La voce che racconta è la segretaria-amante del capofamiglia. È uno scrittore che perde il manoscritto della sua vita e di un ragazzo che scopre talento e fortuna proprio grazie a quel manoscritto.  «Il successo è un mistero strano - sussurra Leavitt -. È fatto di tre componenti: talento, volontà e ambizione. Ho conosciuto allievi baciati dagli dèi, ma troppo pigri o poco ambiziosi. E hanno fallito. Ma continuo a credere che la beffa peggiore sia la volontà senza il talento. Ne ho visti tanti, e ogni volta mi sono chiesto: perché gli dèi sono così duri di cuore».
Judith, la segretaria, è una donna giovane, ma sovrappeso e senza gusto. Eppure ogni sua parola, ogni suo gesto, è sensualità e seduzione.  «È un personaggio nato in Italia. Alle terme di Saturnia incontravo spesso una coppia, lui di una certa età, lei sui trent'anni, finlandese, credo. Non si truccava, aveva chili di troppo, eppure non ho mai visto una donna così... Non so come dire. Un concentrato di sesso, assoluto. Per uomini e per donne». La famiglia è un tema che torna sempre più spesso nel romanzo americano post-Novecento. È caro a Leavitt, dalle origini, da quando scriveva Ballo di famiglia e La lingua perduta delle gru. «La vita a Semproniano mi ha fatto capire cosa manca a noi americani.

Non abbiamo una nostra Itaca dove tornare. Non c'è un luogo che valga come rifugio. La nostra famiglia è troppo allargata, sfibrata, dispersa. Siamo pieni di sorellastre e fratellastri con cui cerchiamo di fare, come si dice in Italia, bella figura. Nel mio ultimo romanzo la famiglia fa di tutto per non conservare la casa dove sono cresciuti. Diventa un'ossessione. È la ricerca disperata di un luogo dell'anima che non avremo mai. In Toscana vedevo lo sguardo degli emigranti che tornavano in paese.  Quelli di Semproniano vivevano tutti a Hershey, che in America è la patria del cioccolato. È la marca più conosciuta, come da voi Perugina. Tornavano carichi di questi cioccolatini che distribuivano ovunque. Quelli che erano rimasti mostravano lo stesso sorriso che si concede ai vecchi zii un po' andati. Loro, gli emigranti, avevano gli occhi di Babbo Natale. Ecco, io un giorno vorrei avere quegli stessi occhi».
Le storie di gay non sono più al centro dei racconti di Leavitt. Non ne ha più bisogno,  forse. O, come dice lui, è solo una questione di mercato: «Gli editori non pubblicano più romanzi che parlano di omosessualità. Non vendono. Anche perché tutto quello che c'era da raccontare l'abbiamo raccontato. Servono nuove strade». Lo dice lui che nel mondo è stato ciò che Pier Vittorio Tondelli è stato per l'Italia: «Era un talento immenso. Ma è morto troppo presto. I suoi romanzi sono belli, ma sono convinto che il suo capolavoro doveva ancora scriverlo».
Leavitt ha 44 anni e appartiene alla generazione che ha visto morire buona parte dei suoi amici di Aids. «Quando si è cominciato a parlare del virus avevo 18 anni. Chi aveva dieci anni più di me non ha avuto difese. Non sapeva nulla dell'Hiv ed è stato spazzato via. Quelli della mia età sono stati attenti. Sapevano che il sesso era un rischio e, in gran parte, si sono salvati. Molti ragazzi ora pensano che l'Aids non sia più un pericolo. Siamo tornati all'età dell'incoscienza».
Era il 1997. David Leavitt viveva a Roma e il suo nome è finito tra le pagine della cronaca nera. Uno dei suoi amici viene trovato morto nel suo appartemento.  Il corpo viene scoperto otto ore dopo. Aveva invitato a casa un ragazzo extracomunitario per una notte. «Lì ho fatto amicizia con i vostri carabinieri. Mi hanno interrogato a lungo. Ed è normale visto che conoscevo bene la vittima. Questa storia è diventata uno dei racconti di La trapunta di marmo. E lì parlo molto di Aids». Com'erano i carabinieri? «Simpaticissimi». Ma conoscevano David Leavitt? «Non lo so. Ma dopo l'intervista mi hanno offerto un caffè».

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giovedì, aprile 07, 2005

Il portiere di Bellow

Uno dei personaggi di Saul Bellow è capitato per caso a via Negri, la sede del Giornale. Magari non lo conoscete, ma potete trovarlo stravaccato in portineria. Si chiama Vittorio e ha avuto due mogli e un amante. E una serie infinita di libri. E' il mio lettore preferito, uno di quelli che dà senso a ciò che scrivi. Ma soprattutto è un uomo ripudiato dal mondo, che continua a parlare del mondo. Ha un'opinione intelligente su tutto, condita con qualche volgarità e una voce dolente, senza speranza, di chi ha capito che la vita ti incula e continua a incularti. Vittorio pensa che il mondo dell'informazione ci abbia rincoglionito. E l'umano è diventato poco umano o troppo umano. Vittorio ha un'ammirazione sconfinata per il talento, per gli uomini che hanno molte donne e per il suo sesso nei pantaloni. Vale la pena di conoscerlo. Su La rivista dei libri, la versione italiana di The New York Review of Books, c'è un saggio su Gli eroi comici di Saul Bellow di Charles Simic che spiega perchè il Nobel ebreo sarebbe finito in un bar notturno milanese ad ascoltare la vita di questo portiere filosofo. "È la voce - scrive Simic - piuttosto che le trame, nei romanzi di Saul Bellow, a restarmi ben impressa nella mente. I suoi personaggi non agiscono molto. Parlano a non finire, soprattutto a se stessi. In lunghi, divaganti e buffi monologhi si scaricano dei loro guai in un misto di rude linguaggio da trivio e libresco filosofare. Al pari di quegli oratori improvvisati – che ascoltavo da giovane, a Chicago, in Bughouse Square – essi danno sfogo a centinaia di lagnanze ed esprimono stravaganti opinioni su ogni cosa, dalle donne alla politica del governo. Sono cervellotici, egocentrici, perpetuamente fissati su qualche torto da loro subito, e in costante stato d'agitazione. Alla base dello humour di Bellow c'è che il protagonista è, di solito, uno che ha fatto un enorme pastrocchio della propria vita. Questa è sempre stata la comica concezione che l'autore ha dell'umanità. Gli eroi tragici se la prendono solo con gli dèi, quelli comici bisticciano in famiglia e sognano di pareggiare i conti con i loro nemici, reali o immaginari".

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giovedì, marzo 31, 2005
La poesia è più viva del romanzo
Mario Santagostini
Può essere solo una predilezione. Ma, riflettendo sulle nostre ultime stagioni letterarie, i buoni o eccellenti (quando non memorabili) libri di poesia risultano assai più ricorrenti dei romanzi. Forse c’è una ragione elementare, tecnica: quando leggo l’ultima raccolta di Luzi, Zanzotto o Raboni (maestri che hanno pubblicato versi negli ultimi anni), la colloco nella mia memoria di lettore, la confronto con l’opera anteriore, registro inedite sfumature. Il libro di poesia apre itinerari e, nello stesso tempo, fa rileggere il passato dell’autore in una luce nuova, lo investe d’un senso inatteso. È sorprendente, dunque. Ma ciò illustra la (privilegiata?) fenomenologia del lettore di versi, e nulla dice sul fatto che i romanzi, oggi, non sono quasi mai sorprendenti, e quelli italiani meno ancora. Qualche idea in proposito la suggerisce George Steiner, secondo il quale la scrittura si rivelerebbe sempre più inadatta a fornire rappresentazioni organiche del mondo: altre forme culturali ne prenderanno, già ne hanno assunto il ruolo. La scienza, per esempio. O la musica. Dunque, nulla di strano se l’opera verbale, specie in prosa, decade, la sua tensione s’infiacchisce, l’universo descritto è piatto. È una teoria affascinante: indica la palingenesi della letteratura, un suo destino possibile. Ha il difetto che, come ogni teoria onnicomprensiva, mai verrà contestata (direbbe Popper: non sarà mai falsificabile) e rimane lì perfetta, indiscutibile. Assumiamola, allora, come una splendida architettura e torniamo a chiederci: perché questa diffusa sensazione d’una narrativa debole, mai memorabile? Io, lettore, non dovrò scordare di vivere in un’epoca chiamata postmoderno il cui statuto, in estrema sintesi, consiste nella sostituzione dei vari principi di funzionalità con quelli del piacere, del godimento. Da qui la tensione al consumo visivo istantaneo, a esaltare edonisticamente il presente ornandolo, caricandolo con vestigia, citazioni e narrazioni del passato, a mischiare stili antichi e moderni, alti e bassi. Confondendo l’inarrivabile e il corrivo in una sorta di presente assoluto, riassuntivo, accattivante e triturante. E il postomoderno, di fatto, lo si guarda: nelle città riprogettate alla luce (sospetta?) del piacere. Lo si “sente”, interiorizza. È uno stile di vita, prima che di pensiero. Mi chiedo: esiste “da noi” una narrativa capace di raccontarlo, il postmoderno? Forse no, forse lavora nei suoi confronti una sorta di fascinazione provinciale, un’ingenua curiosità che impedisce ai narratori nostrani di fare come (per esempio) Don DeLillo o Jonathan Frenzen: illustrare l’epoca da un punto di vista alto, ironico, cattivo. Travalicando proprio quel presente assoluto e riassuntivo. Ma ciò vuol dire: rileggere l’epoca con l’astiosa lucidità di chi ne coglie l’orrore, la tragicità destinale. Con una perplessità, uno sdegno che sembrano, invece, assai distanti dai nostri. Da qui l’assenza di forza raffigurativa, l’adesione molle a improbabili protagonisti. E la tendenza a esaltarsi nella pura scrittura, a tentare la grande pagina. Riannodando gli antichi filoni antinarrativi da sempre latenti nelle nostre storie letterarie. Senza rendersi conto che un mondo-contenitore di segni, riscritture e storie da consumare a breve saprà divorare con lieta nonchalance tutto, e in quel tutto ci saranno anche le pagine grandi, e le grandissime. Manca, insomma, un affabulatore forte e frontale del nostro male, delle nostre dannazioni. Un Moravia del postmoderno. Non è un caso, credo, che vari narratori stiano (a turno) riscoprendo la memoria degli anni ’40. Quando il male lo si vedeva. Ma è un male consegnato o da riconsegnare alla storia. Non quello ottuso, diffuso della vita presente. Forse, da questo punto di vista, la poesia è meno disponibile agli incanti del tempo, più lucida nell’afferrare il male. Paradossalmente: è meno votata a estetizzarlo. E le pagine di versi, spesso, risultano migliori quelle in prosa. Troppo spesso, viene da dire.
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lunedì, marzo 28, 2005

Il manuale della sopravvivenza
Aldous Huxley e i suoi fratelli: l’eredità di una filosofia
che ci ha aiutato a oltrepassare gli incubi totalitari

di Vittorio Macioce


Utopia o anti-utopia, ordine o libertà, sicurezza o rischio? Il Novecento doveva dare una risposta a queste domande. Ci ha provato, con le sue guerre mondiali, con le sue ideologie, con il pendolo della politica che oscillava tra Stato e individuo. Ci ha provato, portando i suoi sogni allo zenit, e massacrandoli. Ci ha provato, con le sue terze vie, che sono apparse poi alla fine troppo banali o poco affascinanti o incapaci di rispondere a quel bisogno di assoluto o di nulla che ancora ci perseguita. Ci ha provato il Novecento, senza riuscirci, accontentandosi di dire: comunque siamo sopravvissuti e non è poco, ma lasciando la domanda, aperta, ai posteri, ancora ingabbiati nel dialogo tra il Grande Inquisitore e il Cristo, quella leggenda che Fëdor Dostoevskij lascia raccontare a Ivan Karamazov. Ivan confessa al fratello Alësa di aver scritto un poema. Siviglia, Sedicesimo secolo, Inquisizione, Cristo decide di tornare nel mondo per riportare la Chiesa all’interno del Verbo. Ancora una volta servono i miracoli, qualcuno lo segue, qualcun altro lo crede un impostore, la legge decide la sua sorte. (il resto in)

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giovedì, marzo 10, 2005

IL PROSSIMO ROMANZO DI THOMAS PYNCHON E' SU? Sofya Kovalevskaja


1850-1891
Matematica russa geniale dalla vita romanzesca, fu una delle prime donne ad ottenere una cattedra universitaria
Matematica geniale dalla vita romanzesca, Sofja Kovalevskaja, detta Sonja, diede importanti contributi in diversi campi della matematica e fu una delle prime donne ad ottenere una cattedra universitaria.

Nata nel 1850 nei pressi di S. Pietroburgo da una famiglia nobile, sin da piccola mostrò un talento eccezionale per la matematica. I genitori le diedero un'ottima istruzione, permettendole di studiare privatamente la geometria analitica e il calcolo. L'accesso all'Università le era tuttavia negato: in Russia le donne non potevano accedere agli studi universitari.

In quegli anni Sonja entrò in contatto con i giovani appartenenti agli ambienti nichilisti e rivoluzionari che si battevano per l'abolizione della schiavitù e per l'istruzione delle donne. In questi ambienti era diventata consuetudine che le donne contraessero matrimoni di convenienza per ottenere il passaporto e andare all'estero a studiare.

Così fece anche Sonja: sposò Vladimir Kovalevskij, studente di giurisprudenza appassionato di scienze naturali, e si trasferì con lui prima a Vienna, poi ad Heidelberg e infine a Berlino, dove iniziò a lavorare con Karl Weierstrass, padre dell'analisi matematica.

La collaborazione con Weierstrass fu molto proficua. Sotto la sua guida Sonja scrisse importanti lavori, che le valsero il diploma di dottorato cum laude: "La teoria delle equazioni differenziali parziali" (1875), considerato un lavoro di grande rilievo, uno studio sugli anelli di Saturno e il saggio "Riduzione di una classe di integrali abeliani di 3° grado a integrali ellittici".

Nel 1884 si trasferì a Stoccolma, dove l'Università le aveva offerto una cattedra. Qui Sonja incominciò a lavorare al problema della rotazione di un corpo rigido attorno a un punto fisso e su questo argomento scrisse un saggio che le valse il Prix Bordin, prestigioso premio dell'Accademia delle Scienze Francese. Nel 1889 l'Università di Stoccolma le assicurò una cattedra universitaria a vita.

Nel corso della sua vita Sonja si dedicò anche all'attività letteraria, lavorando come critica teatrale e cronista scientifica e scrivendo racconti, poesie e un'autobiografia. Fu attiva anche nel movimento femminista. Morì nel 1891, per un attacco cardiaco.

Biografia a cura di Federica Pozzi, del 17.02.2002 

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sabato, febbraio 26, 2005

Tutte le donne di Michael Faber

Aveva appena finito di condire il succo di pomodoro con il pepe. Due colpi veloci, sul rosso cadono una decina di puntini neri, poi la domanda, con un tono di voce lievemente freddo: “Perché hai voluto intervistarmi?”. La risposta di allora non te la ricordi. Lui disse poi che era una domanda che faceva spesso: “Voglio capire cosa si aspetta da me la persona che ho di fronte. Non voglio che se ne vada via deluso. Non voglio rimproverarmi di non averlo capito”. Sono passati cinque mesi. Michael Faber è tornato da tempo lassù in Scozia, dove ogni giorno vede passare i treni. A colazione, quella mattina, aveva tirato fuori la foto della sua casa. La piccola stazione ferroviaria dove vive. C’era Eva, sua moglie, che passeggiava sulla banchina. Doveva esserci anche un gatto da qualche parte. Un po’ più indietro la vecchia casa del capostazione, quella appunto dove adesso dormono, leggono i giornali, fanno colazione e tante cose i Faber, più in là dovrebbe esserci la biglietteria. La ferrovia funziona ancora: “Quattro treni al giorno, due al mattino e due al pomeriggio”.

“Perché hai voluto intervistarmi?”. La risposta ora l’avresti: “Per parlare di donne”. “Quali?”, direbbe lui. “Le tue”. Le donne di Faber sono la chiave per entrare nei suoi romanzi. La più importante, probabilmente, è Eva, forse la sua musa, forse no. Di certo è la donna che lui ama, la sua manager, la sua segretaria, il suo editor, quella che lo ha rimesso sui binari della letteratura, dopo una vita passata a perdersi. La donna che ha fatto in modo che quest’uomo di 44 anni, disegnato con la stessa trama dei sogni, non si rifugiasse nel limbo del talento incompiuto, a subire la sorte di chi per presunzione o per viltà finisce per credere che il tempo sia eterno. Faber per lunghi anni è stato così: uno con un paio di romanzi nel cassetto e un matrimonio fallito alle spalle. Eva è la seconda scelta, quella che gli ha detto: “I tempi sono maturi”.

Eva è quasi sempre nascosta nei suoi romanzi, tra i passanti e gli aguzzini. Ma non è mai la protagonista. E’ più facile che dietro il volto di Isserley, l’aliena che come un’animale da preda carica in macchina gli autostoppisti in Sotto la pelle, e soprattutto di Sugar, la prostituta da due milioni di copie di Il petalo cremisi e il bianco, ci sia Michael. E’ così anche per Catherine, l’ultima, quella di cui hai appena finito di leggere la sorte, il soprano che incarna le paure di A voce nuda (Einaudi, pagg. 116, euro 9,00), novella dall’arrangiamento gotico. Sullo spartito delle donne di Faber trovi le stesse note: passione, metamorfosi, innocenza (perduta), morte, e qualcosa che assomiglia all’amore, una sfumatura amara, come se celasse un grammo di veleno, una dose non mortale, almeno non subito, ma che ti annienta e ti porta a una forma pagana, antica, di sacrificio. Le donne di Faber sono agnelli di Dio senza più Dio. Cambiano gli accordi, ma il tema di fondo è lo stesso.

Cinque persone, un coro. E’ da qui che comincia “A voce nuda”.

 “Il Coro Courage di Roger Courage era, senza tema di esagerare, il settimo ensemble vocale più famoso del mondo. Di sicuro era più intransigente rispetto ad alcuni fra i gruppi più celebri: non era mai sceso così in basso da accompagnare i sassofonisti New Age con salmodie rinascimentali, o da gorgheggiare le solite cantilene di Lennon-McCartney nei concerti alla Royal Albert Hall. Mentre altri adottavano una dieta a base di successi antichi facendo sporadiche incursioni nel Ventesimo secolo, il Coro Courage era sempre pronto ad accogliere la sfida lanciata dall'avanguardia. Nessuno aveva eseguito la Stimmung di Stockhausen con altrettanta frequenza (quattro volte a Monaco, due a Birmingham e una, memorabile, a Reykjavik) e accettava sempre di buon grado l'invito ad affrontare nuove opere di compositori promettenti. Il Coro aveva già firmato un contratto con il Festival di Barcellona del 2005 per cantare un'opera bellicosamente post-millenaristica dal titolo 2K+5 composta dall'enfant terrible della musica vocale spagnola, Paco Barrios. E adesso, al gruppo venivano concesse due settimane di prove in un castello settecentesco nel Belgio rurale, per prepararsi a sguinzagliare l'impressionante Partitum Mutante di Pino Fugazza in un mondo ignaro”.

Cinque persone recluse in un castello che Faber racconta come se fosse il regista di un reality show letterario. Mostra i caratteri dei personaggi, sottolinea e seleziona i dialoghi, fissa litigi, antipatie, ombre, sospetti, paure, soprattutto, paure. Come se in questo castello ci fosse una sottile angoscia, che può, forse deve, diventare terrore. A Catherine, moglie di Roger Courage, l’artefice di questo coro, fragile come una bimba, potenziale suicida e perfetta masochista, è affidata l’impresa più difficile: superare il proprio talento, sfidando le note inarrivabili del Partitum Mutante, opera di un oscuro musicista genio o mistificatore, e fare i conti con la parte più intima di se stessa. L’atmosfera è un omaggio a Il giro di vite di Henry James. Ricordate la casa di campagna, i due bambini, la giovane governante, le presenze di due vecchi servitori? Nel maniero di A voce nuda, con il suono di questo coro che canta a cappella, si percepiscono le stesse ombre. E Catherine sente il pianto di un bimbo arrivare dal bosco. La voce della sua innocenza. Il discorso di Faber si muove tra questi limiti, talento e innocenza (o passione e sacrificio): la somma è sempre costante. E come in James il tempo è battuto dalla stessa domanda: Fino a che punto può arrivare il desiderio di amare ed essere amati?

 

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lunedì, gennaio 17, 2005

Le confessioni di un mimo (conservatore)

Observatory Mansions è da qualche parte nel cuore dell’Inghilterra e se qualcuno si aspetta di trovare lì la Londra dei ristoranti indiani, l’incrocio di etnie narrato, per esempio, da Zadie Smith, ha sbagliato indirizzo. Qui nessuno sogna Beckham. “Observatory Mansions” di Edward Carey (Bompiani, trad. Sergio Claudio Perroni, pagg. 338, euro 17) forse è solo un non luogo, un enorme cubo di quattro piani in stile neoclassico, un ex osservatorio sguarnito di telescopi, un’antica residenza nobiliare, chiamata un tempo Tearsham Park, dove non ci sono più tintinnare di posate, il passo veloce della servitù, i ricevimenti: ora è solo silenzio. «Il parco ricordava com’era stato. Ricordava altri alberi. Ricordava erba, ettari di prato. Ricordava zoccoli di vacche e vitelli. Ricordava: circondato da un recinto di ferro battuto, il parco era ciò che rimaneva di un parco un tempo immenso e lussureggiante. Il prato era stato spodestato: sul terreno erboso ci avevano piantato delle case, gli armenti avevano lasciato posto a mandrie di gente. E qui devo confessare di aver camminato, un tempo, da bambino, lungo le strade che cingevano il parco. In quel tempo io c’ero, le strade no: in quel tempo era tutto casa mia».

Prendete un individuo, misantropo e piuttosto maniacale, uno che come lavoro fa la statua umana, completamente verniciata di bianco, al centro di una piazza di una grande città. Quest’individuo vive in un palazzo con altri inquilini, una vecchia tenuta nobiliare in disfacimento. Tra le sue manie c’è l’insopprimibile desiderio di collezionare oggetti più o meno inutili, con una sola caratteristica in comune: sono stati rubati a persone con cui quest’individuo aveva, bene o male, a che fare. Erano i loro ricordi, sono diventati i suoi. La sua collezione nel tempo ha raggiunto i 996 pezzi, tutti schedati e catalogati. Cose del tipo: un vestito d’amore (lotto 995), un libro rilegato in marocchino, volume della storia degli Orme (lotto 163), un paio di stampelle (lotto 301), un telecomando di televisore (lotto 380) e così via, fino al lotto 996, chiamato semplicemente <CF201>l’oggetto<CF>. Dietro ogni oggetto c’è una persona, un passato, un ricordo. Prendete tutte queste storie, incrociatele, e avrete la rappresentazione intuitiva del mondo che ci siamo lasciati alle spalle, che se volete potete individuare nella Old England, nel Novecento, nella tradizione, nel vostro quartiere, nella vostra città, come ve li ricordavate un tempo.

 

 

 

 

Ad “Observatory Mansions” il passato cerca di sopravvivere, ma non ha più memoria. È la campagna che ha visto arrivare la città e resta lì, come un parco abbandonato, che fa da spartitraffico tra arterie di cemento. È il ripostiglio di classi sociali in disgrazia, scivolate ai piani bassi della storia. È la storia degli ultimi inquilini rimasti. La storia degli Orme, certo, ex padroni di tutto, quattro quarti di nobiltà andata a male, che hanno venduto pezzo a pezzo, appartamento dopo appartamento, il loro passato, fallimento segnato da un ineluttabile degrado genetico. Ed è anche la storia di chi è venuto lì ad abitare.

 

 

 

 

“Observatory Mansions” è soprattutto il romanzo d’esordio di Edward Carey: 33 anni, decisamente inglese, nel suo passato ci sono alcune opere teatrali, una carriera come illustratore (con cui si guadagna da vivere) e una breve esperienza di lavoro al Museo delle cere di Madame Truffault. Carey incastra storie nelle storie e snocciola ricordi e impressioni con un ritmo che prima scivola piano, poi sale, incalzante, lasciando che tutti gli indizi seminati qua e là s’incontrino per la resa dei conti finale. Esistenze e destino di ogni individuo dipendono, per qualche ragione remota, da quelli degli altri. Il punto di osservazione - freddo, impersonale, maniacale, eppure terribilmente umano - è quello di Francis Orme. Sua madre ha abdicato al linguaggio, suo padre vive sprofondato in una poltrona. Francis porta sempre dei guanti di seta bianca, con cui si difende dal marcio del mondo. Quando i guanti si sporcano lui li sostituisce con un paio nuovo. I vecchi non li butta, ma li conserva in bauli-sacrario. Non guarda mai le sue mani nude. Non ama i contatti con il prossimo e ha il dono dell’immobilità, esteriore e interiore.

 

 

 

 

Nel centro di una città, in quella zona abitata da gente con un po’ troppo denaro, c’è un altro parco. Al centro del parco c’è un piedistallo sprovvisto di statua. Ogni mattina prende il suo posto una statua di carne, coperta di vernice bianca, immobile creatura immacolata, che si anima solo per un attimo quando qualcuno lascia cadere nel piatto una monetina. In quel momento la statua apre gli occhi e soffia una bolla di sapone. La statua si chiama Francis Orme e quello è il suo lavoro. Francis Orme è un flâneur immobile.

 

 

 

 

Tra i suoi oggetti d’osservazione ci sono i suoi inquilini: un Portiere Sibilante, una Donna Cane, un Vecchio Professore dai Mille Odori, una signora che confonde la sua vita con i serial televisivi, tutti personaggi di una sorta di realismo più che magico, grottesco. Strani soggetti che sembrano non avere più alcun futuro e si sono dimenticati del proprio passato, con il quale si rifiutano di fare i conti: aspettano che in qualche modo si compia la loro sorte, essere archiviati dalla storia, e ricordati solo attraverso i loro oggetti nella «collezione d’amore» di Francis. L’arrivo dell’inquilina dell’appartamento numero 18 - Anna Tap, sorta di Amélie anglosassone - muta la situazione. La ragazza ridona ai vecchi inquilini la propria memoria, il passato. Li fa entrare nel presente, li strappa dal limbo dell’anti-modernità e offre uno spiraglio di futuro. Tutti alla fine trovano un destino. Restano Francis e Anna, innamorati e capaci di affrontare il mondo che si muove al di là del vecchio osservatorio. Accettano il presente.

 

 

 

 

“Observatory Mansions” si chiude con una demolizione. La magia e l’ossessione del passato è stata ridotta alla sue giuste dimensioni. E alla fine si comprende che il romanzo di Edward Carey è, certo, un lungo atto d’amore verso ciò che abbiamo alle nostre spalle, ma quest’amore può diventare un’ossessione, una gabbia ideologica e sentimentale. “Observatory Mansions” è un soffio di fiducia verso l’era, il secolo, che ci sta davanti. Basta togliersi i guanti bianchi e sporcarsi le mani, vivendo.

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sabato, gennaio 01, 2005

Forse è il romanzo che aspettavi. Un viaggio nelle viscere di questa Italia, di questa era, di questo tempo dai colori incerti, di metamorfosi, di vuoti a perdere, di simulacri di sogni sbattuti negli hard discount. Nicola Lagioia è uno che ti racconta le città, toponomastica, ritrovata e perduta, i volti di chi ci vive o passeggia, l’anima deformata. Lagioia viaggia da Bari a Roma, da Milano a Napoli, fino a Castellaneta, Taranto, metropoli e provincia. E ne annusa i sapori. Lagioia ti inganna e ci mette dentro pezzi di mito e di memoria, cultura trash e filosofia, Mister No e Topolino, veline e soubrette di vecchi varietà, Faust, Mefistofele e Hans Urs von Baltashar. Ti racconta di un’Italia di illusioni e di rimpianti, ti racconta di un inferno vuoto e di quella macchina tritura esistenze che è la società dell’informazione, di un’Europa satellite e di un’America lontana dove ci sembra, e forse è proprio così, siamo cresciuti. Quello di Lagioia non è necessariamente un romanzo generazionale. Ha altre ambizioni, spaccato di un’Italia post-arbasiniana. Ma in questa storia c’è anche lui, e quelli come lui, quelli a cui toccherà interpretare il futuro. Con questi presupposti: “Sei nato dopo il famoso 4-3 sulla Germania. L’estate del 1978 è un frullato di Brigate Rosse, gialli in Vaticano e dimissioni eccellenti. Tu preferisci l’oratorio, la sala giochi, la versione tridimensionale di Remì dalle 18 alle 18,30 (una truffa per cui la Rai non potrà mai risarcirci abbastanza). Resti vent’anni sui libri. Passi l’estate a Mykonos, a Otranto o giù in campeggio dalle parti di Sibari. Ti laurei con 110 e lode grazie a una avveniristica tesi in filosofia del diritto intitolata “Televisione generalista e ipertrofia dell’io: due miti al capolinea”. Sono gli anni ’90. Zenga sbaglia l’uscita su Caniggia. Roberto Baggio manda fuori il famoso rigore. Continui a studiare in attesa di un concorso. O fai un praticato in uno studio legale (gratis). O uno stage (sempre gratis). O inizi a lavorare per una casa editrice (quasi gratis). Tuo padre rappresenta spumanti per una famosa ditta del nord-est. Ha l’esclusiva di Lazio, Campania, Puglia e Basilicata. Porta a casa ogni mese da sei a dieci milioni al mese, nero escluso. Ha la seconda media (…). Come è possibile che una perfetta macchina da guerra benedetta dalle istituzioni riesca a malapena a macinare i soldi per l’affitto?”.

 

Era solo un incontro di fine autunno. Nicola Lagioia ha 31 anni e parla una lingua che ti sembra di conoscere da sempre. E’ quella degli studenti fuori sede, lui è di Bari, che hanno passato mezza vita a Roma. E’ la prima cosa che ti colpisce. Siete a Mantova, più o meno spettatori al circo della letteratura. Passate ore insieme, pranzi, cene, caffè al bar, tedio, interviste, giornalisti, editor, uffici stampa, qualche venditore di panna o di fumo. Hai letto il suo primo romanzo “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoy” e “La qualità dell’aria”, antologia di racconti che ha curato con Christian Raimo. Tutti e due sono lavori della scuderia Minimum fax. Ti accorgi, chiacchierando, che sul romanzo, sulla narrativa, avete una manciata di idee in comune. Lo capisci quando ti racconta l’ultima storia che ha scritto. “Esce tra poco”, dice. Minimum fax? “No, questa volta l’editore è Einaudi”. Ancora Tolstoy?. “No, Rodolfo Valentino”. Rudy? “Sì, il primo eroe del cinema, un caso di delirio di massa, è il dio o il demone dell’immagine che s’incarna nel Novecento. Valentino è il suo primo sacerdote. Ne verranno altri, non tutti con la stessa effimera leggerezza”.  Il romanzo è “Occidente per principianti” (Einaudi, pagg. 297, euro 17).

 

Rodolfo Valentino è solo un’ombra, una traccia nella memoria, un’immagine nell’archivio del nostro passato, come tante altre, da riciclare e rimettere in commercio sulla stampa, nelle televisioni.

 

E’ una buona traccia per una storia. E’ quello che accade qui, un quasi giornalista, un precario, una firma fantasma, si ritrova a inseguire il primo amore di Valentino, non ancora divo, ma futuro emigrante di Castellaneta, giù nel Sud pugliese, tarantino. Il viaggio parte da qui, tutto il resto è meraviglioso. E’ l’Italia di questo post-Novecento, sbandato e con l’orizzonte che assomiglia a un canale sintonizzato male. Quei personaggi che seguono, come cavalieri sfigati della tavola rotonda un Parsifal quasi giornalista, li hai incontrati o li vorresti incontrare. E’ gente che si muove nella mappa della metropoli con un “TuttoCittà” vecchio di almeno vent’anni. Le vie a volte sono le stesse, altre hanno cambiato nome, dove un tempo si passava ora ci sono sensi vietati, i vecchi cinema hanno chiuso o sono stati inghiottiti da un multisala. Qualcuno viaggia con vecchie mappe, residuo di un passato ideologico o esistenziale, oppure semplicemente non ha più una mappa, e non sa neppure dove trovarla, non si chiede nemmeno perché la realtà in cui vive è cambiata e lui, naufrago, non ha bussole o sestanti per orientarsi. Vivono, donandosi qua e là. Più di tutti Zelda, che ha il nick name della musa, moglie, compagna di sbronze e di follie di Fitzgerald. E’ lei il personaggio più vero di “Occidente per principianti”, potresti innamorati, o lo hai già fatto. E sarebbe un guaio. Zelda studia, ultimo anno a Lettere moderne con una tesi “quasi terminata” su “Hitchcock, Cassavetes, Lynch: fenomenologia del Motel nell’immaginario cinematografico, da Psycho a Wild at Hearth”, ma soprattutto è un animale da mondanità culturali, cortigiana in saldo di artisti d’avanguardia, creativi multimediali, scrittori da magazine o da riviste femminili. E’ lei una delle parti lese di questo tempo. E’ lei che non sa bene quale mito rincorrere, ma ha già imparato quali armi usare. E con lei, in questo viaggio, ci sono un inconcludente regista-sceneggiatore che parla ovunque e sempre di un film che non finirà mai, e forse non è mai iniziato (talento postumo, presunto, raccontato), un cinico professionista rampante della comunicazione (socio del giornalista-Parsifal) e un rottame psicopatico di un tempo passato, menagramo da strapazzo, bibliotecario di spazzatura esoterica,  nobile decaduto, intellettuale sommerso da un’era sbagliata. Tre specchi: il futuro frustrato, il presente mediocre, il passato che si sgretola. Eccoli, condensati in tre maschere. Lontano, poi, si sente l’eco di Henry James, di quel lungo racconto, diviso in nove capitoli che è il “Carteggio Aspern”, almeno nel punto di partenza, nella trama, e forse anche nello spirito di questo viaggio. Jeffrey Aspern, poeta romantico americano, ha lasciato a un ex amante ormai vecchissima un cofanetto d’inediti. Anche qui c’è un giovane, un critico, uno studioso che vuole recuperarli e per farlo si corrompe, nell’inganno, nella menzogna. Alla fine le lettere verranno bruciate, come alla fine in “Occidente per principianti” la prima amante di Rodolfo Valentino è solo un equivoco o uno scoop taroccato. E’ solo una rotta, non un ambizioso confronto. Anche perché “Occidente per principianti” ha un grave limite ed è la trama che ci porta ad inseguire gli amori di Valentino, troppo fragile, anche lei forse un po’ troppo voluta, ingegnosa, artefatta. Ma quel che conta è navigare. James cercava di tracciare i confini di un’America che non era più la stessa, che aveva solcato l’Atlantico e si era specchiata nell’Europa. Lagioia compie un viaggio a ritroso, e si chiede quale su quale rosa dei venti s’orienta l’Italia, e con lei quel blocco politico e culturale chiamato Occidente.  Una mappa per principianti, quello che in questa storia, questi anni di post-Novecento, tutti noi siamo. “Non c’è giorno con più futuro di questo”.

 

 

 

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