martedì, aprile 05, 2005

Le mani del Papa e l'effetto Dan Brown

 Il Guardian racconta di un Papa morto con le mani insanguinate. Notizia splatter che sta girando il mondo con non poche polemiche. Leggete.

E' l'effetto Dan Brown. Giovanni Paolo II è andato via e sulle sue spoglie mortali cadono le prime leggende nere. Non è una novità. Come ricordava qualche tempo fa Tullio Avoledo, l’autore di Lo Stato dell’unione - romanzo che gioca e ridicolizza la voglia di storia alternativa di questa epoca -, gli scaffali delle librerie sono pieni di teorie sulla «cospiration moon» (l'idea che l'uomo non è mai stato sulla luna), sui Kennedy, sui templari e su tutto ciò che sa di sospetto, segreto, non risolto. E il sogno di chi vuole eliminare dalla storia il caso. Tutto deve avere una causa, una spiegazione, un filo rosso razionale. C'è l'esigenza di trovare un grande burattinaio: una multinazionale, un presidente degli Stati Uniti, un Papa. Le teorie cospiratorie, per calcolo, per cultura o per interesse editoriale, scelgono come nemico i due pilastri della storia e del pensiero occidentale: il capitalismo (soprattutto l'America) e il cristianesimo (soprattutto i cattolici).
E bisogna dire che finora è stata la Chiesa a segnalare l'insidia del «danbrownismo» e dei suoi doni. Il codice da Vinci è un romanzo popolare, di successo, ma fa passare per plausibile, verosimile, una leggenda senza alcun fondamento storico. Gesù sposa Maria Maddalena e dà origine a una stirpe di figli di Dio, i merovingi, futuri re di Francia, che verranno sconfitti da Pipino il Breve e Carlo Magno in combutta con il papato.
Il quotidiano britannico Daily Telegraph scrive che il Papa è morto venerdì sera, ma la notizia è stata rinviata per un complotto del "partito conservatore" vaticano. Il tempo, insomma, di aggiustere un po' di cose in vista del conclave. Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale, a cui ho chiesto lumi, mi ha risposto: "spazzatura".

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sabato, marzo 26, 2005

Cari trentenni, la Soncini ha ragione

Quando scrissi il mio primo saggio, poco più di un articolo per la verità, sulla rivolta dei trentenni non avevo ancora 30 anni. Era il 1996. Nove anni fa. La mia tesi era semplice: ci stanno fottendo. Stiamo pagando il prezzo delle illusioni anni '80, delle ope legis concesse ai post settantottini per smetterla di urlare e sparare in piazza (un posto sicuro in cambio della pace sociale), dell'inflazione, dell'ingresso in Europa. Guardate, dicevo, che rischiamo di restare precari e invisibili fino alla tomba. I cinquantenni hanno chiuso le mura della cittadella dei privilegi e ci faranno restare fuori, senza futuro e senza illusioni. Questi qui, dicevo, hanno evocato tutti i sogni del Novecento e poi li hanno bruciati. A noi sono rimaste ceneri e macerie. Ho scritto queste cose per qualche anno. Poi mi sono rotto. Ora accade che quelli di "Zero", la rivista di Giuliano Da Empoli, "sociologo prodigio" che parlò di questi temi in un libro dal titolo Un grande futuro dietro di noi, ripropongono la guerra dei trentenni. Bene. Bravi. Lo fa anche il Magazine del Corriere della Sera. Beni. Bravi. L'unico dubbio che ho è che la rivolta avvenga da giovani di talento cooptati dal sistema dei padri sessantottini. Da Empoli è amministratore delegato della Marsilio (gruppo Rizzoli), credo. Non lo conosco ma so che è bravo. Sul Corriere si muove Vittorio Zincone, di origine ciociare, anzi valcominensi, come me, e questo me lo rende simpatico. E' un figlio d'arte. Non è un peccato. Ma se è stato precario lo è stato per poco. La rivolta della generazione precaria ha come leader, ispiratori, maestri del pensiero, gente che non è mai stata precaria, o quasi. E' un controsenso. Forse sì. Il mio dubbio è che la rivoluzione dei trentenni, semmai ci sarà, assomigli molto a una normalizzazione. Per questo mi è piaciuto il pezzo di Guia Soncini sul Foglio. La tesi della Soncini: smettetela di piagnucolare. Volete il potere, prendetelo. Non si può chiedere alla generazione di Mieli e Ferrara di farsi da parte per bontà divina. A Mieli e Ferrara si può chiedere, in via del tutto personale, di essere cooptati all'interno della cittadella. Si può diventare loro vassalli. E' una strada anche questa. Ma non spacciatela per rivoluzione culturale. Per fare la rivoluzione bisogna (metaforicamente) tagliare le teste. E noi, ammettiamolo, non abbiamo le palle per farlo.

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martedì, marzo 08, 2005

New York, c'era una volta Bowery street
strada di artisti e miserabili

Giuseppe De Bellis

È stata il tutto mischiato col niente, Bowery street. È stata la povertà dei barboni, la violenza delle gangs, la sfortuna delle prostitute, il magma della musica punk, la verve dell’arte contemporanea. È stata un pascolo per gli allevatori, poi il confine della ritirata degli inglesi durante la guerra d’indipendenza. È stata il territorio della morte e dei suicidi. Lo scarto: la zona dei reietti. Quella cosa che faceva parte di una città, senza che nessuno volesse farci caso. Come una discarica, dove buttare il marcio della Grande Mela.

Da quando esiste New York, questa striscia del lower east side è il suo specchio deforme, quello dove s’affaccia una città di lustrini e paillettes e si riscopre lercia ed emarginata, imbottita di alcol e senza un soldo. Looserville: la città dei perdenti. Vicina, ma lontana: distante dai miliardi e dalla vita patinata, prossima al degrado che delle peggiori zone del Queens o del Bronx.
L
’anno scorso nella Bowery è nato il gioco dei «ricchi-barboni», quello dei miliardari che nel week-end si travestivano da homeless per vivere l’ebbrezza della povertà. Dev’essere stato quello il momento, in cui qualcuno ha pensato, una cosa che in due secoli non era venuto in mente a nessuno: costruire edifici esclusivi, roba per straricchi, per trasformare il posto dei perdenti nel posto dei nuovi vincenti. Due nuovi indirizzi esclusivi incorniciano la metamorfosi urbana o, come la chiamano a New York, la «gentrificazione»: a nord la torre sinuosa di vetro di Gwathmey Siegel, una «Scultura per vivere», dove il prezzo di un appartamento va dai tre ai dodici milioni di dollari; a sud il megalito di 16 piani di 195 Bowery dove 4,4 milioni di dollari comprano un attico con vista spettacolare sullo skyline: la stessa vista della terrazza di Liquid Sky, film cult di fantascienza del 1983 ambientato sulla scena dell’eroina. L'appartamentino delle lesbiche sbandate visitato dagli alieni del regista espatriato russo Slava Tsukerman era un rudere: nei nuovi loft extralusso di 195 Bowery ci sono invece bagni rivestiti di marmo italiano e frigoriferi subzero.
Secondo la stima degli esperti immobiliari sulla strada dei disperati, dove un tempo bastavano pochi dollari al giorno per sopravvivere, sono oggi in vendita 600-700 appartamenti oltre il milione di dollari i cui nuovi inquilini si recheranno a cena nella vip room di Kos 264, il locale di Denzel Washington e Lenny Kravitz, o da Slide, o nelle decine di nuovi locali del Lower East Side già abbondantemente «gentrificato». E tutto questo in una strada-ghetto, fino a qualche anno fa sinonimo di fallimento, di giorni perduti. Così adesso il Village Voice, settimanale della controcultura newyorkese, racconta la morte di questo luogo e del suo appeal fatto di sfortuna e disagio, ma anche di arte e ispirazione. Sopraffatto dal raddoppio dell'affitto, il leggendario Cbcb, tempio del rock underground e del punk dove sono nati i Television, Patti Smith e i Ramones, rischia essere costretto a gettare la spugna. Potrebbe chiudere presto bottega, così come hanno chiuso bottega i tanti alberghi per poveri che ospitavano per un pugno di dollari a notte l'esercito di diseredati di New York. Il White House è diventato ostello per giovani, il Pioneer è stato trasformato in Sohotel, l'Andrews è stato occupato da Common Ground, organizzazione specializzata in prime case. Gli emarginati che prima alloggiavano a sette-otto dollari a notte sono stati risputati in strada, i più agguerriti a far la fila al Providence, uno dei pochi ospizi rimasti o alla missione della Salvation Army.
I più disperati sul marciapiede o sotto i ponti.
Looserville scompare, dicono gli articoli di Village Voice che poi si chiedono se qualcuno a Manhattan rimpiangerà la fine della vera Bowery. Alcuni urbanisti sono preoccupati che la «gentrificazione» della Bowery porti a cancellare la storia della strada, i suoi edifici più significativi, come il teatrino dell'Amato Opera che per pochi dollari mette in scena il bel canto con tenori e soprano alle prime armi, abbattuti per far posto a lussuosi mini-grattacieli. «Se la scala e l'architettura rimangono puoi usare l'immaginazione per ricostruire il passato. Ma se tutto accade in fretta, si perde il senso che questo è un pezzo di città dove si è fatta la storia», ha obiettato Andre Wolkart, professore di conservazione urbana alla Columbia.
La strada è la zona meno amabile di New York, anche se la sua decrepita grandezza, la sua aura di decadimento urbano, hanno in passato attratto artisti e scrittori come Mark Rothko, Roy Lichtenstein, Nan Goldin e William Burroughs. Il problema è proprio questo, ovvero il significato che la Bowery ha oltre al suo essere un luogo fisico: il suo essere l'area oscura dell’inconscio in cui il resto del mondo ha proiettato fantasie e ansie proibite, una zona abbandonata dagli uomini e da Dio. Un posto ai margini, il monito perenne di cosa può capitare quando il sogno si distrugge. Ma oggi l’America non ha voglia di pensare agli incubi.
giuseppe.debellis@ilgiornale.it

da Il Giornale del 6 marzo 2005

 

 

 

 

 

 

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domenica, gennaio 26, 2003
Viaggio premonitore sulla flessibilità. Da IDEAZIONE
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